Sanzioni USA: la Russia accuserà il colpo. All’Europa converrebbe Mosca come fornitore, intanto servirebbe un tetto ai costi energetici targato BCE
La Russia stavolta potrebbe risentire delle sanzioni: il peso degli USA si fa sentire. Ma non è detto che non torni ad essere un fornitore dell’Europa. Le aziende del Vecchio continente si sono sempre trovate bene con i russi e non disdegnerebbero, spiega Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, di tornare a lungo andare a fare affari con loro. Infatti proprio la UE sta imponendo altri dazi ambientali che aumenteranno i costi: la prospettiva di tornare ad avere materie prime a buon mercato, come succedeva con Mosca, non dispiacerebbe a molti.
Nel frattempo, il contenimento dei costi dell’energia rimane una priorità: nell’immediato l’unica soluzione sarebbe mettere un tetto al prezzo e fare finanziare il resto dei costi dalla BCE. Un sistema che metterebbe tra parentesi le leggi di mercato (ma già adottato da USA e Cina) che salverebbe, però, le nostre industrie.
Bloomberg dice che le esportazioni russe di petrolio sono crollate con l’entrata in vigore delle sanzioni USA, la Tass sostiene che Gazprom ha battuto per l’ennesima volta il record di fornitura di gas alla Cina. Dove sta la verità?
Il tema di fondo è che siamo immersi in una guerra di informazione, nella quale i russi sono maestri. La verità è che l’ultimo giro di sanzioni fa male a Mosca, perché per la prima volta hanno aderito gli Stati Uniti. Tanto è vero che si registrano voci secondo le quali la Russia sta riducendo la sua presenza militare in Africa, proprio perché l’impatto delle sanzioni sulla capacità russa di alimentare la macchina bellica inizia a farsi sentire. Però parliamo di un Paese che è tra i primissimi produttori di idrocarburi al mondo: non è facile metterlo in difficoltà. Vedremo cosa diranno i prossimi dati sulle esportazioni russe.
Indiani e cinesi assecondano le sanzioni USA, anche loro comprano meno dai russi?
India e Cina hanno interesse a venire incontro alle esigenze americane. L’India tende a rallentare le importazioni di petrolio nell’ultima parte dell’anno, farlo anche stavolta non sarebbe un grosso sforzo. Per quanto riguarda Pechino, dipende dal tipo di accordi intercorsi la settimana scorsa fra Trump e Xi Jinping. La Cina è un grande sponsor di Mosca, troverà il modo di sostenerla, ma i social trading cinesi temono di finire sotto sanzione.
Alla Cina farebbe comodo una Russia indebolita?
L’interesse dei cinesi è per un indebolimento graduale della Russia, perché la vedono come un grande distributore di gas e di benzina. Il loro obiettivo sarà di fare take over sul Paese o sui suoi asset strategici.
Mosca intanto sta prolungando il suo contratto di fornitura del gas con la Turchia: sta già cercando alternative per attutire l’impatto delle sanzioni?
Sì. Non è facile, perché il pacchetto Trump è pesante da sopportare, i russi faranno fatica. Poi si riuscirà sempre a trovare un modo per aggirare le sanzioni, attraverso le triangolazioni. Ma sarà sempre più complicato e questo alla lunga danneggerà la macchina bellica russa. Ci vorrà comunque tempo, perché non è un rubinetto che si chiude da un giorno all’altro. I russi poi hanno idrocarburi, ghisa, metalli, minerali, in un contesto in cui l’industria europea è così in difficoltà che poter acquistare materie prime russe resta uno scenario molto attrattivo.
Secondo un’analisi del Kiyv Independent la UE in realtà non ha ancora deciso del tutto di troncare i rapporti energetici con Mosca e il divieto di acquistare combustibili fossili russi potrebbe essere spostato da inizio 2027 a inizio 2028. Bruxelles potrebbe (o vorrebbe) mantenere la Russia come fornitore?

La Russia è stata per anni un partner commerciale molto importante per l’Europa e molte aziende italiane ed europee hanno un’altissima considerazione di quelli che erano i fornitori russi, anche se poi la guerra ha cambiato i rapporti. Mosca potenzialmente può fornire materie prime a un costo molto basso e le aziende europee non lo dimenticano, anche perché adesso, a causa di una folle regolamentazione europea, dovranno sostenere un ulteriore incremento dei costi produttivi.
Cosa sta succedendo?
Dal 2026 entreranno in vigore sia le misure di salvaguardia sull’acciaio, sia il Carbon Border Adjustment Mechanism, un dazio ambientale, che incrementerà i costi delle importazioni. Alle aziende europee si stanno imponendo opzioni di acquisto sempre più limitate, senza che l’Europa proponga soluzioni in termini di aumento dei consumi, di sbocchi commerciali, di politica industriale. Si dovesse arrivare a una normalizzazione dei rapporti, mi aspetto che i flussi con la Russia tornino a crescere: abbiamo bisogno di materie prime prodotte a basso costo, per sopravvivere, per rimanere competitivi.
Ma l’Europa ha le idee chiare sulle alternative all’energia di provenienza russa?
L’Europa ha fatto un’azione veloce di diversificazione dal gas e petrolio russo. L’Italia è stata tra i Paesi più veloci perché ha aperto all’Algeria e ha attivato il rigassificatore di Ravenna. La Germania ha sviluppato il tema della rigassificazione, ma paga la decisione di spegnere gli impianti nucleari, mentre la Spagna sta risentendo del blackout di marzo, che ha rimesso completamente in discussione la politica energetica del Paese, sbilanciata sulle rinnovabili.
Si va per tentativi, senza una strategia?
L’unica strategia sarebbe tappezzare il continente di centrali nucleari, ma ci vuole tempo e manca il consenso, anche perché si continua a porre l’attenzione sul nucleare di quarta generazione, senza pensare che invece già quello di terza andrebbe benissimo. Invece il continuo riferirsi agli SMR (small modular reactors disponibili dal 2030, nda) di fatto diventa un modo per rimandare, senza affrontare il problema. Il caso spagnolo è la prova del fatto che le rinnovabili devono andare di pari passo con il fossile, come fa la Cina, che nello sviluppare le rinnovabili mantiene il carbone come prima fonte per la produzione di elettricità.
L’Europa allora cosa dovrebbe fare?
Dovrebbe garantire a tutte le imprese europee un prezzo massimo di elettricità di 50 euro a megawattora, finanziandolo e mettendo da parte le logiche di mercato. Se salta l’industria salta anche il sistema sociale: la BCE dovrebbe monetizzare il buffer di liquidità necessaria per garantire quel tetto. Dovrebbe essere la prima azione di politica industriale, gli americani lo stanno dimostrando sulle terre rare.
Perché, che strategia hanno adottato gli USA?
Stanno affrontando il tema delle terre rare come ha fatto per anni la Cina, cioè con logiche non di mercato: il Pentagono entra nel capitale di piccole aziende minerarie, garantendo contratti di fornitura a prezzi doppi rispetto al mercato. L’America, la madre del capitalismo, ha capito che sulle voci strategiche non si può perseguire nell’immediato il principio della marginalità, della competitività. Per non lasciare tutti i settori industriali sotto il controllo di Pechino bisogna ragionare in altri termini. È la grande fatica che sta facendo l’Europa, un salto che invece gli Stati Uniti hanno già fatto.
(Paolo Rossetti)
— — — —
Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.
