PAPA FRANCESCO E KIRILL/ Il mistero della riconciliazione è in un lager di Karaganda

- Edoardo Canetta

Nel 2001, in Kazakistan, Wojtyła si rivolse a due giovani che per coerenza si sarebbero dovuti odiare. Ma non era così. Un viatico per Francesco e Kirill?

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Il patriarca ortodosso Kirill (LaPresse)

Perché Francesco e Kirill, per incontrarsi, dovevano andare fino in Kazakistan? Di per sé la risposta è semplice. Perché la ci sarà un incontro di tutti i capi religiosi. Certo questo significa che il Papa e il Patriarca rischiano di trovarsi insieme, oltre che con importanti esponenti dell’islam e del buddismo, anche con una miriade di capi di sette di ogni tipo.

D’altra parte l’importante è che questo incontro tra i due si faccia, probabilmente in un ambito un po’ separato dal Convegno.

Certo il Kazakistan non bisogna considerarlo, tanto per usare terminologia sportiva, un campo neutro. In questa immensa steppa, proprio dalle parti dove si terrà l’incontro, si trovarono a patire migliaia di credenti, tra i quali molti sacerdoti sia cattolici che ortodossi. In quelle circostanze, create dalle deportazioni di massa soprattutto di Stalin, non era il caso di perdere tempo a discutere sulla questione del primato petrino o meno.

Ricordo con emozione quando alla vigilia della visita di san Giovanni Paolo II l’amico Padre Afananghel, giovane parroco ortodosso di Astana, mi mostrò il luogo segreto dove nella vecchia chiesa sul Prospiekt Respubliki un vecchio padre ortodosso confessava i cattolici che non avevano il loro prete. In cambio capitava che qualche prete cattolico clandestino confessasse fedeli ortodossi in quei villaggi che visitava furtivamente e dove non c’erano i loro preti.

Nessuno rimpiange quei tempi, ma d’altra parte di quei tempi qualche buon ricordo è giusto conservare.

In effetti anche sulla questione dei rapporti con il regime totalitario (comunista) proprio san Giovanni Paolo II, parlando ai giovani dell’UnivEurasiatica di Astana ebbe a dire: “Sono lieto di incontrarmi con voi, discendenti del nobile popolo kazakistano, fieri del vostro indomabile desiderio di libertà, sconfinato come la steppa in cui siete nati. Avete vicende diverse alle spalle, non prive di sofferenze. Siete qui seduti, l’uno accanto all’altro, e vi sentite amici, non perché avete dimenticato il male che c’è stato nella vostra storia, ma perché giustamente vi interessa di più il bene che potrete costruire insieme. Non c’è infatti vera riconciliazione che non sfoci generosamente in un impegno comune”.

Mi pare giusto ricordare che queste parole dette dal Papa furono concretamente ispirate dal fatto che fra quei giovani che lo stavano ascoltando ce n’erano due, una nipote di un recluso in un lager di Karaganda, e l’altro nipote della vicedirettrice del lager stesso, due dei miei studenti più cari e amici tra loro.

Forse che domani, o anche dopodomani, non sarà possibile pensare ad un’esperienza di questo tipo tra i discendenti dell’attuale popolo ucraino e dell’attuale popolo russo? Almeno in certe questioni la Chiesa è sempre avanti e, comunque, se volete saperne di più delle prospettive del prossimo viaggio di Papa Francesco, vi aspetto al prossimo articolo.

Sempre che il vostro interesse non sia totalmente assorbito dal tentativo di capire le diverse posizioni, queste sì apparentemente inconciliabili, dei diversi esponenti politici italiani. Che il Signore li benedica (e li illumini).

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