Passaporto vaccinale/ Consensi e dubbi: dalla privacy al rischio discriminazione

- Davide Giancristofaro Alberti

In Ue si potrebbe dare vita ad un passaporto digitale vaccinale che permetterebbe di viaggiare liberamente senza problema, ma non è così semplice come sembra…

British Airways
Volo British Airways (LaPresse)

Cresce l’ipotesi di un “passaporto digitale vaccinale” nell’Unione Europea. A richiederlo sono le nazioni che hanno visto il turismo registrare perdite ingenti nel 2020, a cominciare da Grecia, Portogallo e Malta, ma anche Danimarca, Estonia, Islanda e Spagna sembrerebbero favorevoli all’idea. Per la Francia sarebbe invece troppo presto, mentre in Italia qualcuno si sarebbe già espresso a favore, come ad esempio il commissario straordinario per l’emergenza covid, Arcuri. Obiettivo, permettere a chi si sottopone al vaccino di poter aver un “lasciapassare” che gli permetterebbe quindi di viaggiare in tutto il mondo, in favore del settore turistico, che ha visto un 2020 falcidiato e che è iniziato con il piede sbagliato a causa della pandemia.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si dice d’accordo sul passaporto vaccinale, ma basta che venga redatto un protocollo comune, ed inoltre, ha sottolineato come via sia una questione di privacy non da poco, tenendo conto che bisognerebbe esibire i propri dati sanitari personali.

PASSAPORTO VACCINALE: PER ORA SOLO UN’IDEA

Stando a quanto scrive Open, il “passaporto digitale vaccinale” sarebbe un’applicazione via smartphone che verrebbe esibita attraverso uno scanner, e che certificherebbe o meno l’avvenuta vaccinazione. Al progetto starebbe già lavorando l’azienda americana The Common Project, che ha realizzato il “CommonTrust Network”, una piattaforma che garantirebbe la privacy e che nel contempo certificherebbe il vaccino anti covid. La privacy del resto resta il nodo principale: “chi è che si occuperebbe di raccogliere e tutelare i dati?”, si domanda giustamente Open, e per ora a riguardo tutto tace. Proprio per questo l’Oms ha chiesto che venga prima designato un ente internazionale indipendente che possa fare da garante circa l’uso delle informazioni raccolte. Vi sono poi altri problemi, come quelli sollevati dalla dottoressa Ana Beduschi, secondo cui un’identità sanitaria potrebbe sollevare interrogativi sulla «protezione dei diritti umani»: condividendo informazioni sulla propria salute sarebbe il primo passo per creare distinzioni in base allo stato fisico, dando quindi vita a possibili discriminazioni. Infine c’è un ultimo quesito lecito: fino a quanto durerà l’immunità dopo il vaccino? Una domanda lecita a cui ancora oggi nessuno è in grado di dare una risposta certa. Ecco perchè l’idea del “passaporto digitale vaccinale” resta per ora solo tale.



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