OLTRE IL CASO ILVA/ Le mosse del Governo che non aiutano le imprese

- Alfonso Ruffo

Il caso Ilva e le micro-tasse contenute nella manovra non rappresentano certo un incentivo a fare impresa in Italia

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(LaPresse)

Facciamo in modo di non doverci pentire di aver investito in Italia. Queste, nella loro cruda realtà, le parole con le quali il presidente di Confindustria Salerno Andrea Prete ha chiuso il suo intervento all’assemblea per i 100 anni dell’associazione. Scroscio di applausi dalla platea. In effetti dall’Ilva all’Alitalia passando per i tanti piccoli e grandi nodi che soffocano l’economia nazionale le preoccupazioni degli imprenditori privati si vanno moltiplicando in queste settimane convulse anche per effetto del clima non proprio amichevole che si torna respirare nei loro confronti.

Nonostante le rassicurazioni del premier Giuseppe Conte e di molti dei suoi ministri – il titolare dell’Economia Roberto Gualtieri prima degli altri -, l’impianto della Legge di bilancio e del decreto fiscale collegato non fa presagire nulla di buono per il popolo dei produttori che si sente nel mirino. Le ventilate tasse sulla plastica e sulle bevande zuccherate, la penalizzazione delle auto aziendali, la previsione di confische preventive di fronte a presunte evasioni fiscali (non accertate da sentenza) e l’aggressione per imposte non pagate come Imu e Tasi un po’ spaventano.

Spaventano nel merito ma soprattutto nel metodo, perché se si dichiara di voler far crescere il Paese adottando buone pratiche e ci si ritrova di fronte a un impianto concettuale e normativo che punisce i fattori di produzione e mortifica chi realizza la ricchezza nazionale vuol dire che i conti non tornano. Soprattutto se si assiste all’incredibile vicenda dell’acciaieria più grande e moderna d’Europa, quella di Taranto, che rischia di chiudere mandando sul lastrico ventimila operai tra diretti e indiretti a seguito di una serie di decisioni confuse e contraddittorie che minano alla base la credibilità nazionale.

Senza entrare nei dettagli dell’intricata vicenda – che si presume ben conosciuta da chi legge -, è innegabile che gli ordini e i contrordini che stanno sospingendo i franco-indiani di ArcelorMittal fuori dalla fabbrica e dal Paese fanno venir meno la certezza del diritto e la fiducia. Non certo una bella figura per la seconda manifattura d’Europa e per una delle prime potenze industriali del mondo, conosciuta e apprezzata per i suoi prodotti belli e ben fatti che conquistano con merito i mercati internazionali pagando tra l’altro lo scotto di infinite imitazioni e del relativo danno economico.

Un risultato raggiunto grazie all’intraprendenza, all’abilità e alla passione di persone – capoazienda e loro collaboratori – che dedicano alla propria impresa le ore del giorno sacrificando spesso quelle della notte per la voglia e l’orgoglio di competere, di costruire valore, di creare posti di lavoro. Una passione e una voglia che hanno poco a che vedere con il vantaggio economico immediato e che, al contrario, spingono all’azione nonostante i tanti ostacoli che si frappongono lungo il cammino del successo e che suggerirebbero di rallentare la corsa o ritirarsi dalla competizione.

Proprio quello che gli industriali italiani, piccoli grandi, non vorrebbero fare. E che, proprio per questo, temono più di ogni altra cosa: non essere più messi nelle condizioni di operare perché se i rischi del mercato vanno accettati quelli di sistema fanno paura e contro di essi non c’è difesa che tenga.

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