SMART WORKING/ Gli effetti collaterali sui redditi dei lavoratori più deboli

- Giancamillo Palmerini

Lo smart working diventerà sempre più la modalità di lavoro normale nel nostro Paese e non solo. Ma ci sono degli effetti collaterali

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Alla fine lo stato di emergenza, secondo la volontà del Premier Conte, verrà prorogato almeno al 15 ottobre prossimo. Questa scelta, evidentemente, ha un impatto, al netto del dibattito politico, diretto sulla vita dei cittadini e, in particolare, dei lavoratori.

Nello specifico per tutta la durata dello stato di emergenza i dipendenti pubblici e quelli privati potranno rimanere in smart working secondo le modalità concordate con le aziende. Nella Pubblica amministrazione, per una specifica norma contenuta nel decreto Rilancio, i dipendenti rimarranno in modalità “agile” fino al 31 dicembre.

Questa “nuova”, perlomeno nel nostro Paese, modalità lavorativa ha, certamente, aspetti positivi sia per i lavoratori che per le imprese. Il lavoro “agile” consente, infatti, al lavoratore, di mantenere il proprio reddito e di lavorare in sicurezza da casa e, allo stesso tempo, al datore di lavoro, di proseguire la propria attività mantenendo le commesse esistenti.

In una visione più ampia che guarda più complessivamente al sistema Italia, la possibilità di lavorare in maniera “smart” permette di contenere gli effetti recessivi sull’economia nazionale e limitare al contempo il rischio per la salute pubblica.

Più in generale, anche in considerazione della gravità degli effetti della pandemia e dell’incertezza in merito ai tempi e alle modalità della fase di convivenza e uscita, il lavoro “da casa” sta ormai diventando, nel nostro come in molti altri Paesi, una modalità di lavoro ordinaria, potremmo dire “normale” e non più straordinaria e sembra, quindi, destinata a divenire, in tempi relativamente brevi, una caratteristica strutturale del mercato del lavoro globale.

Viene da chiedersi quali, come sempre nella vita, sono inevitabilmente gli aspetti negativi di questa trasformazione del lavoro in atto. I ricercatori dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (l’ex Isfol per capirsi), con una pubblicazione di pochi giorni fa, hanno riflettuto, ad esempio, sugli inevitabili effetti indesiderabili dello smart working sulla disuguaglianza dei redditi in Italia.

Si evidenzia come la diffusione del lavoro agile come modalità di lavoro ordinario, favorita anche dall’effetto di polarizzazione del progresso tecnico e accentuata nel corso di questa emergenza, rischia di esacerbare ulteriormente le già esistenti disuguaglianze di reddito nel nostro Paese.

Questa scelta, probabilmente non prorogabile in molti settori, dovrà, sempre secondo il rapporto citato, quindi essere affiancata da (generose?) politiche di sostegno al reddito abbastanza ampie da coprire i dipendenti più vulnerabili nel breve periodo, e da (efficaci?) politiche attive in grado di colmare potenziali lacune di competenze, si pensi in particolare a quelle digitali, nel lungo periodo.

La svolta “agile”, insomma, rischia di non essere necessariamente una buona notizia per molti lavoratori specialmente i più fragili nel mercato. Per evitare che questo accada servono politiche “smart” che siano in grado di rendere questa trasformazione storica un bene per il più ampio numero di cittadini e lavoratori.

Le risorse ci sono, o perlomeno ci saranno. Viene da chiedersi se, altresì, ci siano le idee su cui puntare e scommettere.

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