DALLA CGIL/ Un “percorso di guerra” che lascia i giovani senza lavoro

La situazione dei giovani italiani sul mercato del lavoro è difficile, ma non si risolve attraverso una legge per abolire la flessibilità. L’analisi di GIULIANO CAZZOLA

14.06.2011 - Giuliano Cazzola
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Foto Ansa

Anche a Santa Margherita Ligure, in occasione del tradizionale evento dei Giovani di Confindustria, si è parlato, nei consueti termini apocalittici, della condizione delle nuove generazioni. Così, l’ineffabile Susanna Camuso ha potuto rilasciare una dichiarazione contenente la sua ricetta contro il precariato: basterebbe abolire le norme che lo consentono.

È la solita terapia della sinistra che crede nella soluzione normativa dei problemi facendo finta di dimenticare alcuni aspetti inconfutabili. Sono state le leggi sulla flessibilità, a partire dal 1997, a sbloccare il mercato del lavoro e a consentire un costante incremento dell’occupazione – maschile e soprattutto femminile – fino al 2007. In secondo luogo, neppure un governo di sinistra sarebbe in grado di introdurre una sorta di imponibile di manodopera, costringendo le aziende ad assicurare impieghi a tempo indeterminato.

Se si cancellano le tipologie lavorative flessibili (che devono essere usate in modo corretto, senza abusi) si inducono le aziende a non assumere e quindi a non accettare commesse che non siano ragguagliate al loro organico. È l’organizzazione del lavoro e della produzione a pretendere che le imprese ricorrano ad assunzioni per un tempo limitato all’esecuzione di una commessa, senza impegnarsi per le attività successive, spesso non garantite e incerte. In ogni caso, una questione giovanile esiste e non solo in Italia. Ma è talmente un groviglio di problematiche all’apparenza insolubili, da escludere le facili scorciatoie verso l’agognata stabilità ormai identificata con il contratto a tempo indeterminato.

I giovani non se la passano bene. Tra i 15 e i 24 anni il 10,5% (6,5% al Nord, 6,3% al Centro, 16,2% al Sud) non studia, non ha lavoro e non lo cerca. Se si estende l’indagine fino ai 29 anni, la generazione Neet (o “né né” per dirla in italiano) sale al 21,2%, una percentuale quasi doppia della media esistente in 19 paesi della Ue. Se addirittura si arriva a 34 anni, la quota dei Neet tocca il 32% (in valore assoluto, 2,2milioni di “anime morte” di nuovo conio).

Queste situazioni possono essere osservate da un altro angolo di visuale. Considerando i giovani nella fascia compresa tra 15 e 24 anni, possiamo notare che il 60,4% studia, il 20,5% lavora, il 7,9% è in cerca di un’occupazione, l’11,2% non studia, non ha un lavoro e non lo cerca; appartiene, quindi, alla generazione Neet. Nelle coorti successive, l’asseto si ribalta. Dai 25 ai 34 anni il 65,4% lavora, l’8,9% cerca un impiego, il 14,4% è ancora in formazione (il dato è anomalo e si tratta di 500mila persone), il 18,9% (la quota è impressionante) “sta a casa”.

A tali tristi performance non si è arrivati in un solo colpo a causa della crisi (o del Governo Berlusconi), ma alla fine di un processo di anni, anzi di decenni, lungo il “percorso di guerra” di cicli formativi inadeguati, di un orientamento professionale che disorienta e di un’intermediazione inefficiente tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. Esistono tante contraddizioni, sedimentate nel tempo, a cui vanno imputati gli aspetti più critici della condizione giovanile.

Il 6% dei giovani a 16 anni è fuori da qualsiasi attività formativa. Il 26,5% degli effettivi di ogni generazione si diploma con un ritardo da 1 a 6 anni. Soli il 16,5% si impiega in un lavoro per cui ha ottenuto il diploma. I diplomati si iscrivono all’Università in misura del 70%, anche se sono in ritardo. Il 46% finisce fuori corso. Uno studente su 6 è inattivo e non fa neppure un esame all’anno. Un iscritto su 5 abbandona gli studi. I giovani acquisiscono la laurea triennale a 25 anni, quella quinquennale a 27 anni, 3 o 4 anni dopo i loro coetanei europei o cinesi. Un anno dopo la laurea solo il 47% è occupato (era il 57% cinque anni fa), contro il 77% della Germania. Nel 2009 rispetto al 2000 il tasso di attività dei laureati è sceso dall’81% al 68%. Ma le contraddizioni non finiscono qui.

L’Italia vanta: a) la più alta percentuale nell’Ue di inoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni; b) la più alta disponibilità di posti di lavoro vacanti per mancanza di competenze tecniche; c) le maggiori opportunità di posizioni di lavoro manuale che nessuno vuole occupare; l’età media del primo impiego è di 22 anni contro i 17 di altri Paesi europei.

Da dove si comincia per mettere ordine e razionalità?

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