Omicidio Giuseppe Parretta/ La mamma: “Ucciso perché il killer si sentiva spiato”

- Dario D'Angelo

Omicidio Giuseppe Parretta: mamma Katia Villirillo ha raccontato a I Fatti Vostri l’inaccettabile morte del figlio per mano di Salvatore Gerace…

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Giuseppe Parretta (foto da Twitter)

A I Fatti Vostri si torna a parlare del caso di Giuseppe Parretta, il giovane ucciso il 13 gennaio 2018 a Crotone mentre si trovava all’interno dell’associazione Libere Donne, presieduta dalla madre. E proprio la donna, Katia Villirillo, ha parlato con Salvo Sottile del recente pronunciamento della Corte d’Appello di Cosenza, che pochi giorni fa ha confermato la condanna all’ergastolo per Salvatore Gerace, 60enne ritenuto colpevole di omicidio premeditato. Secondo i giudici, infatti, l’uomo – pluripregiudicato – era ossessionato da Parretta, poiché convinto che il ragazzo spiasse i suoi traffici per riferirne poi a fantomatici individui che avrebbero voluto assassinarlo. Così il 13 gennaio 2018, vistolo in sella ad una moto, Gerace immaginò che il mezzo fosse stato acquistato coi proventi dell’attività di “spionaggio” messa in atto nei suoi confronti. Da qui la scelta di freddare la vittima con quattro colpi di pistola.

OMICIDIO GIUSEPPE PARRETTA, PARLA MAMMA KATIA

La mamma di Giuseppe, a I Fatti Vostri, ha così ricostruito quel tragico giorno: “Stavamo lavorando ad un progetto nuovo, Giuseppe mi aveva suggerito di fare un nuovo San Valentino, un progetto per i giovani, parlavamo dell’amore infinito. Mentre prendevamo il caffè ho visto Gerace che entrava, appoggiato alla parete piano piano, strisciando“. Ma chi era quest’uomo? “Era il nostro dirimpettaio, ma noi avevamo con lui rapporti freddi perché noi ci occupiamo di legalità, lui è una persona che ha avuto a che fare con il malaffare, è uno spacciatore. Giuseppe rappresentava l’uomo di casa, aveva comprato una moto, studiava e lavorava. Ma quel pomeriggio Gerace era entrato per colpire me. L’assassino è entrato nell’associazione e ha cominciato a sparare, ha colpito Giuseppe alle ginocchia. A quel punto, vedendo mio figlio ferito, sono impazzita. Mi sono diretta verso la porta per cercare aiuto. Poi ho sentito il terzo colpo, Giuseppe colpito alle spalle. E infine il quarto colpo, che ho visto perché mi sono girata proprio in quel momento: Giuseppe veniva alzato come se fosse uno straccio e veniva colpito direttamente al cuore. In quel momento la mia vita e quella dei miei figli è finita“. Il dolore di mamma Katia è devastante anche per chi si trova ad ascoltare la sua storia: “Ancora oggi noi viviamo come dei sopravvissuti perché assistere ad una cosa del genere non è facile. Abbiamo provato a soccorrerlo con i miei figli. Paolo aveva 12 anni, Benedetta che ne aveva 16 ha alzato subito le gambe di Giuseppe, gli abbiamo messo un cuscino sotto la testa tentando di fare qualcosa. Io gli ho fatto una respirazione bocca a bocca, un massaggio cardiaco, ma dall’occhio destro di Giuseppe usciva già del sangue, aveva già un’emorragia interna. Poi è arrivato il 118 e mi ha comunicato che è morto tra le mie braccia”.

GIUSEPPE PARRETTA, LA MAMMA: “IL KILLER SI FINGE DISABILE”

Salvo Sottile ha chiesto alla mamma di Giuseppe Parretta se vi fossero stati dei segnali delle cattive intenzioni dell’uomo: “Tre giorni prima era venuto e mi aveva fatto dei discorsi un po’ strani perché in quella settimana c’era stata l’operazione Stige con 136 arresti e lui era impazzito. Mi si avvicinò, mi chiamò vicino casa sua dicendomi che temeva per la sua vita perché aveva avuto problemi con una persona che era stata in carcere con lui. Mi chiese perché i miei ragazzi stavano spesso sulla porta dell’associazione e mi disse che temeva che passassero delle informazioni a quest’uomo. Io gli dissi che noi non volevamo avere a che fare con la sua vita e lui mi rispose che sarebbe tornato dopo 3 giorni a chiedere scusa, invece è tornato per uccidere. A lui sembrava strano che un ragazzo a quell’età potesse, con i propri sacrifici, comprare una moto. E poi disse in un tribunale che io ero una spia. Si è fatto trovare dalle forze dell’ordine con il collare, le stampelle ed è uscito di casa in carrozzina. Questo è l’atteggiamento che ha avuto durante tutte le fasi del processo. Si è presentato sempre come un disabile, invece non è così perché quando ha sparato a mio figlio è entrato con le sue gambe. Infatti è entrata la sorella e dopo aver sparato lo ha preso e lo ha portato via. Non ha neanche chiesto scusa per ciò che ha fatto“. C’è spazio per un ricordo del figlio: “Giuseppe amava la famiglia, era orfano, il padre era morto quando lui non era neanche adolescente, e per questo lui faceva da padre e agli altri fratelli. Era molto protettivo e legato a me. Io e lui sostenevamo insieme economicamente la famiglia. Era molto amato da tutti, ha seminato amore nei suoi 18 anni“.



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