FINANZA/ Rimborsi e salvataggi: sulle banche Renzi si mette contro il mercato (e perde)

- Gianni Credit

Ieri il Governo ha varato il decreto sulle banche, a termine di una giornata in cui il Fondo Atlante è stato suo malgrado protagonista. Il commento di GIANNI CREDIT

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Matteo Renzi (Infophoto)

Una banca italiana sull’orlo del fallimento ieri è stata salvata da 67 fra banche, assicurazioni, fondazioni, Cassa depositi e prestiti, ecc., che in dieci giorni hanno raccolto oltre 4 miliardi per stabilizzare il sistema. Li hanno messi in un fondo che – sempre ieri – ha annunciato le sue strategie, in particolare nello smaltimento dell’enorme carico di Npl (sofferenze creditizie) che gravano sul settore. E ancora – in conclusione di una lunga giornata – il governo Renzi ha varato un decreto in cui sono state sveltite le regole per il recupero di quei “cattivi crediti”, oltreché decisi i criteri di rimborso per gli obbligazionisti “traditi” dalle quattro banche risolte in novembre. 

Raccontata così quella di ieri può essere stata una giornata quasi buona per il sistema bancario nazionale. Non lo è stata tuttavia nel giudizio del mercato, convitato tutt’altro che di pietra. Il mercato ha dapprima confermato un rifiuto quasi completo dell’offerta di ricapitalizzazione della Popolare di Vicenza e ha poi salutato la notizia (stranamente data a Borse ancora aperte) con una raffica di ribassi su tutti i titoli bancari di Piazza Affari. 

Non sarebbe corretto indirizzare questa freddezza e questa sfiducia oggettiva su Atlante, lo strumento di sistema allestito a tempo di record da Tesoro, Bankitalia e Acri, per tamponare l’ennesima crisi. Atlante presenta certamente più di un profilo ruvido o sghembo: anzitutto risorse a disposizione (limitate a quelle degli hedge fund globali), ma soprattutto rispetto alle esigenze di capitali e di pulizia-Npl di un sistema distressed come quello italiano. La conferenza stampa di Quaestio (la Sgr cui è stata affidato il veicolo salva-banche) ha inoltre reso evidente un’incertezza strutturale del progetto: nato formalmente per risolvere il nodo-Npl (lo ha precisato un’ultima volta il commissario all’Antitrust Ue, Margarethe Verstager), in realtà subito chiamato a versare un terzo dei suoi mezzi sull’aumento della Vicenza, di cui si ritroverà azionista al 91%. E subito attirato da acque limacciose: cosa accadrà se la Consob darà via libera alla quotazione in Borsa? Cosa accadrà se mercoledì il titolo della Popolare perderà subito terreno al listino? Atlante è un “fondo alternativo”, ma gioca con i quattrini di depositanti, assicurati, risparmiatori postali e stakeholder di fondazioni.

I problemi delle banche italiane non li ha creati Atlante e neppure chi l’ha concepito. Su queste pagine abbiamo spesso accolto la tesi secondo cui i problemi delle banche italiane non li hanno creati (almeno non tutti) nemmeno le banche italiane stesse: vittime, non responsabili, della recessione da austerity; e della debolezza politico-istituzionale italiana in Europa, causa di applicazioni penalizzanti e “concorrenziali” delle regolamentazioni post crisi. 

Anche il governo Renzi può addurre a suo parziale discarico l’eredità di una situazione creatasi in precedenza. Questo non toglie che – lo abbiamo già notato ai tempi della risoluzione di Etruria & C – la politica creditizia è stata nettamente al di sotto di quella che sarebbe stato lecito attendersi da un Paese del G-8. E che – di questo sì il premier è responsabile – da novembre il sistema-Paese non ha mostrato di aver imparato molto: Atlante “padrone” della Vicenza non è molto diverso dal Fondo di risoluzione cui proprio ieri l’Ue ha accordato mesi in più per cedere le quattro banche risolte. La differenza fra le due situazioni è che a Vicenza sono stati salvati gli obbligazionisti subordinati (anche se gli azionisti sono stati puniti in numero e per importi molto più alti).

Proprio ieri sera, un Renzi tutt’altro che euforico ha potuto annunciare lo sblocco dei rimborsi ai 10mila possessori di bond subordinati di Etruria, Marche, CariFerrara e Carichieti: ma con molti se, con molti paletti incrociati. E soprattutto con una questione inevasa: perché a loro sì e ai 114mila soci della Vicenza no? Che differenza sostanziale è passata fra la vendita allo sportello di obbligazioni subordinate Etruria e l’offerta analoga di azioni a debito della Vicenza?

Il mercato non capisce: continua a non capire i rimborsi pubblici per gli obbligazionisti Etruria, le alzate di scudi contro i fondi internazionali che offrono soluzioni “reali” di mercato, il lancio di piani “nazionali” (abbastanza “pubblici” anche se non si può dire per non urtare l’Ue). La questione non è di lana caprina: sui mercati globalizzati – giusto o sbagliato – un sistema-Paese non può giocare inventandosi regole proprie. I più attempati si ricordano di quando la Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi nel 1992 provò a difendere la lira con le riserve valutarie. Tutti ricordano quando nel 2011 il mercato – giusto o sbagliato – si mise contro il debito sovrano italiano. Ora tocca alle banche (senza escludere il pressing tedesco sui nuovi criteri di valutazione del rischio dei titoli pubblici nei bilanci delle banche europee).

Non è mettendosi contro il mercato che Renzi può pilotare le difesa del suo sistema creditizio. Non è neppure la sua “narrazione”.  

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