PAPA/ Davanti al terremoto la debolezza di Francesco è stata la sua forza

- Mauro Leonardi

A Camerino, sui luoghi del terremoto dove tutto si è fermato, Francesco ha pregato in silenzio, con l’elmetto. L’abbraccio più grande

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Papa Francesco a Camerino (LaPresse)

A due anni e mezzo dal terremoto, ciò che più colpisce quando si entra a Camerino è il silenzio. Il doppio sisma ha interrotto la vita e ieri il Papa, a parte qualche parola, girava silenzioso tra le case disabitate. Ha pregato davanti a una statua della Madonna e nell’omelia della Messa celebrata in piazza ha detto di essere lì per “stare vicino” alla popolazione: “Sono qui a pregare con voi Dio che si ricorda di noi, perché nessuno si scordi di chi è in difficoltà”. 

“Abbiate speranza, andate avanti” è la frase che ha ripetuto più spesso perché l’ha rivolta a tutte le famiglie delle casette, le strutture abitative che dovevano durare per l’emergenza e che invece sembrano essere diventate definitive.

Parlare di speranza, in questi casi, se a farlo è un uomo di governo, genera tanta rabbia ma, se lo dice il Papa, si capisce che allude a un fondamento soprannaturale. Quando tutto cade e si riduce in macerie viene da chiedersi “cosa è mai l’uomo?”. L’ha esclamato dentro la cattedrale del tutto inagibile e ha spinto a pensare: perché non applicare questa considerazione anche alle difficoltà burocratiche, politiche, egoistiche, che bloccano la ricostruzione? Le cose che l’uomo costruisce nel bene sono frangibili e cadono: vale per le case, vale per i ponti, vale per tanti progetti buoni, perché non dovrebbe valere anche per il male? Anche per le disfunzioni, le ruberie, le inadempienze: così come è venuto un terremoto che ha fatto cadere le cose buone potrà venire un terremoto in grado di far cadere anche quelle cattive?

Colpita dallo stesso terremoto, il 4 ottobre del 2016 Papa Francesco era corso ad Amatrice: perché quando un prete parla le sue parole devono entrare nella vita di chi le ascolta non solo dalle orecchie ma anche dal cuore. Perché ti tremino in gola le parole bisogna che la terra ti tremi sotto i piedi.

La visita a Camerino ha dato seguito idealmente a quella di Amatrice. Una delle immagini più famose di Papa Francesco, quella del pastore con la puzza delle pecore, è efficace e vera perché si dimostra non un’immagine astratta ma una foto: e anche ieri si è visto che l’unico modo di avere la stessa puzza è stare nella medesima polvere. È la polvere condivisa che ti dà diritto ad aprire la bocca o ti obbliga a tacere. Il Papa a Camerino ha anche taciuto. Ha guardato e pregato in silenzio perché a volte il silenzio, il non saper cosa dire perché non ci sono le parole, è un bellissimo discorso. Stare in silenzio e dire le parole del tacere, dice parole che a volte sono la miglior omelia a cielo aperto.

Silenzio. Non sapere. Pregare e scavare. Abbracciare. Provare a rivivere. Le uniche parole che uomini e donne sporchi di polvere possono ascoltare sono quelle che vengono da un uomo che si vuole sporcare della medesima polvere. È questo il senso delle foto del Papa che va fra le macerie con l’elmetto. Il silenzio è la parola di un uomo che non ha tutte le risposte, perché con il dolore bisogna andarci piano a dare le risposte. Il dolore è tagliente, va maneggiato con estrema cura. Soprattutto, se non sei sporco di polvere, bisogna stare attenti, molto attenti, a metterci in mezzo Dio perché le risposte che dai con la bocca quando parli non ti riportano in vita i morti e non ti cancellano il terremoto e allora chi ti parla di Dio, ma non ha addosso la polvere, inevitabilmente ti porta un Dio senza polvere, lontano, che poteva intervenire e non ha fatto nulla.

Il Papa a Camerino è stato pastore perché è stato debole. I pastori, da soli, sono sempre più deboli dei lupi. Un uomo con un vincastro non può molto contro un branco di lupi. Ma un pastore diventa più forte del lupo se sta con le pecore. Perché allora ci sono anche gli altri cani, e ci sono altri pastori. E l’unione, se è quella delle nostre debolezze, delle nostre polveri unite, fa la forza. Un pastore con la polvere delle pecore può presentare l’angoscia della gente a Dio: così come si presenta un amico sofferente ad un amico medico. Da amico ad amico. Da affidare, da custodire, da guarire. Le parole non ci sono, ma il dolore sì. E allora che si fa? Dio, che si fa?

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