PADRE E FIGLIA ANNEGATI NEL RIO GRANDE/ Matamoros Banks, la profezia di Springsteen

- Paolo Vites

Trovati i corpi di un uomo e della figlia di due anni annegati nel Rio Grande mentre cercavano di entrare negli Stati Uniti

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Migranti messicani (LaPresse)

“Ogni anno molti muoiono attraversando deserti, montagne e fiumi nei pressi del nostro confine meridionale, mentre sono in cerca di una vita migliore. In questa canzone seguo un viaggio a ritroso [dalla morte alla vita, da nord a sud] quello di un corpo sul fondo del fiume, un cadavere che era stato un uomo in cammino nel deserto verso le rive del Rio Grande”. Con queste parole Bruce Springsteen introduceva e spiegava la sua canzone Matamoros Banks, pubblicata nel suo disco del 2005 “Devils & Dust”.

È stupefacente notare, purtroppo ancora una volta, che solo gli autori di canzoni rock hanno occhi, orecchie e soprattutto cuore per scorgere, prima del tempo ma anche nel tempo, le tragedie umane. Non le troverete negli editoriali di punta, nei discorsi dei politici, in quelli degli economisti. Non perché non lo sappiano anche loro, ma perché loro mentono. I cantanti rock no: “Il rockn’n’roll è l’unica cosa onesta che ci è rimasta”, diceva il cantautore americano Elliott Murphy a metà anni 70. Con i suoi pro e contro e con buona pace di tutti, è così.

Matamoros è una città del Messico nei pressi del confine con gli Stati Uniti, lungo la sponda destra del Rio Grande, il fiume che segna parte del confine fra i due stati. Dall’altra parte del fiume, in territorio americano, c’è la città di Brownsville, le cui luci si possono scorgere da Matamoros. È qui che per anni i migranti messicani hanno cercato di giungere, attraversando con il rischio di morire, e tanti  sono morti, il Rio Grande.

Per un’altra sorprendente coincidenza, l’altro massimo autore di canzoni americano, Bob Dylan, quello che insieme a Springsteen ha incarnato la storia, i sogni, le tragedie, le promesse mancate d’America, negli anni 80 insieme allo scomparso drammaturgo e attore Sam Shepard, scrisse un brano intitolato Brownsville Girl. Nella canzone, una coppia di disperati, senza casa e senza meta, vaga tra Messico e frontiera alla ricerca di una misteriosa donna, che potrebbe essere la libertà stessa. Come con Springsteen, gli autori di canzoni rock guardano negli occhi la realtà che li circonda.

Sulle rive di Matamoros (“Matamoros banks”) sono stati trovati i cadaveri di un padre e della figlia di 2 anni, con il braccio ancora teneramente intorno al collo dell’uomo, abbracciati nella morte. Affogati mentre cercavano di aggirare il muro della vergogna che, ricordiamolo, cominciò a costruire Bill Clinton, Barack Obama portò avanti e adesso Trump sta concludendo. Oscar Alberto Martinez e la figlia Angie Valeria erano profughi salvadoregni, uno dei paesi del centro America dove da decenni esiste un regime dittatoriale sponsorizzato dagli Stati Uniti tra i più sanguinari del continente. Gente disperata, che ancora credeva nel sogno americano, terra di libertà, aperta a tutti. La bimba si trova dentro alla maglietta del padre che in quel modo evidentemente pensava di poterla tenere a galla.

Per due giorni il fiume ti tiene giù
poi sali alla luce senza un suono
passi i luoghi di villeggiatura e vuoti
scali di smistamento
le tartarughe mangiano la pelle dai tuoi occhi
così giacciono aperti alle stelle

Dai via i tuoi vestiti
alla corrente e alle rocce del fiume
finché ogni traccia
di chi tu fossi mai stato è persa
e le cose terrene fanno la loro richiesta
che le cose del cielo possano fare lo stesso
addio, mia cara, per il tuo amore ringrazio Dio
incontrami sulle rive di Matamoros

(…)

Il tuo dolce ricordo arriva sul vento della sera
dormo e sogno di stringerti
nelle mie braccia di nuovo
le luci di Brownsville, oltre il brillare del fiume
un grido risuona e nel melmoso fiume rosso mi immergo

Desidero fortemente, mia cara
i tuoi baci, il tuo dolce amore
e per questo ringrazio Dio
incontrami sulle rive di Matamoros

Sulle rive del fiume quel padre e quella figlia non hanno incontrato nessuno, chissà se quella bimba aveva ancora una madre e quell’uomo una moglie.

È fin troppo evidente l’identica drammaticità della foto di Aylan, il bambino siriano trovato morto quattro anni fa su una spiaggia turca, affogato insieme ai genitori mentre cercava di raggiugnere la Grecia, sbattuto su quella spiaggia come un pupazzetto. Allora si era detto che quella foto gridava vendetta, che non sarebbe dovuto accadere mai più. No, è successo ancora, solo dall’altra parte del mondo, dove altri disperati cercano la terra promessa che viene loro negata solo perché “qua siamo già in troppi”. Il programma Report qualche sera fa mostrava un anziano cittadino di Lodi, ai tempi in cui il sindaco proibì la mensa della scuola ai bambini extracomunitari per motivi burocratici, che urlava di essere arrivato dalla Sicilia 50 anni prima. Senza una casa, senza un letto, sulle porte di casa, diceva, trovava scritto “non si affitta ai meridionali”. Poi ce l’aveva fatta, si era costruito una vita. E adesso urlava: “Questi chi sono? Perché vengono qui’?”. Aver messo poveri contro poveri, ex migranti contro nuovi migranti è la bestemmia più orribile che i potenti abbiano fatto. Quell’anziano siciliano vive nel terrore che uno straniero possa portargli via adesso quanto ha costruito in una vita. Non è così naturalmente, sono solo menzogne. Così è per i messicani, i nordafricani, i siriani: semplicemente non li vogliamo, non devono invadere il nostro orticello. E si costruiscono i muri e si chiudono i porti. È tutto molto orribile. Difficilmente nella storia dell’umanità ci si è mai vergognati tanto di appartenere alla razza umana. Aylan, Angie Valeria: non meritiamo il vostro perdono, ma voi che siete in Paradiso abbiate pietà di noi.

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