PAPÀ KILLER CONDANNATO A MORTE/ Ma la moglie lo perdona e dà luce al buio dell’anima

- Laura Cioni

Nel 2014 Timothy Jones uccise i suoi 5 figli. È stato condannato a morte dal tribunale della North Carolina ma la moglie ha chiesto di non eseguire la sentenza

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LaPresse

Potrebbe essere il nome di uno degli abitanti di Spoon River quello di Timothy Jones, tanto sembra comune. Invece è il nome dell’uomo che nel 2014 uccise i suoi cinque figli e che ora è stato condannato a morte dal tribunale del South Carolina. La pena capitale gli è stata comminata nonostante il fatto che la moglie abbia chiesto di lasciarlo vivere, in nome dell’amore che i fratellini nutrivano per il loro padre. Fatto per fortuna raro che un uomo uccida tutti i suoi figli, fatto quasi unico che a sua parziale difesa non ci sia la schizofrenia di cui l’assassino pare soffra, ma le parole della moglie, dalla quale viveva separato e che gli aveva affidato i bambini per garantire loro migliori condizioni economiche.

Questi sono i fatti noti. Una famiglia piuttosto numerosa, al cui interno però ben presto qualcosa si spezza. Come in tante famiglie. Perché la madre affida al marito tutta la prole, compreso l’ultimo nato di appena un anno? Nell’apparente normalità di una separazione è solo un calcolo economico, sia pure per il bene dei figli, che spinge una donna a privarsi della loro cura e del loro affetto? Come non prevedere la fatica del lavoro e del far crescere cinque figli in tenera età per un uomo che era sì ingegnere informatico, ma che si era via via convinto dell’esistenza di un complotto contro di lui da parte di uno dei bambini e di sua moglie? Questa è stato forse il sintomo di una deviazione e poi la molla che ha scatenato la violenza? Era così celato questo sintomo da non poter essere affrontato? 

È molto buio il fondo della mente umana e i suoi meccanismi, i sintomi con cui il male si manifesta, il senso di colpa che sembra emergere dai fatti, non lo raggiungono se non per approssimazione.

In questa tragica vicenda l’altro lato sconcertante è l’appello alla clemenza della corte pronunciato dalla madre delle piccole vittime, in nome dell’amore che esse nutrivano per il padre. Sembra non esserci alcun desiderio di vendetta in lei, solo il ricordo di un bene più forte e più durevole da parte dei bambini per chi aveva dato loro la vita. Ed è così che sopra l’aridità della giustizia di questo mondo si apre un varco che sembra provenire dal profondo dell’umanità. Il bene sembra per un attimo prevalere, come una luce quasi invisibile. E infatti non ha prevalso, perché il compito di chi deve condannare o assolvere è basato sui fatti. Ma chi scruta i cuori, lui solo riconosce alla donna che ha perso veramente tutto il merito di un atto di riparazione e di pietà.

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