PAOLO TAGGI/ Dalle radio libere a Tv2000, solo il Covid lo ha fermato

- Monica Mondo

La scomparsa di Paolo Taggi (1956-2022), protagonista della comunicazione, dalle prime radio libere all’impegno per il canale televisivo della Cei

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Paolo Taggi, immagine da Youtube

È San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, e di tutti quelli che si sono presi la bellezza e la briga di comunicare. Che non pare neppure un mestiere, sembra un privilegio, un vezzo, e invece costa tanto, fatica, zero orari, scarsa considerazione, accuse sempre. Ed è sempre meno considerato, come mestiere, obbligando a salti carpiati per tenere insieme il rispetto della coscienza, libertà e l’adesione ai dettami degli editori.

È morto un collega  e un amico, un maestro della comunicazione. È morto per questo maledetto Covid Paolo Taggi, immaginifico inventore di mondi virtuali, perché così interessato a quelli reali. Un intellettuale, colto umanista, lettore onnivoro, scrittore, uno dei pionieri delle radio private, le chiamavamo così, da ragazzi, pensando di entrare da protagonisti nell’etere, e così è stato.

Ha portato lo stesso spirito sbarazzino a Radio Rai, nella storica 3131, da giovane regista che sapeva il fatto suo, e che guardavamo con stima, appena più giovani di lui. Sceneggiati e programmi di successo, tantissimi programmi, senza fermare mai la testa e spingere la creatività, se poteva farlo, se gli permettevano di farlo. La tv era specchio, ma ne conosceva ogni meccanismo, e ne svelava ogni marchingegno con una saggistica coraggiosa e da manuale, e non a caso gli studenti della Cattolica, dove ha insegnato tanti anni, lo riconoscevano un maestro. Peraltro, leggere i curricula online: sono troppo lunghi, ma non dicono la passione, l’ingenuità che ha spesso pagato cara, la risolutezza e l’irresolutezza, perché doveva tenere insieme troppe cose, la famiglia amatissima, gli amici, e il suo lavoro che non era lavoro, e si moltiplicava, e non bastava mai alla testa, al cuore.

A Tv2000 si è messo con pazienza al servizio della Chiesa, ha fatto una tv, formato tanti professionisti. È triste e riduttivo raccontarlo. È più triste non raccontarlo, e lasciare che se ne vada in questo modo cattivo e assurdo. So che ha scritto fino all’ultimo, sotto il casco per respirare, e penso alla solitudine, alla paura e alla vorace voglia di vivere e di fare che in mille chiacchierate sapeva trasmettere, perdendosi in luoghi che solo lui vedeva, e poi scriveva, e faceva vivere. 

Il buon Dio, e lui ci credeva davvero, ci dice che nulla va perduto, nulla è stato vano, anche se ci sembrano crudeli il dolore e la solitudine. Ci spiegherà, un giorno.

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