Omicidio Lidia Macchi, Binda chiede 303mila euro/ “La mia fu ingiusta detenzione”

- Emanuela Longo

Omicidio Lidia Macchi, Binda chiede risarcimento di 300 mila euro per ingiusta detenzione: procura respinge la sua richiesta

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Stefano Binda, Lombardia Nera

Si riaccendono i riflettori su un cold case, quello di Lidia Macchi, la giovane uccisa nel gennaio del 1987. Un omicidio che ad oggi non vede ancora un colpevole. Quella che sembrava essere una svolta clamorosa, avvenuta nel 2016 con l’arresto di Stefano Binda, si è conclusa con la piena assoluzione dell’uomo. Secondo la Cassazione si è trattata di “ingiusta detenzione”. Adesso l’uomo, 53 anni, avrebbe chiesto un risarcimento danni di 303 mila euro per i 1286 giorni trascorsi in carcere (con condanna all’ergastolo in primo grado prima dell’assoluzione in Appello).

Stefano Binda, ai microfoni di Lombardia Nera, ha confermato la sua richiesta avanzata nella giornata di ieri: “Io ho fatto in carcere 1286 giorni prima di essere riconosciuto innocente e scarcerato. Questa è la richiesta. Siamo a qualcosa più di 300 mila euro”. Il coinvolgimento dell’uomo nel giallo sull’omicidio di Lidia Macchi ha avuto un grandissimo clamore mediatico, culminato poi con la sua assoluzione. “Tre anni e mezzo con accuse francamente infamanti, indegne e che mettono in pericolo una persona che è in carcere”, ha aggiunto Binda. Rispetto alla sua richiesta la procura generale si è opposta e su cui pesa la decisione della quinta sezione penale di Appello che potrebbe arrivare tra circa 10 giorni.

Stefano Binda accusato ingiustamente dell’omicidio di Lidia Macchi: chiesto risarcimento

Stefano Binda, assolto per l’omicidio di Lidia Macchi, nelle passate ore ha fatto ritorno in Tribunale. Ai microfoni di Lombardia Nera ha spiegato qual è stato l’effetto provato nell’avere nuovamente a che fare con la giustizia: “Non mi era nuovo al fatto che mi presentassi, ci ho sempre messo la faccia, sono stato a tutte le udienze. La prima volta che sono entrato in un Tribunale, in questo caso in una camera di consiglio che mi riguardava, come sempre sarebbe dovuto essere, cioè a piede libero. Sono potuto andare a piede libero, sottoponendomi al giudizio di chi deve giudicare, ma a piede libero, cosa che avrebbe sempre dovuto essere”.

L’uomo ha ribadito come sia la legge a definire “ingiusta detenzione la mia”. Oggi attende ma non dimentica i tre anni trascorsi in carcere e che hanno avuto “conseguenze irrimediabili”, anche sul piano economico. “Poi ci sono delle cose neanche risarcibili, nel senso morale”, ha proseguito. Oggi chi è Stefano Binda? A questa domanda il 53enne ha commentato: “un uomo più forte, più certo delle cose che c’erano già prima, persino più risolto malgrado questa esperienza”, ha chiosato.





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