PIÙ CONTAGI FRA I BAMBINI?/ “No, ma per fermare il virus meglio vaccinare anche loro”

- int. Mattia Doria

I contagi sono davvero in crescita fra i bambini? No, però è importante che anche i bambini, dopo gli adulti, siano vaccinati. Ecco perché

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Scuola (LaPresse)

La diffusione del Sars-CoV-2 sembra aver già registrato in Israele e nel Regno Unito una sempre maggiore incidenza fra i bambini e i ragazzi, per i quali non esiste al momento una vaccinazione. L’immunologa Antonella Viola, dell’Università di Padova, ha lanciato l’allarme ai microfoni di Sky Tg24, preoccupata proprio dal dato dell’assenza di un vaccino indicato al di sotto dei 16 anni. E dal diffondersi del virus nelle sue varianti più aggressive, come l’inglese e la brasiliana, registrate in crescita soprattutto nell’Italia Centrale. L’aumento dei contagi sembrerebbe colpire in particolar modo proprio i bambini. Ma è vero che i contagi fra i bambini stanno aumentando o è soltanto una conseguenza diretta dell’aumento generale dei contagi in certe aree geografiche? E quali sono gli scenari possibili in assenza di un vaccino pediatrico? Esistono altri strumenti e attenzioni utili che si possono adottare? Ne abbiamo parlato con Mattia Doria, medico pediatra e segretario nazionale attività scientifiche ed etiche della Federazione italiana medici pediatri (Fimp).

Professore, stiamo davvero assistendo a una crescita dei contagi da Covid in età pediatrica?

Bisogna fare un po’ di ordine in queste informazioni. Non ci sono dati che ci confermino che in questo momento ci sia un’aumentata diffusione del virus in età pediatrica in Italia. Nelle realtà nelle quali si osserva un aumento della diffusione del virus in età pediatrica, c’è un aumento della diffusione del virus su tutta la popolazione, come capita in questi giorni nelle regioni del Centro Italia.

Quindi non è cambiato molto se non il fatto che essendo aumentati i contagi complessivi aumentano anche quelli fra i bambini?

Sì, anche dal punto di vista della sintomatologia non sta cambiando nulla per il bambino. Stiamo assistendo sempre e comunque a una prevalenza di casi paucisintomatici con ridottissimi casi di infezioni più impegnative, con problemi respiratori seri. Certo, il dubbio è che alcune varianti del virus, nella fattispecie la variante inglese, che è la più nota, ma anche la brasiliana e la sudafricana, abbiano di fatto la potenzialità di essere più diffusibili, anche solo per il semplice fatto di essere “nuove”. In questo momento non sembrano però causare sintomi più gravi in nessuna fascia d’età, si stanno diffondendo probabilmente di più, ma senza prevalenza di fasce d’età.

Questo ce lo dice il sequenziamento?

Le indicazioni dell’ente europeo Ecdc (European Center for Disease Prevention and Control) raccomandano agli Stati europei di sequenziare almeno 500 campioni di infezione selezionati casualmente ogni settimana, dando priorità ad alcune fasce di popolazione, soprattutto le eventuali infezioni di individui già vaccinati o di persone che si reinfettano dopo essersi già ammalate, o, ancora, le situazioni di particolare sensibilità. Chiaramente questo tipo di sorveglianza più facilmente può mettere in evidenza delle varianti, ma ciò che ci dice una nota di oggi (9 febbraio, ndr) dell’Iss è che in questo momento non abbiamo dati di una maggiore diffusione di questa variante in specifiche fasce d’età. Tornando alla fascia d’età pediatrica, dunque, non possiamo parlare di un vero allarme in questo momento. Tuttavia la situazione va monitorata con la dovuta attenzione.

Una fascia d’età, quella pediatrica, per cui non c’è ancora vaccino contro il Covid: è preoccupante?

È ovvio che non avendo la possibilità di vaccinare i bambini la cosa preoccupa, ma in realtà dopo aver vaccinati i sanitari stiamo incominciando a vaccinare ora gli ottantenni, per cui è quasi tutta la popolazione a essere ancora scoperta. Una eventuale, e ripeto, non documentabile, prevalenza delle infezioni in età pediatrica non può essere riferita quindi al vaccino.

I bambini sono sembrati fino ad oggi più protetti rispetto al virus e anche rispetto allo sviluppo della malattia nelle sue forme gravi: per quale motivo? E, guardando ai numeri su cui è stato lanciato l’allarme, dovremmo dire che non è più così?

Il bambino nei primi anni di vita ha un sistema immunitario ancora non perfettamente competente, lo diventa esercitandosi, incontrando i virus, possiamo considerarlo completamente sviluppato intorno ai 7-8 anni. Quello che sappiamo è che, per motivi ancora in fase di studio, è il virus che non riesce a entrare nell’organismo del bambino in modo così pervasivo come lo fa in altre fasce d’età. Questo non vuol dire che il bambino non venga infettato, viene infettato ugualmente ma molto meno dell’adulto. Questo si conferma anche nella terza ondata.

La scuola rappresenta un rischio?

Se i bambini sono più esposti alla vita sociale c’è un maggior rischio: non parlo solo della scuola ma di tutta la vita sociale connessa. Nella prima ondata i bambini sono stati chiusi in casa e pochissimi si sono ammalati, poi è arrivata l’estate e l’epidemia è calata drasticamente. Supponevamo che con le occasioni di vita sociale da settembre-ottobre sarebbero aumentate le occasioni di contagio, e sta accadendo proprio quello che avevamo previsto. D’altra parte stiamo vedendo che la curva epidemica e l’incidenza di casi nei bambini segue il resto della popolazione: come aumentano i casi nella popolazione generale così aumentano in età pediatrica, in modo quasi proporzionale. Poi bisogna capire cosa succede nelle scuole.

In che senso?

Non conosciamo molto di quello che accade nelle scuole, al momento stiamo sostanzialmente inseguendo i casi. Non facciamo una sorveglianza attiva, con tamponi di screening fatti a tempi definiti, magari su dei campioni per avere un monitoraggio. Questa è una cosa che si comincerà a fare nelle prossime settimane in Veneto: avremo 15 scuole pilota che sorveglieranno ciò che succede effettivamente nelle scuole a livello di contagi. Sappiamo che però non è la scuola a far crescere i casi, l’esperienza di questi mesi ci testimonia che in alcune realtà scolastiche che hanno avuto maggiore diffusione probabilmente sono stati gli insegnanti, loro malgrado, a infettare i bambini, soprattutto nella primaria.

La scuola di per sé quindi è un luogo sicuro?

Certamente fra bambini la possibilità d’infezione c’è ma non è questo l’elemento dirimente. La scuola piuttosto può diventare un amplificatore delle infezioni che i bambini contraggono in altre realtà. Dalla scuola primaria in su i bambini usano tutte le regole di distanziamento e di protezione delle vie respiratorie, rendendo molto basso il rischio della diffusione del virus, cosa che non accade invece nelle restanti ore della giornata.

Ci sono attenzioni che come pediatri consigliate di adottare?

Una grande attenzione e responsabilità, perché quando i bambini escono dalla scuola, dove vengono anche educati a capire il ruolo e l’importanza delle misure di contenimento, non bisogna vanificare lo sforzo fatto. Occorre ribadire la necessità di una particolare attenzione soprattutto fuori dalla scuola, dove osserviamo talvolta un po’ di leggerezza, e in tutte le occasioni che ruotano intorno alla scuola stessa, come ad esempio i trasporti. La scuola è comunque uno dei luoghi più sicuri, questo lo possiamo dire ad alta voce.

Si è parlato anche dei sintomi dermatologici del Covid nei bambini, specie nella prima fase, riscontrati poi in realtà anche negli adulti.

Sì, la sindrome di Kawasaki, che è un’infiammazione multisistemica, e alcune anomalie dermatologiche, delle piccole vasculiti riscontrate specialmente in primavera: infiammazioni dei vasi della periferia degli arti e in particolare delle dita dei piedi che sono state particolarmente diffuse. Anche se non è stata riscontrata una causalità diretta, di fatto è indiscutibile che alcune problematiche dermatologiche abbiano una qualche relazione col Covid.

Non c’è stata correlazione diretta perché i campioni risultavano negativi?

Sì, ma si sta supponendo che queste siano manifestazioni tardive del virus, per cui quando si manifestano il virus non è più riconoscibile col tampone.

Il vaccino per l’età pediatrica al momento manca, quando arriverà secondo lei?

In questo momento la questione ci preoccupa fino a un certo punto, naturalmente auspichiamo che il vaccino possa essere reso disponibile anche sotto i sedici anni. L’attività biologica dei vaccini oggi disponibili, principalmente quelli a mRna, ci fa pensare a alla plausibilità della loro efficacia e sicurezza anche nel bambino, anche se non sono stati eseguiti i dati di verifica. Ricordiamoci che questi vaccini sono stati realizzati in tempi record, le tappe di verifica sono state fatte tutte, certo, ma chiaramente non è stato possibile studiare in modo specifico alcune sottopopolazioni. Prima o poi anche lo stesso vaccino Pfizer potrà diventare utilizzabile sotto i sedici anni.

E nel frattempo?

Siamo fortunati perché il bambino non rischia la vita come l’ultraottantenne. Sappiamo però che per interrompere la circolazione del virus dobbiamo vaccinare quante più persone possibili, bambini compresi.

Possiamo quindi sperare che relativamente presto potrebbe esserci il vaccino per i bambini?

Sì, perché la plausibilità biologica c’è: per come agisce il vaccino siamo già sicuri che funzionerà anche nei bambini, solo che gli organi regolatori hanno bisogno di dati oggettivi per licenziarlo, nero su bianco. Anche rispetto alla gravidanza e all’allattamento in fase iniziale si era posto un altolà, in realtà le società scientifiche italiane, europee e internazionali si sono dichiarate a favore della vaccinazione delle donne in gravidanza e delle mamme che allattano, anche se mancano degli studi specifici. Proprio in virtù di questa plausibilità biologica, le donne del personale sanitario sono state vaccinate anche se in gravidanza o in allattamento.

(Emanuela Giacca)







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