PASQUA IN IRAQ/ Card. Sako: in Cristo risorto ricostruiremo tutto, uomini e pietre

- int. Louis Raphael Sako

Pasqua in Iraq. La visita del Papa è stata la riaffermazione dell’umanità di Gesù, la possibilità di un “passaggio” e di una rinascita oltre la persecuzione e i settarismi

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La visita del Papa in Iraq

Una statua della Vergine Maria vandalizzata dai miliziani dell’Isis, con le mani troncate, a Erbil, dove papa Francesco si è recato durante la recente visita in Iraq, capeggia come simbolo del martirio di questo paese, ma anche come simbolo della presenza fisica di Dio che permane nonostante tutto. E che in occasione della Pasqua rappresenta anche la resurrezione del Figlio, che accade senza sosta da duemila e passa anni.

“Questa Pasqua dopo la visita del Papa significa per noi la risurrezione del nuovo Iraq, diviso per vent’anni da settarismi e violenze” ci ha detto in questa intervista Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, la più numerosa comunità cristiana irachena. “L’umanità di Francesco ci ha fatto vedere quella che era l’umanità di Gesù, un uomo che stava con le persone, le guariva, era loro amico. Spesso oggi noi cristiani pensiamo a Gesù solo come una figura divina, ma il nostro compito come cristiani è stare tra le persone, di qualunque religione o cultura: i gesti di amicizia cambiano la gente”.

La visita del Papa in Iraq è stata segnata dall’esortazione “Fratelli tutti”, titolo della sua ultima enciclica. Cosa hanno significato questa frase e questa visita in un paese diviso da vent’anni di guerre?

L’Iraq è un paese diviso, spaccato, con conflitti che durano da vent’anni. Il Papa è venuto da noi portando tutto il suo senso di umanità che non ha potuto che farmi ricordare dell’umanità di Gesù.

In che senso?

Noi cristiani di oggi abbiamo perso il significato dell’umanità di Gesù. Intendo i suoi gesti fisici, quello che ha fatto a Betania riportando in vita il suo amico Lazzaro. I gesti umani di Gesù erano gli incontri con i peccatori, gli ammalati. Noi invece ci siamo abituati a pensare a Gesù come a una figura divina, in quanto figlio di Dio, e ci dimentichiamo del suo essersi fatto uomo. Il Papa con la sua semplicità umiltà, il senso profondo di amicizia ha colpito tutti gli iracheni. Sono tutti usciti per strada per vedere il suo sorriso, la sua mano che salutava. La vicinanza, i gesti di amicizia cambiano la gente, ecco quello che è accaduto.

Che altri segni ha lasciato questa visita?

Gesù ha detto non c’è amore più grande che dare la vita per gli altri. Vuol dire che amore è dare tutto, questa è la strada per il rinnovamento. L’Iraq è in mano al settarismo dell’islam politico che è molto forte in tutto il Medio oriente, dove rivendica uno stato esclusivo. Questa non è la strada. Siamo tutti fratelli, tutti abbiamo diritto alla giustizia, all’uguaglianza, a vivere nella dignità e nella gioia. Nessuna religione deve dominare le altre, ogni religione deve guardare il suo particolarismo, la sua identità senza dominare. Tutti hanno capito il messaggio del Papa: siamo fratelli ma diversi.

A proposito di islam politico, sappiamo che dietro a questi gruppi ci sono gli interessi di tante nazioni straniere che manovrano queste persone. Come cristiani vi sentite abbandonati dall’Europa, dalle nazioni occidentali?

Queste guerre sono assurde. I potenti cercano gli interessi economici, la dignità umana non viene tenuta in conto in questa parte del mondo. Bisogna cambiare. Il Papa ha detto tante volte fate tacere le armi, il terrorismo, la violenza. Noi cristiani abbiamo sofferto perché rifiutiamo il sistema tribale dove ogni tribù protegge i suoi membri. I cristiani non li protegge nessuno. La nostra formazione spirituale ci insegna ad andare al di là delle concezioni tribali, la visita del Papa ci ha dato conforto e grande sostegno davanti a tutto questo. Ma abbiamo bisogno di voi cristiani dell’occidente e vi chiediamo di esserci vicini e solidali.

Eppure ci si è dimenticati di voi.

La nostra presenza è minacciata. Eravamo un milione e mezzo in Iraq, adesso siamo meno di 500mila. Lo stesso in Siria, dove i cristiani erano più del 10% e la stessa cosa adesso sta accadendo in Libano, dove i cristiani sono minacciati. Qua in Medio oriente sono le radici del cristianesimo che vuole mantenere la sua presenza e la sua vocazione.

In una recente intervista lei ha detto che la Chiesa si deve prendere cura degli affari pubblici, un’affermazione coraggiosa per i cristiani iracheni. Intende che i cristiani devono prendere parte anche alla vita politica?

Sì. Alcuni ci criticano quando parliamo di politica o dei diritti umani o cerchiamo un equilibrio, ma il nostro dovere come cristiani non vuol dire nascondersi in una grotta. Non è quella la nostra missione, dobbiamo tenere conto di tutti i particolari, Gesù ha detto sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Ha criticato i ricchi, i sacerdoti e anche i politici come ha fatto con Erode. Dobbiamo difendere i diritti dei perseguitati senza guardare a religione o appartenenza etnica. Il Papa è andato anche dove i musulmani sono stati perseguitati. Non dobbiamo essere settari e pensare solo al nostro gregge.

Uno dei momenti più toccanti della visita è stato a Erbil, davanti alla statua della Madonna vandalizzata, quasi un simbolo della presenza di Dio che permane nonostante tutto.

Il Papa ha detto chiaramente che bisogna chiudere la pagina del passato e aprire una pagina nuova con fiducia. Per noi cristiani la Pasqua è il passaggio da uno stato all’altro, un messaggio a un nuovo Iraq, a una nuova mentalità, abbandonando quelle culture che hanno distrutto il paese e i rapporti. La Pasqua è il risveglio del nuovo Iraq, del nuovo uomo con più fiducia, amicizia e solidarietà. Per ricostruire tutto, prima l’uomo e poi anche la pietra.

(Paolo Vites)

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