PENSIONI/ Lavoro e tasse: quanti luoghi comuni smontati

- Giuliano Cazzola

I numeri forniti da Itinerari previdenziali descrivono una realtà diversa da quella spesso raccontata nei talk e dai politici

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Image by Steve Buissinne from Pixabay

Pensioni, lavoro e tasse. Itinerari previdenziali è un’istituzione (presieduta da Alberto Brambilla) protagonista da anni di un’importante produzione culturale sulle problematiche fiscali, sociali e del lavoro. La sua mission principale – e anche originale – è quella di incrociare i dati, fornendo una rappresentazione complessiva e integrata della realtà italiana ed evidenziando che “tutto si tiene”: 1) la (de)crescita dell’economia; 2) l’andamento dell’occupazione in rapporto alle esigenze della domanda (e non della sola offerta, come si è soliti fare), un confronto da cui emerge un’altra “verità” che viene spesso messa da parte ovvero l’esistenza di un mismatch quale principale causa della disoccupazione giovanile e intellettuale; 3) la centralità dei trend demografici nel determinare gli equilibri del marcato del lavoro e la sostenibilità, nel tempo, dei sistemi di sicurezza sociale; 4) la denuncia di un ordinamento fiscale che poggia su due pilastri: un’evasione di massa, da un lato, una gravosa pressione fiscale su settori limitati dei contribuenti, dall’altro; 5) un elevato prelievo contributivo che si accompagna a una diffusa pratica di lavoro sommerso.

Un’impostazione siffatta entra in conflitto con i tanti luoghi comuni che deviano il dibattito politico verso una rappresentazione deformata della realtà italiana, accettata come tale, a causa dell’italico costume di piangersi sempre addosso. La suddetta impostazione, intellettualmente onesta, stenta a essere condivisa perché non consente di autoassolverci e di dare la colpa agli altri. Ma talune affermazioni devono essere fatte e ribadite, come quelle contenute in una recente pubblicazione dove Itinerari previdenziali prende di mira le dichiarazioni dei redditi degli italiani: “Il coro politico afferma che siamo un Paese oppresso dalle tasse e che vanno ridotte. È vero! Ma si dimentica di dire che a pagarle è solo il 40% della popolazione che ne versa oltre il 90%, mentre il 60% non solo non le paga, ma è anche totalmente a carico della collettività a partire dalla spesa sanitaria (oltre 50 miliardi a carico di chi paga le tasse); anzi una parte consistente dello storytelling dei politici insiste sul tassare di più quelli che trainano l’economia italiana additandoli, quando sono pensionati, come ‘d’oro’, aumentando il rancore e la rabbia dei votanti che prendono pensioni modeste e che odiano chi è riuscito nella vita; senza dire che oltre la metà dei pensionati prenderà pure pensioni basse ma non ha mai versato un euro, quindi è stata mantenuta per tutta la propria vita. Ma dire così non porta voti! Raccontare la storia dei 5 milioni di poveri assoluti e di altri 9,3 di poveri relativi (il 25% della popolazione italiana non arriverebbe a fine mese) ai quali dare un reddito, una pensione o una prebenda (a carico dei poverini che le tasse le pagano), questo sì porta molti voti”.

Una vera e propria Filippica. Ma perché darsi da fare – potrebbe essere la risposta – per osservare la realtà, quando è così confortevole accontentarsi di percepirla? Il 13 novembre scorso Itinerari previdenziali ha presentato un altro rapporto dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2019. Prima ancora delle analisi compiute e delle proposte formulate a noi sembra significativo il “quadro generale” in cui si inserisce la ricerca. “L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo con un sistema di protezione sociale di altissimo livello; tuttavia spesso i media parlano di ospedali che non funzionano sempre bene, di problemi sull’occupazione giovanile, di impoverimento del nostro Paese, di redditi che diminuiscono e così via”. Se questo è l’incipit, la narrazione procede serrata aprendo una finestra sul mondo, dove – prosegue il documento – vi sono oltre 7,5 miliardi di abitanti ma solo uno su 6 (meno del 17%) ha tutto ciò di cui dispone un cittadino italiano (acqua corrente potabile,servizi igienici, energia elettrica sempre, televisioni, giornali e soprattutto “protezione sociale” e i relativi servizi di welfare (come ospedali, scuole, pensioni e così via). In molte parti del mondo si vive con meno di 2 dollari al giorno, gli ospedali sono un miraggio per pochi così come la scuola è spesso a pagamento. In questi Paesi – ecco la denuncia – il futuro è solo una parola priva di significato. Solo 1,2 miliardi di individui hanno qualche forma di protezione sociale; ma quelli che possono avere scuole, ospedali, cure sanitarie e assistenziali, pensioni e sussidi, come vi sono in Italia, sono nel mondo meno di 600 milioni, circa l’8%.

Certo, queste considerazioni non risolvono i molti problemi che assillano il nostro Paese, ma dovrebbero indurre i decisori pubblici ad atteggiamenti più propositivi per avviare riflessioni, proposte e iniziative “che possano rendere più roseo nella mente e nelle aspettative dei cittadini il futuro che troppo spesso viene visto colorato di nero”.

Seguono poi una serie di proposte molto articolate e specifiche per quanto riguarda: 1) le pensioni in un quadro sia di revisione dei sistemi contabili e di classificazione, sia di completamento delle riforme; 2) la demografia sul cui andamento incideranno molto i processi dell’immigrazione, per governare i quali occorrerebbe prefigurare percorsi di regolarizzazione a determinate condizioni ed aprire ad ingressi selezionati; 3) l’investimento su misure di age management allo scopo di generare valore in tutte le fasi della vita; 4) lo sviluppo di servizi pubblici e privati per anziani non autosufficienti; 5) la formazione di competenze e la valorizzazione del capitale umano nelle PMI; 6) l’aumento dell’occupazione, intervenendo innanzitutto, sul sistema degli incentivi alle assunzioni, tenendo conto del fatto che la decontribuzione, entro termine prestabiliti, iniziata col Jobs Act e proseguita col Decreto Dignità, ha prodotto esiti instabili.

Come dimostra il Rapporto Inps sul 2018, il 54% dei contratti a tempo indeterminato si è chiuso (per lo più per dimissioni) entro 36 mesi; ma anche il 50% dei contratti stabili “incentivati” ha fatto la stessa fine. La causa però non ha riguardato lo scadere dell’agevolazione contributiva. Infatti, alla scadenza dell’incentivazione si è registrato, secondo l’Inps, un incremento soltanto del 15% delle cessazioni, la maggioranza delle quali è invece stata attivata dai dipendenti.

Su questa base, secondo Itinerari previdenziali, si possono trarre due considerazioni: la prima, nonostante i fiumi di retorica il contratto cosiddetto stabile non è più percepito come un valore determinante, almeno dai lavoratori meno anziani; la seconda: il beneficio a vantaggio del costo del lavoro per l’azienda (classicamente la decontribuzione) interessa poco ai lavoratori.

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