Paolo Del Debbio /”Papà Velio deportato dai nazisti: era piagato ma mai piegato”

- Davide Giancristofaro Alberti

Paolo Del Debbio racconta la storia del padre Velio nel suo ultimo libro «Le 10 cose che ho imparato dalla vita». Ecco la sua incredibile storia

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Dritto e Rovescio - Paolo Del Debbio

Paolo Del Debbio nel suo ultimo libro «Le 10 cose che ho imparato dalla vita», in uscita martedì prossimo, racconta per la prima volta la storia del padre, deportato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale: «È la prima volta che scrivo di questi fatti – si legge, come riporta il Corriere della Sera – prima non ce l’ho mai fatta, ma ho preparato tanto materiale per poterne scrivere nel modo più accurato…». Velio Del Debbio, il papà del noto conduttore di Dritto e Rovescio, è stato uno degli 800mila italiani imprigionati dai tedeschi, nonché uno dei 650mila finiti nei campi di concentramento in Germania. «Velio Del Debbio – scrive ancora il conduttore – era nato il 20 aprile del 1922 in una famiglia di contadini. Nacque a Sant’Anna, frazione di Lucca, come me e come Lilia che sarebbe diventata sua moglie e che morì un 20 aprile di un anno tanto tempo dopo la sua morte: il giorno in cui il suo amore di una vita era nato. Mi piace pensare che sia successo così perché in un certo senso quel giorno, incontrandola di nuovo in Paradiso, anche lui era nato un’altra volta».

Quindi il ricordo di quei tragici eventi: «L’8 settembre 1943 il mio babbo fu fatto prigioniero dalle truppe tedesche, detenuto per qualche tempo in una prigione improvvisata dove prese anche un sacco di legnate, poi messo su un treno, su un vagone merci per il bestiame, e da lì spedito in Germania, come un numero, come un animale, perché questa era la considerazione che dell’uomo aveva il nazismo, e mio padre l’avrebbe sperimentato sulla sua pelle. Nel vagone dove rimasero per dieci giorni erano circa una sessantina. Erano stremati, affamati, morti dalla stanchezza».

DEL DEBBIO, LA STORIA DEL PAPA’ VELIO: “MORI’ IMPROVVISAMENTE, IL MEDICO…”

La loro meta, il campo di concentramento di Luckenwalde, nel Brandeburgo, non troppo distante da Berlino: «Furono spogliati, lavati con una canna dal potente getto di acqua fredda, gli fu buttata addosso della polvere bianca contro i pidocchi — che sarebbero stati il loro tormento durante tutta la prigionia —, gli furono fatte le fotografie, preso il nome, gli fu dato un numero (da ora in poi sarebbero stati chiamati per numero e non per nome), gli rasarono i capelli e gli furono consegnate quella specie di divise a righe verticali, di una tela che doveva andare bene sia per l’inverno che per l’estate». Ma il papà di Del Debbio, nonostante il dramma vissuto, al limite dell’umano, non si è p fatto piegare dai militari con la svastica: «Il mio babbo era un uomo piagato da questa esperienza disumana, ma non era un uomo piegato. Non so francamente come, ma anche sotto le bastonate, le manganellate e le botte inflittegli col calcio del fucile aveva mantenuto la schiena dritta».

Il 22 aprile del 1945, quando la guerra era ormai finita, arrivarono gli americani nel campo di concentramento, che liberarono Velio Del Debbio e gli altri prigionieri. «Come tutti gli altri – racconta ancora Paolo Del Debbio – della prigionia Velio non parlava quasi mai. A differenza di altri, Velio non divenne astioso, era anzi un uomo dolcissimo. E però gli incubi notturni, i risvegli improvvisi, le lacrime davanti al documentario tv sul campo di concentramento». Fino alla morte improvvisa e prematura: «Un medico mi disse che i segni della prigionia, le ferite da qualche parte, erano rimasti nascosti e a un tratto erano venuti fuori».

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