PASQUA A DAMASCO/ Mons. Zenari: il coronavirus fa più paura delle bombe

- int. Mario Zenari

Anche in Siria si registrano i primi casi di coronavirus. Dopo le bombe e i missili, un nemico ancora più pericoloso

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LaPresse

“Mai, in dieci anni di guerra, le chiese sono state chiuse durante la Settimana Santa” ci dice il cardinal Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco. “Anche con la paura delle bombe e dei missili, celebravamo i riti e la messa di Pasqua, era un momento di serenità per tutti i fedeli. Ma adesso siamo davanti a un nemico più pericoloso delle bombe”. Ufficialmente, aggiunge, in Siria sono stati registrati 19 casi di Covid-19 e due persone morte, ma “potrebbe essere solo la punta di un iceberg tenuto nascosto dalle autorità”. Le quali hanno preso immediatamente misure drastiche: coprifuoco dalle 18 alle 6 di mattina, che la gente rispetta rigorosamente. “Siamo davvero tutti nella stessa barca, come ha detto il Papa, ma non dobbiamo fermarci all’aspetto negativo. Durante la guerra ho visto tanti samaritani e tante veroniche, li stiamo vedendo anche adesso, penso a quell’esempio di generosità e solidarietà che gli italiani stanno dando al mondo”.

Ci sono casi di coronavirus in Siria?

Le fonti ufficiali parlano di 19 casi e due morti, però è difficile sapere i numeri reali, potrebbe essere solo la punta di un iceberg che ignoriamo.

Le vostre strutture sanitarie sono state semidistrutte dalla guerra. Riuscirete a far fronte a un eventuale crescita del numero degli infetti?

Più di metà degli ospedali sono inagibili. Lo scorso febbraio abbiamo assistito all’arrivo di un milione e mezzo di sfollati dai territori curdi e da quelli di Idlib, ammassati senza le minime misure sanitarie. Se il virus dovesse espandersi, sarebbe una tragedia senza paragoni nella storia, un’apocalisse. Non oso pensarci. Ci sono, poi, luoghi di detenzione con prigionieri di una parte e dell’altra. Spero che il Signore posi lo sguardo su questa situazione e risparmi questa gente già provata da anni di guerra. L’Oms ha anche dichiarato che i due terzi del personale sanitario sono fuggiti dalla Siria: se il virus dovesse espandersi, i medici rimasti rischierebbero tutti la vita. E’ una prospettiva che fa paura.

E’ stato consigliato alla gente di mantenere le distanze e sono state adottate misure di sicurezza?

Una decina di giorni fa, nel giro di appena 24 ore, le autorità hanno emanato misure drastiche. Segno evidente che hanno paura. C’è il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino, a Damasco non si vede nessuno per strada, non so nelle altre città.

In Italia la Settimana Santa si celebrerà con le chiese chiuse. In Siria una simile esperienza sarà già stata vissuta durante la guerra…

Anche noi teniamo le chiese chiuse e le dirò che è un paradosso. Mai, in dieci anni di guerra, abbiamo chiuso le chiese, nonostante le bombe e i missili. La veglia pasquale, anziché di notte per ragioni di sicurezza, si celebrava alle 17, ma per il popolo siriano era una momento di serenità in mezzo a tanto dolore. La cosa incredibile, però, è che oggi siamo davanti a un nemico peggiore delle bombe: di nemici ne abbiamo visti tanti in questi anni, ma il virus è quello che fa più paura.

Questa chiusura non viene dunque vissuta come una sconfitta della fede? Se noi non possiamo andare da Dio, è Dio a venire sempre da noi?

Certo. E’ uno scossone mai vissuto, ma molti parroci, grazie alle nuove tecnologie, si sono organizzati con dirette su Internet affinché i fedeli a casa possano seguire la liturgia. Come ha detto il Papa: siamo costretti a tornare alle cose essenziali. Qui in Siria si contano sei riti cattolici diversi, tutti bellissimi e toccanti, ciascuno ognuno con le sue tradizioni, ma non sono certo i riti la cosa essenziale. Rappresentavano una “distrazione” oltre che una devozione, adesso guardiamo direttamente Cristo in croce, la passione di Cristo insieme alla passione dell’umanità. Adesso si sfronda tutto, si va al cuore di Cristo che ha patito ed è risorto. Forse questo scossone può servire per andare all’essenziale.

Il Papa ha ricordato come, attraverso la Sua Passione, Gesù “ha provato l’abbandono più grande perché quando sembra che perfino Dio non risponda ci ricordiamo di non essere soli”. Come commenta queste parole?

Nel 2012 un sacrestano ha chiesto a un parroco di Oms, città semidistrutta dalle bombe, dove doveva preparare per la Via Crucis. Il parroco gli ha risposto: prendi una corda, fai il giro dei quartieri e poi chiudi tutto e in mezzo metti un cartello con scritto Calvario. Questa è la realtà, ma non siamo mai soli qualunque cosa succeda.

Questa epidemia cambierà in meglio l’umanità?

Dipende, ci sarà chi capirà e chi non capirà. Mai avremmo pensato a una epidemia, qualche anno fa a parlarne avremmo riso, però durante la guerra ho visto non solo le bombe e i morti, ho visto tanti buoni samaritani, tante veroniche. Dobbiamo guardare sempre ai due lati della medaglia. Anche in Italia sto vedendo tanta generosità e solidarietà.

(Paolo Vites)

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