PAOLO FRESU/ Report: travestirsi da barboni nel paese della retorica sgonfia

- Paolo Romano

Un esperimento, ideato dal programma televisivo Report, in cui il jazzista Paolo Fresu si è travestito da barbone suonando per la strada: ne valeva la pena?

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Paolo Fresu nel travestimento utilizzato a Report

Dalla tv al web sta rimbalzando con grande eco e clamore il video di Paolo Fresu, che Report ha fatto travestire da barbone e suonare in pieno giorno a Piazza Navona. Si legge che si tratterebbe di un esperimento, anche se non si è ben capito il “cosa volevasi dimostrare” e, per dirla con Galileo, quale fosse l’osservazione e l’analisi che presiedesse a un qualsivoglia assunto scientifico.

Certo, traspare in filigrana il fatto che se ostento in pubblica via un dio della musica aduso ai sold out e nessuno si ferma, non ci si fa una gran bella figura come umanità. Però, a leggere il post del trombettista su facebook, la provocazione di suonare anche il silenzio di Cage assonerebbe con i risultati: “È quella profondità dettata da un silenzio umano, seppure in una piazza pubblica, che fa paura in quanto rappresentato dalla incuranza che nasconde un’apatia per le cose del mondo nonché una indolenza per l’altro”. Stai a vedere che chi correva perché s’era dimenticato il sugo sul fuoco, rischiando di bruciare il palazzo, finisce per essere insensibile e in fondo razzistello. Un modo curioso di approcciarsi al gesto creativo.

E così, nella melassa retorica di questo Paese disgraziato e diviso anche sulle banalità ci sono i “cattivi” e vivaddio anche i “buoni”: “Ma la società è anche altro”, ci consola, “è fatta dei tanti che riconoscono la poesia che si cela dietro un vestito stracciato o le unghie sporche”, e così il povero cristo arrivato in anticipo di mezz’ora all’appuntamento con la fidanzata si ritrova redento nel Paradiso dei giusti, non parliamo di chi ha lasciato uno spiccio al Geist der Musik.

Certo, sarebbe scorretto scorgere, oltre ad un qualche grado di pietismo, la considerazione dell’artista come una specie di super uomo, che guida e illumina le anime dannate verso il Parnaso, perché vorrebbe dire esautorare l’esperimento di dignità e ridurlo alla dimostrazione di un narcisismo ipertrofico e verticistico: io ti sto regalando la poesia, se la apprezzi sei un uomo se non la apprezzi sei un topo, alla Steinbeck.

Pare evidente che, dalle performance in strada degli ancora ignoti Maneskin a Fresu clochard, l’Italia si desta e lagrimosa s’accora di fronte all’asfalto e alla miseria. Mica servirebbe la semiotica e le sue complesse teorie su testo, contesto e paratesto per capire come l’espressione artistica abbia suoi possibili contenitori ai quali corrispondono possibili reazioni; la musica si ascolta in cuffia, camminando, live, a casa, come sottofondo, sotto la doccia, a teatro o in uno stadio e, toh, cambia la sua percezione. E incuriosisce il riferimento sotto traccia ad una assunta “età dell’oro” in cui l’umanità era meno insensibile agli artisti barboni.

Ma quando mai? Se Foscolo s’immaginava Omero inascoltato vagare “mendico” e “cieco” e il giovane sposo di Coleridge si deve sorbire un barbone che lo strattona per raccontargli del “vecchio marinaio”? Magari qualcun altro sceglie la strada deliberatamente per studiare e testare le reazioni della sua musica sui passanti (al che l’esperimento lo fa il musicista), un esercizio peraltro consigliatissimo a chiunque scelga quel mestiere. Ah, già, tipo Sonny Rollins, quasi al picco della notorietà, che, insoddisfatto del proprio suono, passava in primavera anche tredici ore al giorno per strada a suonare a solo il suo sax, per tornare in studio dopo mesi e registrare un capolavoro come “The bridge”. Non si lamentava di non esser riconosciuto, si lamentava di non saper improvvisare come voleva.

Vero pure che gli U2 si sono divertiti a suonare nella metro di New York, non riconosciuti, da barboni e si sono divertiti ancora di più a levarsi il travestimento e creare il panico suonando Desire nei sottopassi (mica l’hanno tirata tanto lunga sulla poesia e manicheismi collaterali). Ci sarebbe pure Bill Frisell che, stufo di lockdown, armato di chitarra e mascherina se n’è andato per strada a “strimpellare” qualcosa. Oppure Prince, che dopo concerti di due ore e passa, carico come una molla, si rendeva irriconoscibile e andava a jammare ovunque fosse possibile, per la voglia di suonare e basta.

Ma da noi no. Tutto diventare pesante, retorico, ingessato. A meno che questo non fosse l’obiettivo da dimostrare con lo scombinato esperimento che tanto piace al web. Italia, Paese di fiele e giulebbe.

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