OMS, “IL PEGGIO DEVE ARRIVARE”/ Tutti gli errori di un club filo-cinese

- Massimo Introvigne

L’Oms sostiene che per il Covid-19 “il peggio deve ancora arrivare”. Ma la stessa Oms, sotto la regia della Cina, ha commesso ritardi ed errori imperdonabili

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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (LaPresse)

Il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, terrorizza il mondo sostenendo che per il Covid-19 “il peggio deve ancora arrivare”. Conviene mantenere la calma, ricordando che l’Oms ci ha raccontato tutto e il contrario di tutto: sì alle mascherine, no alle mascherine; sì ai test, no ai test; sì ai guanti, no ai guanti; i non sintomatici sono contagiosissimi, i non sintomatici non trasmettono il contagio, e così via.

Si potrebbe chiudere qui, osservando che se si mettono quattro scienziati in una stanza ci diranno quattro cose diverse, e quelli dell’Oms non sembrano neppure brillare per qualità e acume. I più seri sono quelli che ammettono che del virus sappiamo ben poco, ma nel dubbio è meglio essere prudenti e rispettare le regole.

Si potrebbe chiudere qui, se non fosse che nella stessa frase Tedros commenta che “un mondo diviso aiuta il coronavirus a diffondersi”, mostrando chiaramente dove vuole andare a parare. Tedros è l’ex ministro degli Esteri dell’Etiopia e uno potrebbe caritatevolmente pensare che il “mondo diviso” è quello che lascia soli l’Africa e i Paesi più poveri, una tesi che troverebbe d’accordo anche Papa Francesco. Ma in tal caso Tedros avrebbe parlato di un mondo “egoista” piuttosto che “diviso”, e per chi ha avuto la pazienza – ce ne voleva molta – per seguirlo durante la crisi è chiaro che il significato è un altro. Un “mondo diviso” è quello dove alcuni Paesi occidentali criticano la Cina, anziché dimenticarsi dei peccatucci del regime di Pechino all’insegna di un invito buonista a mettere da parte le divisioni e collaborare.

Per capire perché l’Oms ha fallito durante la pandemia è obbligatoria un po’ di storia. Nei primi anni 2000 la propaganda cinese intesa a dimostrare che la Cina era ormai un Paese “normale” – non aveva forse il record mondiale di negozi delle grandi marche del lusso? – si è incagliata su due problemi entrambi relativi alla sanità.

Primo, nel 2002 Pechino è stata accusata di aver contribuito alla diffusione internazionale della Sars – che oggi, paragonata al Covid-19, ci appare un piccolo problema, ma sembrava drammatico allora – ritardando la comunicazione delle informazioni di cui era in possesso agli altri Paesi.

Secondo, negli anni successivi sono cominciate a emergere prove del fatto che la meravigliosa e lucrativa industria cinese dei trapianti funziona in realtà grazie all’espianto forzato di organi di condannati a morte e prigionieri di coscienza – all’epoca, del Falun Gong, ma si sono aggiunti poi i musulmani uiguri e i membri di un altro nuovo movimento religioso perseguitato, la Chiesa di Dio Onnipotente.

La Cina ha reagito con una massiccia propaganda, con una campagna acquisti tra docenti universitari di medicina del mondo intero che continua ancora oggi, e con una serie di manovre diplomatiche che hanno portato una funzionaria cinese, Margaret Chan, a essere eletta direttrice generale dell’Oms nel 2007. Le proposte di un’indagine Oms sui silenzi cinesi sulla Sars e sull’espianto forzato di organi sono state immediatamente insabbiate. Dal momento che la Chan è stata rieletta nel 2012 per un altro quinquennio, il suo regno all’Oms è durato dieci anni. I funzionari di primo e secondo livello che dominano l’Oms ancora oggi sono stati in gran parte nominati durante il mandato della Chan.

Nel 2017 era impossibile rieleggere la Chan, ma la Cina è riuscita a darle come successore un politico dell’Etiopia, cioè di un Paese legato a Pechino a filo triplo, l’attuale direttore Tedros. Questi ha mostrato subito di che pasta è fatto nominando “ambasciatore onorario dell’Oms” l’ex dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, un altro amico della Cina considerato in molti Paesi democratici responsabile di crimini contro l’umanità. Tedros ha dovuto rimangiarsi la nomina dopo lo scandalo internazionale, ma non si è certo rimangiato la sottomissione al Partito comunista cinese, che nei giorni del Covid-19 è arrivata a eccessi grotteschi.

In dicembre, Tedros è stato informato dell’esistenza di un nuovo virus simile a quello responsabile della Sars da Taiwan, ma siccome i taiwanesi sono brutti, cattivi e ribelli a Pechino ha ignorato l’avvertimento. Ancora il 14 gennaio, l’Oms twittava che il virus non si trasmette da uomo a uomo. Il tweet ha avuto conseguenze disastrose, ma serviva alla propaganda di Pechino. La Cia ha perfino accusato l’Oms di avere volutamente allertato il mondo sul Covid-19 in ritardo, per dare tempo alla Cina di produrre e stoccare milioni di mascherine che avrebbe poi potuto rivendere a caro prezzo e in qualche caso donare a fini di propaganda.

In tutto il corso della pandemia è emerso che la prima preoccupazione dell’Oms non è stata quella di salvare vite umane, ma di fare eco alla propaganda di Xi Jinping e del Partito comunista cinese. Questa è la chiave per leggere le sue contraddizioni, e dichiarazioni, che sono depistaggi per nascondere le responsabilità della Cina, e accusare chi le fa notare di “fomentare divisioni”.

La credibilità dell’Oms “pechinese” è al minimo, ma il problema è anche dell’Occidente che da anni nelle istituzioni dell’Onu – l’unico posto al mondo dove, tranne che al Consiglio di sicurezza, vale il principio caro a Beppe Grillo “uno vale uno” e il voto di dieci dittatori africani vale dieci volte quello degli Stati Uniti – si fa battere da coalizioni astutamente costruite dai cinesi.

Se guardiamo quali sono i settori chiave da far ripartire nel dopo-virus, le organizzazioni Onu che se ne occupano hanno tutte direttori generali cinesi: l’alimentazione (Fao), le telecomunicazioni (Itu), l’aviazione civile (Icao), lo sviluppo economico (Unido). Pechino è riuscita perfino a piazzare tre funzionari cinesi in posizioni chiave nel Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani di Ginevra, quello che in teoria dovrebbe condannare il genocidio degli uiguri, la repressione a Hong Kong e le persecuzioni religiose.

Su Hong Kong la Gran Bretagna, lamentando la violazione del trattato stipulato all’atto della cessione dell’isola alla Cina, minaccia di fare ricorso alla Corte di giustizia internazionale dell’Aja. La cui potentissima vice-presidente, giudice all’Aja da dieci anni, è – guarda caso – anche lei cinese.

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