PAPA IN GIAPPONE/ L’abbraccio di Francesco ai “pochi” che hanno conservato la fede

- Cristiana Caricato

Papa Francesco è arrivato in Giappone, un mondo dove la fede è sopravvissuta tra abiure e persecuzioni. Ma la Grazia ha vinto

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Papa Francesco incontra i vescovi giapponesi in Nunziatura (LaPresse)

TOKYO (Giappone) — Alla fine il sogno si è avverato. Francesco si è fatto missionario in Giappone. Ci è arrivato da pellegrino e da Papa. Ma sempre sulle orme dei grandi testimoni della fede nipponica. Il paese del sol levante lo ha accolto sferzandolo con pioggia sottile e folate di vento umido. Quasi si piegava nello scendere la scaletta dell’aereo che da Bangkok lo portava dentro il desiderio covato a lungo.

Poche formalità e poi subito il primo impegno, nella Nunziatura di Tokio, dove ad attenderlo c’era l’intera conferenza episcopale giapponese, pronta a spolparlo con domande e interpellanze. “I giapponesi mi mettono subito a lavoro”, ha celiato senza rinunciare ai cliché che gli sono cari. Ma un po’ era vero. Nessuna pietà per l’anziano pontefice che si era svegliato all’alba in Thailandia, lasciando 30 gradi e un sole tropicale per catapultarsi ancora più ad est, nel luogo mitico per ogni gesuita che si rispetti.

Ed eccolo qui, con i suoi quasi 83 anni e il sorriso di un bambino, nel posto che ha sempre considerato comodo e adatto, in fondo suo, ma negato dal destino a Dio (che poi è lo stesso). Anche i papi devono scendere a patti con lo Spirito Santo e forse nel pronunciato sei anni fa c’era già la profezia di questa gioia fanciullesca, di quando a Natale ti arriva il dono che hai accarezzato, agognato e supplicato per mesi. Oltre l’eredità saveriana e il bisogno di forzare i confini, è facile immaginare cosa affascina, del Giappone, Bergoglio. Prima di tutto quella storia incredibile e romanzesca dei Kakure Kirishitan, i cristiani nascosti, che per quasi tre secoli riuscirono a mantenere la fede, nonostante la feroce persecuzione e l’assenza di clero. Sette generazioni che hanno vissuto miracolosamente della sola Grazia del Battesimo, amministrato da padre in figlio, nascondendosi per non essere costretti ad abiurare, calpestando con la cerimonia del fumi-e le immagini sacre.

Poi ci sono i martiri, i primi 27 del 1597, ma poi tutti gli altri venduti per 300 monete d’argento, ricompensa moltiplicata del bottino evangelico di Giuda. E ancora c’è la piccola chiesa di oggi. 536mila anime, lo 0,42% della popolazione, a cui si aggiungono i tanti immigrati cattolici residenti nel paese. Una Chiesa che deve farsi missionaria nella complessa realtà nipponica, dove non mancano solitudini e disperazione.

Nel suo primo discorso in Giappone, Francesco ha subito accennato alle piaghe e ai flagelli di una società apparentemente indomabile, difesa da un’insularità che  nei secoli ha significato anche isolamento, politicamente alla ricerca di conferme nel nazionalismo imperiale e nel liberalismo economico, ma che non riesce a porre argini allo snaturamento della sua traduzione più autentica. Ecco allora il numero altissimo di suicidi, il bullismo e fenomeni come l’Hikikomori, che portano gli adolescenti ad autoisolarsi in pochi metri quadrati: forme di alienazione – ha detto il Papa – che interessano soprattutto i giovani e che impongono attenzione e cura per le nuove generazioni. E infine Nagasaki e Hiroshima, le città martiri, che oggi visiterà come stazioni di una via crucis. La preghiera per le vittime, ma anche l’appello per il disarmo nucleare. Francesco è pronto ad affondare nella memoria dolorosa per scavare ed estrarre la ragionevolezza per l’oggi.

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