OPERA/ Torna alla grande il Festival di Spoleto

- Giuseppe Pennisi

60 spettacoli in 17 giorni e 18 luoghi: il Festival di Spoleto torna dopo la pandemia con un cartellone di lusso

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© Festival di Spoleto-Andrea Veroni

Quando nel 1956-57, Gian Carlo Menotti (1911-2007) e Samuel Barber (1910-1981), legati, per numerosi anni, da uno stretto rapporto intellettuale, musicale e personale, cercavano una località nell’Italia centrale – che fosse di facile accesso da un aeroporto internazionale – dove far esibire la giovane scuola di artisti americani emergente in quegli anni in modo che si potessero fare conoscere in Europa, fu Adriano Belli (l’«avvocato delle voci», spoletino e grande melomane, nonché fondatore del Teatro Lirico Sperimentale che ha sede nella città umbra) a suggerire ed insistere per Spoleto con i suoi teatri (quello «borghese», il Nuovo, e quello «aristocratico», il Caio Melisso), il teatro romano ed altri spazi (dalla Rocca degli Albornoz a chiese e piazze) che potevano diventare luoghi di spettacolo.

A poco a poco, soprattutto nell’ultimo quarto di secolo, la caratteristica che il Festival fosse dedicato ai «due mondi» è parsa scemata. Riprende alla grande in questa edizione che è iniziata a fine giugno e comporta 60 spettacoli in 17 giorni e 18 luoghi. Il numero delle alzate di sipario è quasi simile a quello della sessione estiva del Ravenna Festival che si estende su due mesi, ed una sessione autunnale dedicata alla musica lirica,

Dal 1956-57 ad oggi, però, la situazione è drasticamente cambiata: i giovani artisti americani lavorano alla grande in Europa, mentre gli europei ed in particolare, gli italiani conoscono poco la musica moderna americana. Un esempio: la primavera scorsa hanno debuttato negli Usa due opere tratte da romanzi italiani (Il giardino dei Finzi Contini Il Gattopardo), hanno avuto tanto successo che il New York Times ha dedicato loro una pagina intera mentre nessuna testata italiana (neanche i cinque mensili dedicati alla musica) ne hanno scritto un rigo. Sarebbe auspicabile che la «nuova» opera americana che ha grande successo in Francia e Germania venisse ospitata (almeno un titolo l’anno a Spoleto).

Il festival è stato inaugurato con un concerto della Budapest Festival Orchestra (24 giugno) diretta da Iván Fischer. La compagine esegue per la prima volta in Europa il grande oratorio di Philip Glass The Passion of Ramakrishna, al quale accosta l’Ouverture n. 4 in re maggiore di Bach. All’orchestra si aggiunge il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, nel segno della collaborazione tra le due istituzioni. La proposta musicale è particolarmente ricca grazie alla presenza delle due orchestre. La residenza dei musicisti di Budapest continua al Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi (24-26 giugno) con una rassegna di musica da camera: per i «concerti di mezzogiorno».

Al centro del cartellone musicale c’è Barbara Hannigan, soprano e direttrice d’orchestra canadese, star mondiale la cui voce è fra le più originali e richieste della scena  contemporanea. La sua residenza a Spoleto è legata a doppio filo a quella dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la quale condivide il palcoscenico di Piazza Duomo per due serate. Sabato 2 luglio è direttrice d’orchestra e cantante di La Voix Humaine, nella sua originale interpretazione del capolavoro di Francis Poulenc e Jean Cocteau, che accosta a Metamorphosen di Richard Strauss. Due sono gli appuntamenti con Antonio Pappano: domenica 10 luglio, Barbara Hanningan è interprete di Fascinating Rhythm di George Gershwin nel concerto di mezzogiorno e di Knoxville Summer of 1915 di Samuel Barber, per il gran finale del Festival che Antonio Pappano dedica ai grandi compositori americani anche con la Sinfonia n. 3 di Aaron Copland.  Grande attesa per il concerto di domenica 3 luglio (Teatro Romano): Barbara Hannigan accompagnata dal pianista Stephen Gosling interpreta Jumalattaret, ciclo di canzoni composto per lei da John Zorn e ispirato al poema finlandese Kalevala, che mette alla prova le sue possibilità vocali tecniche ed espressive, ritenute al limite della possibilità umana.

Dopo l’oratorio di Philip Glass, il percorso nella musica americana continua con la rassegna di concerti dell’Ensemble Sentieri selvaggi (1-3 luglio, Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi), guidato dal suo direttore artistico Carlo Boccadoro.. In tre diversi programmi, l’ensemble costruisce un mosaico sonoro di voci da scoprire, dai grandi protagonisti del minimalismo come Philip Glass, Steve Reich e Terry Riley .

Sono stato a Spoleto il primo fine settimana del festival (24-26 giugno) ed ho visto tre spettacoli. Questi in breve i miei commenti. The Passion of Ramakrishna mostra, come sempre, un Philip Glass minimalista ed imperniato su una scrittura leggera, ma aperta da una fanfara degli ottoni e dall’impiego di percussioni, specialmente nel separare le quattro «scene» e l’«epilogo» in cui si divide l’oratorio. Per il suo carattere spirituale ed il ruolo centrale del coro ricorda Quo Vadis di Feliks Nowowiejski del lontano 1909 che, pochi mesi fa, ha debuttato a Roma (al Teatro Palladium della Terza Università statale della capitale) ed ha avuto la sua prima versione in Dvd (in Polonia, dopo grandi successi prima della Prima Guerra Mondiale è stato quasi vietato per decenni).

Il coro è in questo lavoro di Glass la voce del protagonista, un mistico indiano della fine dell’Ottocento, morente di cancro tra grandi sofferenze. Il libretto, in inglese, è «compilato e revisionato» da Kusumita P. Pedersen sulla base di testi attribuiti allo stesso Ramakrishna, le cui sofferenze ed il cui «addio alla vita» risultano più vividi. Al tempo stesso le parole del maestro sono consolatorie. Ciò risulta meglio dal testo inglese, che nel programma di sala è presentato a fronte della traduzione italiana. È sempre difficile cogliere le sfumature quando si passa da una lingua all’altra. Il coro non è unicamente la voce del protagonista. Non solo impersona Ramakrishna ma alcuni suoi elementi danno anche voce a personaggi minori di quella che è una vera azione scenica. Ci sono altri due personaggi di rilievo: il narratore Mahendranath Gupta (l’ottimo baritono Peter Harvey, che è subentrato ad un collega ammalato) e Sarada Devi, la moglie di Ramakrishna che assiste il marito morente (il soprano Maria Stella Maurizi). Il pubblico, non certo avvezzo alla musica di Philip Glass, ha risposto con vero entusiasmo alla esecuzione. Applausi e anche ovazioni a coro, orchestra e solisti. Mi auguro che il concerto stimoli qualche fondazione lirica a mettere in scena un’opera completa di Glass.La suite di Bach, con cui si è aperta la serata, temendo forse che l’oratorio di Glass (un’ora circa) fosse troppo breve per l’inaugurazione del Festival, ha avuto applausi di mera cortesia: troppo nutrito l’organico, troppo vasta Piazza Duomo per una suite orchestrale concepita per un salone per pochi aristocratici

Anche nel concerto di musica da camera al Teatro Caio Melisso, la seconda parte (da cui prende il titolo) è più importante, ed era più attesa, della prima. Poco si sa dei Canti della lontananza di Gian Carlo Menotti (qui presentati in una trascrizione per voce e ensemble di Orazio Sciortino). C’è chi ritiene che non ebbero successo, in quanto giudicati inferiori ai suoi lavori per il teatro. Credo, invece, che Menotti (il quale era un timido) li tenesse per sé: sette miniature composte su sette bellissime poesie che parlano all’intimo dell’intimo. Scritti per soprano (un soprano d’eccezione: Elisabeth Schwarzkopf) e pianoforte (Martin Isepp) hanno debuttato nel 1967 allo Hunter College in New York. Ho perplessità sull’opportunità di trascriverli per orchestra da camera. Senza dubbio, non ci sono molte cantanti con le qualità della Schwarzkopf, ma mi è parso poco appropriato affidarli alla giovane Giulia Peri, corretta nell’emissione ma con una dizione (ero in palco) difficilmente comprensibile, mentre nei Canti della lontananza la comprensione del testo è essenziale.

Infine, Le crocodile trompeur / Didon et Enée di un «collettive teatrale e musicale» di grande successo in Francia (visto al Teatro San Simone) ha, sulla carta, tutti i titoli per essere presentato in un grande festival internazionale. Ha debuttato nel 2013 al Théâtre des Bouffes du Nord (quello, per intenderci, di Brook e di Lissner), con grande successo ed ottenendo i più ambiti primi della scena teatrale francese. Riallestito nel 2021 da allora gira per teatri di Francia e Svizzera (ha una dozzina di coproduttori). Tuttavia, più che di «théâtre musical» è un «vaudeville» che prende spunto dal capolavoro di Purcell Dido and Aeneas un po’ per ridicolizzarne la situazione centrale (la regina che si suicida per l’uomo che le preferisce la carriera). Il «vaudeville», però, ha una leggerezza che questo esempio di «théâtre musical» non ha (alcune battute e situazioni sono francamente pesanti) ed è di solito breve: Le crocodile trompeur / Didon et Enéedura quasi due ore e mezzo senza intervallo mentre Dido and Aeneas circa tre quarti d’ora. Le risate durante lo spettacolo ed i calorosi applausi alla fine indicano che il pubblico si è divertito. Molto. Il vostro chroniqueur un po’ meno.





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