PENSIONI E RDC/ I “pilastri” da riformare prima degli ammortizzatori sociali

- Giuseppe Pennisi

La riforma degli ammortizzatori sociali è prevista nel Pnrr, ma non sembra possibile portarla a termine senza prima guardare a pensioni e Reddito di cittadinanza

Franco, Draghi e Orlando
Draghi con i Ministri Franco e Orlando (LaPresse, 2021)

Nel Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr), il disegno di legge di riassetto degli ammortizzatori sociali viene definito a p.79-80 una “riforma di accompagnamento”, ossia una riforma che “accompagna” e dà forza ad altre riforme. Non viene indicato un termine esatto per iniziarla e portarla a termine come per altre riforme, soprattutto quelle “abilitanti” (come giustizia e tributi), ma dal contesto si evince che deve prendere corpo in un “collegato” alle Leggi di bilancio, iniziando dalla prossima. Per questo motivo, la trattativa in corso tra il Governo (e per suo conto il ministro del Lavoro) e le parti sociali è tanto importante ai fini di politica economica.

Non pare, però, iniziata con il piede giusto. In lessico anglo-americano, si direbbe che alle proposte del Ministero mancano due elementi essenziali: the big picture e the long view, ossia il quadro generale e la prospettiva di lungo periodo. Le proposte sembrano il frutto del lavoro di giuslavoristi di lana caprina che si soffermano su alcuni istituti (in primo luogo, la Cassa integrazione guadagni nelle sue varie forme) senza tener conto del contesto e della sua possibile evoluzione, con le pertinenti implicazioni economiche e finanziarie.

Non è questa la sede per riassumere lo sviluppo del welfare all’italiana negli ultimi trent’anni da un sistema acutamente definito da Maurizio Ferrera “particolaristico-clientelare” a “un sistema tendente ad essere universalistico, ma mantenendo un aspetto clientelare”, quanto meno per quanto attiene ai tempi dell’erogazioni delle prestazioni anche più dovute. Tuttavia, non si può negare che i due più importanti ammortizzatori sociali (anche e soprattutto sotto il profilo finanziario) sono le pensioni e il Reddito di cittadinanza. 

Utilizzo il termine “pensioni” e non “previdenza” a ragion veduta: da anni i rapporti annuali del centro studi Itinerari Previdenziali sottolineano che, nonostante la normativa del 1989 che impone una netta separazione tra previdenza e assistenza, il 52% dei pensionati italiani (ossia 8,5 milioni di persone nel 2018) riceve presentazioni essenzialmente assistenziali, non finanziate da contributi. Questa percentuale è aumentata a ragione della pandemia e continuerà a crescere nei prossimi anni a motivo del riassetto di settori un tempo ad alta intensità di lavoro (ad esempio, il credito). Per quanto riguarda il Reddito di cittadinanza, la misura molto discutibile – oltre agli scandali spesso nelle cronache dei giornali, uno studio recente dell’Istat conclude che circa il 40% dello stanziamento viene convogliato a famiglie al di sopra della soglia di povertà – ha una priorità tale, nell’ottica del Governo o di parte di esso, che la circolare 2842 del 6 agosto u.s. dell’Inps (il cui Presidente si gloria di essere il “teorico” del Reddito di cittadinanza) riduce supporto a lavoratori “fragili” che rischiano di essere sopra-esposti alla pandemia al fine di assicurare il pieno finanziamento del provvedimento bandiera di quel-che-resta del Movimento 5 Stelle.

La big picture impone di soffermarsi su questi due assi centrali del welfare, individuare soluzioni nel medio e lungo termine (the long view) e in questo contesto trovare soluzioni adeguate (e finanziariamente sostenibili) per gli altri istituti (tra cui la Cassa integrazione guadagni) che esistono in quanto parte di un tutto, con il quale devono essere coerenti.

Ciò comporta quella che un tempo si chiamava “programmazione”. Ma come si può pensare a una “riforma” degli ammortizzatori sociali, senza una riflessione complessiva sul welfare all’italiana, l’elaborazione di una politica e una programmazione anche e soprattutto finanziaria dei suoi interventi?

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