PENSIONI & SANITÀ/ L’Italia dei privilegi diffusi che frenano la nostra crescita

- Gianfranco Fabi

Il sistema pensionistico, così come quello sanitario appaiono i regni dei privilegi diffusi, proprio per questo difficili da scalfire

riforma pensioni
Lapresse

PENSIONI E SANITÀ. C’è una vicenda, in apparenza di poco conto, che tuttavia è particolarmente simbolica dei limiti e dell’arroganza non solo dei politici, ma anche della vasta platea dei pubblici amministratori. Più di vent’anni fa, prima che scadesse il secolo scorso, veniva approvata una delle tante riforme delle pensioni che insieme al passaggio graduale al calcolo contributivo conteneva una norma che obbligava l’Inps a informare regolarmente i lavoratori sulla loro posizione con una valutazione della possibile entità della pensione e dell’età in cui questa avrebbe potuto iniziare a essere erogata. Un’operazione di conoscenza e trasparenza varata con l’attraente titolo di “busta arancione” per rendere immediatamente riconoscibile forma e contenuto della comunicazione.

Ma dal 1996 a oggi di buste arancioni ne sono state inviate molto poche non solo per la mancanza di fondi, ma soprattutto per la preoccupazione che la comunicazione dei dati avrebbe potuto provocare una crescita del disagio e della protesta sociale. 

“È indicativo che governi di colore diverso abbiano tutti ostacolato questa campagna informativa, imponendo tetti di spesa o sottraendo risorse al capitolo di bilancio sulla posta massiva da cui si attinge per l’invio delle buste arancioni. Addirittura la Legge di bilancio del 2019 prevede che quei soldi vengano utilizzati non per informare i cittadini potenzialmente coinvolti da quota 100, ma per retribuire i membri del ricostituito consiglio di amministrazione. Sotto la loro reggenza la campagna di informazione dei cittadini sulle loro pensioni future viene cancellata dalla faccia della Terra”.

Lo scrivono Tito Boeri, docente alla Bocconi e presidente dell’Inps al 2015 al 2019, e Sergio Rizzo, editorialista di Repubblica, nel loro libro “Riprendiamoci lo Stato, come l’Italia può ripartire” (Ed. Feltrinelli, pagg. 336, € 18). Un libro che ha proprio nel sistema pensionistico, che Boeri ovviamente ha avuto modo di conoscere direttamente dopo averne approfondito le particolarità a livello di studio, uno dei punti più importanti di un’analisi ricca di dati, fatti e documenti. Ne esce una fotografia disarmante di una Pubblica amministrazione incapace di uscire da decenni di condizionamenti politici, di rigidità sindacali, di legislazioni contorte, di costanti tentativi di fuga dalle responsabilità.

Il sistema pensionistico, così come quello sanitario appaiono i regni dei privilegi diffusi, proprio per questo difficili da scalfire. Dirigenti nominati non per merito o capacità, ma per fedeltà al padrino politico; condizioni di favore per settori particolari (basti pensare alle doppie pensioni dei parlamentari); intere regioni, come la Sicilia, in cui le regole vengono regolarmente aggirate e “interpretate”. E poi la giungla degli appalti, con cantieri che non riescono ad aprire e in cui prevale la logica del sospetto preventivo. Tanto da far apparire un intervento fatto in tempi brevi e senza opposizioni, come la ricostruzione del ponte di Genova, come un’esperienza unica e non ripetibile.

Il libro non si limita a una lunga e documentata lista di cose che non vanno, ma si conclude con una serie di proposte, molte a costo zero e che anzi farebbero risparmiare le diverse amministrazioni oltre che rendere più efficiente il sistema  economico e sociale. Un esempio: rendere effettivo lo scambio di dati tra amministrazioni, previsto da una legge del 2000 e “pressoché totalmente disatteso, complici le gelosie tra i diversi uffici che vogliono tenere le informazioni per sé sapendo che queste informazioni sono fonte di potere”.

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