OTTAVA DI PASQUA/ “Non mi trattenere”: il distacco è la più grande forma dell’amore

- Giulia Sponza

Oggi è l’ottava di Pasqua. Le donne e i discepoli avevano dentro un magma indecifrabile. Quanto accaduto a Maria di Magdala era sconvolgente

Giotto, Noli Me Tangere
Giotto, Noli Me Tangere (Cappella degli Scrovegni)

A leggere le pagine del Vangelo, all’indomani del giorno di Pasqua, è quasi impossibile non immedesimarsi nello stato d’animo di quanti – amici più intimi di Gesù e in particolare le donne – si recano “all’alba del primo giorno dopo il sabato” a visitare il sepolcro.

Quello che trovano, o meglio quello che non trovano, finisce per gettarli nel panico: non bastava lo shock della morte, ci mancava pure la sorpresa del corpo trafugato.

Si percepisce, nella stringata cronaca dei testi sacri, un procedere concitato e un incalzante susseguirsi di colpi di scena ai quali, forse, abbiamo finito con l’abituarci.

Ma proviamo a focalizzare lo sguardo su Maria di Magdala: ve la immaginate, a quei tempi, una donna tutta sola, che decide di “recarsi al sepolcro, di buon mattino, quando è ancora buio” e, giunta a destinazione, “vede che la pietra è stata ribaltata”? (Cfr. Gv 20,1).

Senza alcuna esitazione, ritorna sui suoi passi decisa a raggiungere Simon Pietro e Giovanni. Occorre, pensa la donna, puntare in alto ingaggiando il “capo” e il “preferito”. I due infatti le danno subito retta e, senza snobbarla, ripercorrono a ritroso la strada verso il sepolcro trovando conferma al suo dire. E tuttavia, dopo aver visto e creduto – così almeno annota Giovanni nel suo Vangelo – “se ne tornarono di nuovo a casa perché ancora non avevano compreso le parole della Scrittura che cioè Gesù doveva risuscitare dai morti” (cfr. Gv 20,2-3.8-10).

Maria invece, cocciuta o forse innamorata, resta lì, “all’esterno del sepolcro” e non si rassegna. Vuole andare fino in fondo a quell’affare che ha dell’incomprensibile: il corpo del suo Signore, dileguato. Già non aveva accettato che glielo avessero sottratto da vivo, figuriamoci se poteva arrendersi al fatto che glielo avessero portato via da morto.

Non ha più lacrime, la poveretta e mentre sta ancora piangendo, prova ad affacciarsi nuovamente sulla soglia del sepolcro quasi per accertarsi di non aver preso un abbaglio; ma è proprio lì che comincia a succedere qualcosa di molto strano: “dove era stato posto il corpo di Gesù” sono comparsi “due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, (cfr. Gv 20,12).

A quel punto le si insinua il sospetto di stare davvero sognando, tanto più che i due personaggi intavolano una conversazione chiedendole il perché delle sue lacrime. Così non le resta che gridare la verità: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto!” (Gv 20,13). Nel frattempo Maria vacilla: è confusa, amareggiata, quasi vorrebbe scappare, ma quando fa per andarsene, le si para davanti una figura che glielo impedisce, che la inchioda. È un uomo, sì, anche lui e anche lui con la stessa domanda: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Gli ultimi brandelli di lucidità cui ancora si aggrappa, le consentono di confessare anche a lui la sua pena. Se è il custode del giardino – riflette Maria – forse sa, ha visto, o magari è stato lui stesso ad impossessarsi di quel corpo sul quale lei sola aveva pieno diritto. D’impeto allora, gli si rivolge: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. In altre parole: “Tu sei probabilmente un ladro, ma non voglio metterti nei guai. Ti chiedo solo di restituirmi quello che hai preso. Provvederò io stessa a recuperarlo, dovunque si trovi”. Continua a parlare Maria anche se nel Vangelo il dialogo si risolve in poche battute; l’angoscia della donna deborda, dilaga inarrestabile.

Solo Gesù riesce, di schianto, a tacitarla pronunciandone semplicemente il nome.

Ma per Maria, dopo quell’istante di assoluta corrispondenza, di suprema felicità, la prova ancora non si è conclusa: mentre le esplode nel petto il grido incontenibile del riconoscimento, deve accettare subito il sacrificio della distanza che Gesù, con un gesto, le impone. Un gesto la cui eco si prolunga nella storia fino a diventare paradigma di ogni autentico rapporto affettivo: “Non mi trattenere!”. Sottomettersi a queste tre parole che Gesù pronuncia prima di salire al Padre, cela dunque il segreto di un vincolo destinato a rimanere eterno: “possesso, con un distacco dentro” lo chiamava sapientemente chi ci è padre – Santa Madre Chiesa usa il termine “verginità”.

L’ottava di Pasqua ce ne offre un assaggio gravido di vibrante intensità facendoci intendere che, per metabolizzarlo, è necessaria però la vita intera e, per gustarlo in pienezza, l’eternità.

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