PATTO DI STABILITÀ/ Il trucco dei falchi per far cadere l’Italia in trappola

- int. Sergio Cesaratto

Si continua a discutere, ma non in Italia, del futuro della governance europea. Il nostro Paese rischia di rimanere intrappolato in regole all’apparenza convenienti

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Valdis Dombrovskis con Paolo Gentiloni (LaPresse)

Nella settimana che si è appena conclusa è tornato a galla il tema del futuro delle regole del Patto di stabilità e crescita al momento ancora sospese. Il quotidiano tedesco Handelsblatt ha pubblicato in esclusiva i contenuti di un documento messo a punto dagli economisti del Mes, nel quale si suggerisce una modifica del parametro debito/Pil per portarlo dal 60% al 100%, lasciando invariato quello relativo al deficit/Pil al 3%.

Per l’Italia si tratterebbe di una modifica positiva? Secondo Sergio Cesaratto, Professore di Politica monetaria e fiscale europea all’Università di Siena, che ha appena pubblicato “Sei lezioni sulla moneta – La politica monetaria com’è e come viene raccontata” (Diarkos), «una proposta del genere potrebbe essere ingannevole in quanto apparentemente più realistica. La riduzione in 20 anni del rapporto debito/Pil sino al 60% prevista dal Fiscal compact del lontano 2012 è rimasta misura inapplicata in quanto irreale.

Essa avrebbe comportato surplus di bilancio primari (surplus una volta pagati gli interessi sul debito) tali da far crollare la domanda interna e l’economia rendendo, peraltro, ancora più lontano quell’obiettivo. La natura surreale del provvedimento l’ha reso lettera morta. Rendendolo apparentemente più realistico lo si vorrebbe rendere operativo. Ma gli effetti drammatici sull’economia sarebbero i medesimi sia che si voglia arrivare al 60% che al 100%. Le regole non vanno ideate a tavolino».

Il nostro debito pubblico andrà pur ridotto…

Ci si deve domandare se e quanto è possibile all’Italia ridurre il debito pur mantenendo una stance fiscale espansiva, chiedendosi non solo cosa deve fare il nostro Paese, ma quali politiche devono adottare gli altri Paesi e la Bce per agevolare una comunque lentissima riduzione. Qui i guai si fanno seri, perché con il rialzo dell’inflazione sopra al 2% la Bce ha meno carte da giocare contro i ricorsi all’Alta corte tedesca dei professori tedeschi che vorrebbero la cessazione dei suoi acquisti di titoli pubblici.

Proprio giovedì c’è stato il board della Bce e il nostro spread non ha reagito bene alle parole di Christine Lagarde che volevano essere rassicuranti proprio sul livello dell’inflazione. Come mai?

La Bce ha presentato proiezioni secondo cui l’inflazione scenderà nel medio periodo sotto al 2%, e affermato che essa tollererà momentanei rialzi sopra il 2%. Essa ritiene che per ora non ci saranno riflessi dell’aumento dei prezzi (di origine esogena, energia, ecc.) nella contrattazione salariale, e dunque non vuole introdurre misure che mortifichino la domanda aggregata e la ripresa – ripetendo gli sciagurati errori del 2008 e del 2011 quando accrebbe i tassi, rispettivamente, un attimo prima del crollo di Lehman Brothers e della crisi degli spread. La sensibilità del debito italiano a un rialzo dei tassi o a una diminuzione degli acquisti è poi una spada di Damocle per Francoforte. L’immediata reazione dei mercati, poi rientrata, non è stata convinta dalle rassicurazioni della Lagarde, e gli spread Btp/Bund sono saliti. L’aspettativa è di una Bce meno aggressiva nel futuro.

Dunque cosa bisognerebbe fare?

In questo contesto non basta riproporre formulette più o meno addolcite, va riformata la governance europea. Attenzione poi, il Mes propone anche di sostituire le regole sul debito con quelle sulla spesa pubblica. In altre parole la spesa pubblica dovrebbe variare a un tasso che rifletta la crescita pregressa dell’economia in oggetto. Bene, così se un’economia ha avuto tassi di crescita negativi o modesti dovrà diminuire la spesa, o tenerla costante, col bel risultato che quell’economia andrà peggio! Il modello che costoro hanno in testa è quello mainstream in cui la spesa pubblica non è un fattore di crescita, anzi un ostacolo. Ma secondo me sono anche bugiardi perché sanno che non è così, ma lo dicono condizionati dalle disgraziate rigidità mentali e dall’insopportabile moralismo di una parte dell’élite tedesca.

Stando anche alle dichiarazioni del commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, presto dovrebbe iniziare il dibattito proprio sul futuro della governance europea. Intanto, circa due settimane fa, il Direttore generale del Mes, Klaus Regling, in un’intervista a Der Spiegel ha criticato la “regola del debito”. Cosa ne pensa?

La Commissione europea ha in effetti rilanciato la revisione della governance economica europea, un processo già avviato nel febbraio 2020 e poi sospeso per la pandemia. Mi sono riletto il documento di avvio della review. È pieno di buone analisi sul passato, in particolare si riconosce quanto le politiche di austerità della prima metà dello scorso decennio siano state controproducenti e che la Bce sia stata lasciata sola a combattere la deflazione; si giudicano negativamente i surplus commerciali di alcuni Paesi; si sostiene che vada costruita una fiscal capacity europea e che politica monetaria e fiscale debbano coordinarsi (come sostenuto anche nella strategy review della Bce dello scorso luglio). Si ammette inoltre che regole attuali sono una astrusa Sagrada familia di norme, poco trasparenti e incomprensibili al cittadino informato. Bene dunque che Regling si accodi. Ma è sulle proposte che poi l’Europa diventa debole. Le proposte del Mes, abbiamo detto, sono una riproposizione di quanto già visto, anzi forse peggio.

È probabile che per le vere decisioni sul Patto di stabilità e crescita bisognerà attendere non solo il nuovo Governo tedesco, ma anche le elezioni presidenziali francesi della prossima primavera. All’Italia converrà avere ancora Draghi al Governo per spuntare le modifiche più opportune al tavolo dei negoziati?

Converrà avere Draghi nella presunzione che egli abbia idee più chiare e avanzate dei politicanti che lo sostengono. Purtroppo nel Paese non si è aperto nessun dibattito sulla riforma della governance europea, né a sinistra né a destra. Ricordiamo che Enrico Letta ha nel passato eletto il debito pubblico italiano come nemico numero uno, capendo poco e niente dei danni dell’austerity e anzi condividendo le politiche europee. Certamente ora qualcosa avrà capito anche lui, ma un dibattito non lo sta aprendo, e per farlo dovrebbe scegliere altri economisti di riferimento. Ce ne sono di valorosi e prestigiosi, perché non lo fa? Giuseppe Conte si limita a riproporre il cashback, no comment. Letta e Conte hanno i nostri telefoni. Della destra che vogliamo dire? Se fosse stato per Salvini & Meloni saremmo come il Brasile di Bolsonaro. Hanno sempre remato contro nella lotta alla pandemia. Che c’è da aggiungere?

Si sono date diverse interpretazioni in merito: lei cosa pensa delle dimissioni di Weidmann dalla Bundesbank? Il suo passo indietro significa un indebolimento dei “falchi” e una rafforzamento delle “colombe”, quanto meno nella Bce?

È una tradizione della Bundesbank! Nel 2011 avemmo già le dimissioni prima di Axel Weber da presidente della Buba, e poi di Juergen Stark da membro del consiglio esecutivo della Bce in polemica con le scelte di politica monetaria. Vedremo con chi Weidmann verrà sostituito, probabilmente un falco. Isabel Schnabel che è anche membro dell’executive board sarebbe un’ottima scelta (per noi), ma troppo squilibrata verso l’attuale conduzione della Bce per i conservatori tedeschi. In realtà, la Schnabel sarebbe una scelta equilibrata anche dal loro punto di vista (né falco né colomba), consentendo una direzione consensuale della Banca, tenuto anche conto che essa continua a essere sotto tiro.

Insomma, quali mosse il Governo italiano dovrebbe intraprendere nei prossimi mesi, anche in vista della revisione del Patto di stabilità?

Naturalmente farsi forza degli spunti di “autocritica” da parte delle autorità europee sugli errori di dieci anni fa. E con forza sottolineare che non si può dire “scurdammoce ‘o passato”, troppo facile. La Germania ha avuto enormi risparmi di spesa per interessi simmetrici al peggioramento delle nostre finanze pubbliche.

Perché professore?

Perché quando gli investitori venivano lasciati fuggire dai nostri titoli senza che la Bce muovesse un dito per sostenerci, essi si rivolgevano ai titoli tedeschi. Poi quando la Bce è intervenuta, essa ha dovuto acquistare anche titoli tedeschi, con ulteriori benefici in termini di interessi negativi per Berlino. Beh, questo va fatto pesare almeno come responsabilità politica dell’aggravamento del debito italiano. L’avevamo ridotto con grandi sacrifici dal 120% al 99% nel 2007 o giù di lì, poi l’austerità e l’inazione della Bce (sino a Draghi) lo riportarono al 130%. Ma, soprattutto, non si deve cadere nella trappola delle regole: rendendo queste ultime più “realistiche” i falchi alla Regling (ora travestiti da colombe) intendono renderle più “applicabili”. Meglio allora regole assurde e inapplicabili. Va ribaltato il discorso: cosa si deve fare per rendere il nostro debito sostenibile e al contempo assicurarci una crescita decente (ciò che renderebbe anche l’unione monetaria più solida)? Le regole sulla spesa che potrebbero prevalere in luogo delle regole sul debito possono essere persino peggiori, risultare cioè pro-cicliche invece che anti-cicliche. La politica economica è più un’arte che una scienza.

Meglio allora rinunciare alle regole?

Basta regole. O meglio, manteniamo pure un regola sui bilanci nazionali, ma si avvii la costituzione di un bilancio federale che federalizzi il finanziamento degli investimenti pubblici sia in funzione di aggiustamento strutturale degli squilibri interni all’euro area che, via disavanzi federali, in funzione anticiclica. Si metta inoltre per iscritto che politica fiscale federale e monetaria debbano coordinarsi ai fini della crescita e del riequilibrio strutturale e ambientale dell’euro area, pur non lasciando cadere l’obiettivo della stabilità monetaria nel medio periodo. Ça va sans dire che l’Italia dovrebbe presentarsi con adeguata fermezza la tavolo europeo. Presumo che Draghi sappia come stanno le cose, e la sua flemma sia la più adatta per mettere politicamente all’angolo i falchi. Poi i rapporti di forza sono quelli che sono, ma la nostra debolezza può essere la nostra forza. Sia ben chiaro, in tutto questo non assolvo Draghi dalle passate responsabilità, dal “collaborazionismo” nelle privatizzazioni alla famigerata lettera “lacrime e sangue” al Governo italiano scritta con Trichet del 2011. Ma Draghi è anche quello del discorso keynesiano a Jackson Hole nel 2014. Da buon cattolico ed essendo persona intelligente egli sa forse imparare, e certamente adattarsi alle circostanze storiche.

Opportunismo professore?

Mah, uno dei simboli dei primi cattolici era il pesce, credo.

(Lorenzo Torrisi)

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