PAPA IN IRAQ NEL 2020/ Una sfida alle colpe dell’Occidente

- int. Gianni Valente

Papa Francesco ha annunciato la volontà di recarsi in Iraq nel 2020. Il suo intento è allargare il dialogo e richiamare l’attenzione su un paese chiave per il Medio Oriente

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Papa Francesco (LaPresse)

Annuncio spiazzante, come sono sempre quelli di papa Francesco, che ha annunciato la volontà di visitare l’Iraq nel 2020. Paese che si trova in situazione drammatica di disfacimento e instabilità da anni, come spiega Gianni Valente, redattore dell’Agenzia Fides, organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie, e collaboratore delle riviste di geopolitica Limes e del sito Vatican Insider, “una situazione iniziata con l’invasione americana del 2003”. Per il Papa, aggiunge Valente, si tratta di una volontà in piena continuità con il suo magistero, visto che Papa Bergoglio ha fatto dell’incontro e del dialogo con le realtà sofferenti e con il mondo islamico una costante del suo messaggio. “È un tentativo rilevante di condurre la società irachena a un dialogo e a una collaborazione che possano riportare non solo quel Paese, ma anche l’intera area mediorientale alla costruzione del bene comune a favore di tutte le componenti della società”.

Qual è il senso pastorale e politico di questo viaggio?

Il Papa continua la sua opera di sempre, quell’annuncio per un dialogo là dove sussistono situazioni drammatiche di guerra e divisioni. In questo caso fra le varie parti del Medio Oriente, che da anni vive il dramma della guerra, ma non solo. Davanti al crollo di una stabilità, che vede oggi compromesse tutte le possibilità di tornare a società che convivevano in modo fruttuoso pur nelle differenze religiose e culturali, il senso di questo viaggio è quello di recarsi in una parte del mondo dove le grandi potenze non trovano o non vogliono trovare un dialogo, per poter così richiamare a una ricomposizione civile e religiosa della società.

Ha colpito il tono molto duro del Papa quando ha ammonito di “pensare all’ira di Dio che si scatenerà sui responsabili di quei Paesi che parlano di pace e vendono armi per fare queste guerre”. Quei Paesi in fondo siamo noi, sono gli Stati Uniti, la Russia, la Francia e la Germania. Che ne pensa?

Sì, ma è ciò che il Papa ha sempre detto, accusando i commercianti di armi. Con quelle parole ha voluto intendere che non c’è solo un problema locale di scontro fra le varie entità che vivono in quei territori, ma c’è una responsabilità precisa dei Paesi occidentali, che contribuiscono a questa situazione di guerra continua. Il problema dell’Iraq non è qualcosa di nuovo, è qualcosa che è cominciato dopo l’invasione americana del 2003, provocando il collasso di una società.

L’Iraq è a maggioranza sunnita. Questo viaggio potrebbe provocare i Paesi sciiti del Golfo, che da tempo sono sul piede di guerra proprio contro i sunniti?

Non credo ci sarà una forma di ritorsione da parte di quei Paesi, anche perché in Iraq la comunità sunnita è molto estesa, ma ci sono anche i curdi e naturalmente i cristiani. È con queste realtà che il Papa vuole dialogare, cercando in questo modo di riportare l’attenzione del mondo su questa realtà oggi divisa e frammentata.

Qui la comunità cristiana, come in Siria, vive una realtà di diaspora, di abbandono di territori in cui ha vissuto per secoli…

Ecco perché il viaggio del Papa sarà un momento di incontro e di incoraggiamento per tutti i cristiani che vivono una realtà dolorosa e drammatica.

Si può dire che questo viaggio rappresenta anche la continuazione del  documento sottoscritto ad Abu Dhabi con il Grande Imam di al-Azhar?

Certo. Il Papa ha scelto il Grande Imam di al-Azhar per dare il via a un confronto e a un dialogo fruttuoso con il mondo islamico, come peraltro aveva già fatto in Egitto. Come detto, il progetto di Bergoglio è sempre stato quello di estendere il dialogo a tutti. Non a caso, annunciando il viaggio,  si è soffermato sul “richiamo a quella fraternità sincera e rispettosa di ciascuno” a cui era dedicato il Documento sottoscritto ad Abu Dhabi.

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