PIL, BALZO “CINESE” DEGLI USA/ E l’Europa resta impantanata nel Recovery fund

- int. Mario Deaglio

Secondo le previsioni del Fmi, quest’anno gli Stati Uniti cresceranno più della Cina. L’Europa resta indietro con il suo Recovery fund

Consiglio Europeo
Consiglio Europeo 25 marzo: Draghi, Michel, Biden e gli altri leader Ue (LaPresse, 2021)

Con il World economic outlook diffuso ieri, il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo la stima di crescita globale per quest’anno, portandola a +6,0% dal +5,5% di gennaio. Un risultato cui contribuiscono in particolare gli Stati Uniti, il cui Pil dovrebbe salire del 6,4% nel 2020, ben l’1,3% in più di quanto stimato tre mesi fa. Nonostante questo balzo “cinese”, l’economia americana resta ancora lontana da quella di Pechino (+8,4%), ma distacca quella dell’Eurozona (+4,4%).

Secondo Mario Deaglio, Professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino, «è plausibile che gli Stati Uniti abbiano un rimbalzo consistente, anche per via della grandissima quantità di fondi che sono stati stanziati da Biden. Bisognerà tuttavia prestare attenzione a due fattori».

Quali?

Anzitutto l’andamento della pandemia negli Stati Uniti, dove si stanno togliendo molte restrizioni. Inoltre, non bisogna dimenticare che prima che il piano infrastrutturale di Biden si trasformi in veri e propri cantieri ci vorranno dei mesi. Non è quindi da escludere che nel corso dell’anno lo stesso Fondo monetario internazionale debba rivedere al ribasso le previsioni sugli Usa.

Il fatto che gli Stati Uniti avranno una crescita comunque importante potrà essere d’aiuto all’Europa?

Indubbiamente è meglio che crescano perché gli Stati Uniti rappresentano un importante mercato di sbocco per l’export europeo. Tuttavia bisogna capire se dietro questo vantaggio ci possano essere dei condizionamenti politici più o meno graditi.

Certo gli Stati Uniti potrebbero chiedere qualcosa e il fatto che Biden abbia partecipato all’ultimo Consiglio europeo è un indizio del rinnovato interesse di Washington verso il nostro continente.

Sì, tra le due sponde dell’Atlantico si può arrivare a un accordo, ma bisogna stare attenti al fatto che nella visione americana vorrebbe dire che a comandare sarebbe Washington, mentre in Europa si potrebbe pensare di poter dire sì o no alle richieste. Sarà quindi importante la modalità con cui questa alleanza verrà gestita.

L’Europa intanto per la sua ripartenza punta sul Recovery fund, ma un documento di lavoro della commissione Industria del Parlamento europeo evidenzia che ha “obiettivi molto alti, che sono al limite dell’irrealistico o dell’incompatibile”…

Bisogna capire se l’Europa ha davvero la mentalità richiesta dal Recovery fund, che si traduce concretamente in costi di produzione più alti per rispettare alcuni standard ambientali. C’è inoltre l’idea di far di questo l’elemento caratteristico dell’Ue al punto che si vorrebbero introdurre imposte sulle importazioni da Paesi che producono inquinando. Non so se passerà davvero questa visione, anche perché il Recovery fund è stato sostenuto molto da Merkel e Macron: la prima sta per lasciare il comando, mentre il secondo l’anno prossimo dovrà affrontare le presidenziali.

Tra l’altro in Germania il processo di ratifica del Recovery fund è stato bloccato dalla Corte Costituzionale.

La Corte di Karlsruhe non poteva non intervenire essendoci stato un ricorso formale. Può darsi che avendo questa carta in mano i tedeschi cerchino di avere qualche vantaggio, ma non possiamo non riconoscere che negli ultimi anni la posizione tedesca si è molto ammorbidita.

Lei vede il rischio che in Italia il Recovery fund venga caricato di troppe aspettative?

Sicuramente si è diffusa l’idea che gli oltre 200 miliardi che spetteranno al nostro Paese si potranno spendere come meglio si crede, ma non è così. Non solo bisogna rispettare alcune caratteristiche nel mettere a punto il Recovery plan, che deve oltretutto essere approvato da Bruxelles, ma le risorse vengono erogate nel tempo a stato avanzamento lavori. Forse non ci si rende ben conto che questo significa dover sottostare a molti controlli e soddisfare le richieste di Bruxelles per poter ottenere i finanziamenti.

Per l’Italia il Fmi stima quest’anno una crescita del 4,2%, superiore a quella della Germania (+3,6%), ma inferiore a quella di Francia (+5,8%) e Spagna (+6,4%). Cosa ne pensa?

Su come sta andando l’anno si sa veramente ancora poco. Le previsioni del Fondo monetario internazionale sono basate anche sui dati dei primi tre mesi dell’anno che non sono nemmeno tutti definitivi. Si tratta quindi di ipotesi che andranno verificate nel corso dei prossimi mesi.

Intanto mentre l’economia reale italiana non può dirsi certo ripartita, Piazza Affari è vicina ai massimi pre-Covid. Come si spiega tutto questo?

È vero che la nostra economia reale non è ripartita, ma esistiamo ancora, mentre due o tre anni fa ci davano per spacciati. In alcuni settori abbiamo aziende che sono state riconosciute come dei gioiellini da valorizzare. 

Quanto ha inciso in questo processo il cambiamento del quadro politico?

La scoperta di settori e aziende promettenti è stata fatta prima del cambiamento del quadro politico e credo che abbia sorpreso non poco gli investitori l’aver trovato diverse buone aziende italiane. Naturalmente l’arrivo di Draghi a palazzo Chigi ha reso più valida la scommessa sul nostro mercato.

(Lorenzo Torrisi)

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