PIERANUNZI/ Live at the Village Vanguard: la trilogia di New York

- Paolo Romano

Con The extra something, il famoso pianista jazz Enrico Pieranunzi conclude la sua trilogia di album registrati nel tempio del jazz newyorchese

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Enrico Pieranunzi, foto di Andrea Boccalini

Se si fosse dentro le pagine di una storia del jazz, a Enrico Pieranunzi sarebbe dedicato uno di quei capitoli lunghi e articolati, tanto poliedrica è la sua ispirazione e versatilità musicale, ai limiti dell’incontenibile. Verrebbe in quella sede anche ricordato il fatto che, a differenza dei nomi maggiori del jazz italiano, troppo spesso tentati da svalutazioni commerciali e istrionerie non sempre congrue alla professione, il pianista romano ha condotto la propria biografia artistica con un grado raro di integrità e di coerenza, nessuna concessione a fatti collaterali, moltissimo studio e lavoro serrato tra scrittura, palchi e registrazioni in studio. Ma c’è un motivo semplicissimo per cui non s’è dentro quella immaginaria storia del jazz ed è il fatto che Enrico Pieranunzi è nel pieno della sua energia e creatività, fiumi di vita e di idee che porta ogni qualvolta quelle benedette dieci dita finiscono nell’irraccontabile asperità di 88 stecche d’avorio ed ebano alternate.

E’ quel grado di “religiosità” verso il fatto musicale che lo fa essere uno dei pianisti e compositori più apprezzati in Europa ed Oltreoceano, fatto niente affatto scontato e che trova compiuta conferma nel live appena uscito registrato al Village Vanguard di New York. The Extra Something (Cam Jazz) è il terzo capitolo discografico dei concerti svolti tra il 2013 e il 2016 in quel tempio del Greenwich Village, dove la storia s’è fatta davvero. Che dunque Pieranunzi sia, sin qui, l’unico musicista italiano chiamato ad esibirsi e registrare al Vanguard non dovrebbe stupire, soprattutto chi ricordi il nome di Lorraine Gordon, proprietaria del club per lunghi 28 anni, che ha raccolto l’eredità del marito Max (sposato in seconde nozze dopo Alfred Lion, fondatore della Blue Note) e dimostrato di avere un fiuto per il talento e per ogni vento di avanguardia musicale di portata unica. A lei, scomparsa nel 2018 e che ha voluto invitarlo personalmente, Pieranunzi dedica l’album.

Da quel novembre del 1957, quando Sonny Rollins (ancora ventenne, ma con già alle spalle due album come Saxophone Colossus e Tenor Madness) varcò il Vanguard per registrare il primo live della fortunata serie all’arrivo di Pieranunzi nel 2013, in quella porta rossa, che vista in strada è assai meno iconica e riconoscibile di quanto non si potrebbe pensare, sempre circondata da impalcature e via vai metropolitano, è successo musicalmente di tutto. Il pianista romano è un giusto capitolo di quel racconto maggiore.

Bisognerà sorvolare su quanto, dagli anni ’70, Pieranunzi abbia suonato e registrato con musicisti del calibro di Jim Hall, Charlie Haden, Paul Motion o Chet Baker, sorvolare anche sui suoi stupefacenti ritorni al repertorio classico, ridefinendo, per dire, i perimetri interpretativi di Scarlatti. Concentrarsi, piuttosto, sui sessanta minuti di questo album che raccolgono brani originali, sotto la produzione artistica di Ermanno Basso, con l’ottima compagnia di Diego Urcola alla tromba, Seamus Blake al tenore, Ben Street al basso e Adam Cruz alla batteria.

Il jazz di questo Extra Something ha un grado di esplosività impressionistica e di groove che finisce quasi per stordire l’ascoltatore. Più vitale che irruento,  sembra una macchina del tempo puntata dritta ai ’70, con le loro innovazioni ritmiche, le scritture per sezione, gli spostamenti armonici modali, i temi arrangiati in cluster per fiati, l’improvvisazione che di sostituzione in sostituzione bordeggia tra in e out sulla tonalità e l’incessante dialogo con la sezione ritmica (il tiro di Adam Cruz è spaventoso davvero). Non di certo un’operazione nostalgia, sia chiaro, ma il tipo di approccio musicale di questo quintetto è riferibile allo spirito e all’energia del jazz di quegli anni, che raccoglieva le asperità del free e del Coltrane’s sound per riformulare l’idea della libertà improvvisativa dentro a strutture modulari ma definite.

Se il primo ascolto consente di piombare dentro il mood del Vanguard, con annessa mitologia, il lusso concesso dalla registrazione offre la possibilità di entrare con maggiore accuratezza dentro i fraseggi ritmicamente perfetti e la grande interplay che di volta in volta Pieranunzi instaura con i musicisti sul palco.

Per il resto, come sempre, la musica si ascolta e non si può raccontare, è altrove. Alle parole, però, resta la chance di ribadire il rinnovato stupore per la creatività di Pieranunzi che sembra rinnovare sé stessa senza possibile soluzione di continuità.





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