IL CASO/ C’è uno “scivolo” che serve a migliorare il lavoro

- Giuliano Cazzola

GIULIANO CAZZOLA commenta le proposte lanciate da Stefano Colli Lanzi su queste pagine, in particolare per quel che riguarda outplacement e politiche attive del lavoro

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Foto Imagoeconomica

Nella sua intervista a ilsussidiario.net, Stefano Colli Lanzi, Amministratore delegato di Gi Group, traccia i lineamenti di un sistema coerente e organico di riforma del mercato del lavoro, fondato da un lato sull’outplacement da parte delle imprese (in proposito è depositato in Senato un interessante disegno di legge a prima firma di Tiziano Treu), dall’altro su di un ruolo promozionale delle Agenzie per il lavoro (Apl) nel campo delle politiche attive e del potenziamento delle esperienze di somministrazione, quale strumento per conferire nel medesimo tempo flessibilità all’organizzazione del lavoro delle aziende utenti e stabilità ai dipendenti delle società di staff leasing.

In sostanza, a fronte di un’effettiva rimozione dell’inamovibilità dei lavoratori in uscita dal rapporto di lavoro, i datori di lavoro, coordinati in una rete di relazioni con le Apl, assumono l’impegno ad aiutare il lavoratore licenziato a trovare un’altra occupazione. Ciò in un contesto in cui si liberalizzano ulteriormente i contratti a termine, anch’essi, al pari di quelli a tempo indeterminato.

Il sistema si rinchiude nel privato, dopo aver sperimentato la difficoltà dei Servizi per l’impiego. A questo proposito, alcuni mesi or sono circolava un aneddoto. Ognuno lo esponeva a modo suo come se il caso fosse capitato a lui o a un suo stretto parente. Un po’ come con le barzellette: chi le racconta ci aggiunge sempre un po’ del suo. Ma il soggetto era più o meno il seguente. Una famiglia ospita, per qualche mese, una ragazza danese “alla pari”. Appena varcata la soglia dell’appartamento, prima ancora di disfare i bagagli, l’ospite chiede di fare una telefonata e si lancia in una conversazione nella sua lingua madre con un interlocutore misterioso dall’altro capo del filo. Poi riattacca. I padroni di casa le chiedono delle spiegazioni sul destinatario e i motivi della telefonata, al che la ragazza racconta di aver chiamato l’Ufficio del lavoro della sua città per chiedere la sospensione del sussidio di disoccupazione, avendo lei trovato un impiego, sia pure temporaneo. Gli italiani, sorpresi e allibiti, insistono per conoscere la risposta. “Hanno preso nota, raccomandandomi di comunicare se e quando dovranno riattivare l’assegno”, replica la giovane, con stupita naturalezza.

Cose di un altro mondo, storie di un diverso Paese. Ma è questo il contesto necessario per un efficiente sistema di outplacement: una Pubblica amministrazione che si fida del cittadino e non lo tormenta con i suoi vizi burocratici e un cittadino dotato di un elevato senso civico. La Danimarca, purtroppo, non è una regione italiana. Da noi l’esperienza non è ancora pienamente decollata, benché si sia formato nel tempo un quadro normativo che ha consentito, sia pure con un certo ritardo rispetto a quanto è avvenuto in altri paesi, di poter disporre – anche nel Bel Paese e in teoria – di un impianto più compiuto di strumenti per una politica attiva del lavoro. È ancora prevalente, invece, l’aspetto delle politiche passive.

Certo, la crisi ha incoraggiato interventi di protezione del reddito e di salvaguardia del posto di lavoro. Il tema degli ammortizzatori sociali è stato e resta al centro del dibattito sulle politiche del lavoro e sulle misure più idonee a far fronte alle difficoltà del mercato del lavoro. È convinzione diffusa, nella polemica politica, che il sistema di protezione del reddito da noi non funzioni e non tuteli adeguatamente una parte importante di lavoratori, tanto che viene auspicata da più parti una riforma in senso universalistico del quadro delle prestazioni (un’operazione sempre ribadita con maggiore o minore solennità, ma mai realizzata nell’arco di almeno quattro legislature).

In verità, il modello italiano di tutela del lavoro ha i medesimi difetti di gran parte del sistema di welfare: un insieme di interventi settoriali, talvolta persino corporativi, riconosciuti in tempi differenti ad alcuni segmenti del mercato del lavoro, poi estesi ad altri, in quanto compatibili con le disponibilità economiche. In geometria, anche la somma di più segmenti può costituire una linea, ancorché non rettilinea. Così, nel tempo, è sicuramente cresciuta la platea dei soggetti tutelati, ma delle tutele continua a potersi avvalere soltanto una parte del mondo del lavoro: per quanto riguarda la cassa integrazione guadagni, a legislazione invariata la tutela non arrivava a coprire la metà dei lavoratori alle dipendenze. Poi, nel cuore della crisi, il governo ha avuto la felice intuizione dell’estensione della cassa integrazione in deroga. Pertanto, un sistema caratterizzato dai limiti descritti in condizioni di normalità, ha rischiato l’implosione all’insorgere della crisi, anche per le caratteristiche della crisi stessa, la quale si è presentata all’improvviso e in modo assai più grave di quanto fosse stato previsto o si potesse prevedere e ha determinato una forte contrazione della domanda globale e messo a rischio il sistema bancario (che ha potuto contare, in Europa, sul cordone di sicurezza presto approntato dai governi). Le imprese si sono trovate, repentinamente, prive di ordini e sollecitate a rientrare dai flussi di credito che ne assicuravano la normale attività quotidiana.

La crisi ha prodotto degli effetti molto gravi, ma il sistema di protezione sociale ha retto, sia pure con alcuni limiti significativi, riguardanti la perdurante carenza di tutele per quei settori del mercato del lavoro che non hanno un rapporto alle dipendenze, i quali, peraltro, sono stati i più colpiti. Gli schemi della riduzione d’orario – secondo l’Isfol – hanno consentito di salvaguardare circa 700mila posti di lavoro tra il IV trimestre del 2007 e il I trimestre del 2011. Nei primi anni ’90, per ogni punto di Pil perso il tasso di occupazione subiva una flessione media dell’1,1%. Nel 2009, per ogni punto la flessione è stata dello 0,48%.

Gli effetti critici non si sono determinati solo da noi, come spesso lascia credere la polemica politica. Nei Paesi Ocse, nel 2007 era stato raggiunto il livello d’impiego massimo da almeno 25 anni: i due terzi della popolazione in età di lavoro era occupata (+8% rispetto ai primi anni 2000). Nel 2009 si è riscontrato, invece, il tasso più alto di disoccupazione.

Su questi temi sarebbe il caso di riflettere con coraggio e tentando almeno di esprimere una visione prima, un progetto operativo poi. Anche coinvolgendo le Agenzie per il lavoro e affidando loro nuovi compiti e ruoli. Sempre che gli “indignati” e i commando dei black bloc non continuino a dare alle fiamme le loro sedi.



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