PENSIONI/ Esodati, 30 miliardi “aiutano” la Fornero

- Giuliano Cazzola

Ieri alla Camera dei deputati è cominciata la discussione su un progetto di legge che vuole ampliare le tutele alla platea degli esodati. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

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È arrivato ieri in Aula alla Camera il progetto di legge AC 5103 a prima firma Cesare Damiano, ma sostenuto da tutta la Commissione lavoro (tranne che da chi scrive, anche se ho votato il mandato al relatore) che contiene una sorta di enciclopedia di tutti i casi possibili e immaginabili da sottoporre alle disposizioni poste a salvaguardia dei cosiddetti esodati. Il provvedimento deve trovare una copertura credibile per fare fronte almeno al varo di qualche ulteriore misura parziale tale da risolvere alcune situazioni tra quelle lamentate. Ciò in quanto le risorse disponibili sono parecchio scarse e comunque insufficienti a finanziare l’intero progetto di legge che, a regime, richiederebbe circa 30 miliardi da aggiungere ai 9 miliardi già stanziati a favore dei 120mila salvaguardati.

Una soluzione organica del problema-esodati, ammesso che sia possibile vista la complessità delle diverse condizioni, richiederà un supplemento di esame e, soprattutto, imporrà una capacità di selezione delle priorità, senza nulla concedere alle tentazioni elettoralistiche, come spesso è avvenuto finora.

I termini della questione sono noti. La riforma delle pensioni del governo Monti presenta sicuramente due aspetti di rilievo storico: l’estensione pro rata del calcolo contributivo, purtroppo tardiva perché attesa inutilmente dal 1995, ma ugualmente carica di significato emblematico sul piano dell’equità intergenerazionale; il superamento delle pensioni di anzianità, un’anomalia tipicamente italiana, una prerogativa figlia di altri tempi e di condizioni lavorative per sempre svanite, ma che ha consentito, nel corso degli anni, a milioni di lavoratori di andare in quiescenza a un’età compresa tra 50 e 60 anni e di restarci per almeno un quarto di secolo, intasando così il sistema pensionistico per decenni a danno e a spese delle future generazioni – perché in un sistema equilibrato e sostenibile non è sufficiente tener conto dell’anzianità contributiva acquisita (e quindi degli anni di lavoro), ma occorre aver presente anche il periodo durante il quale si percepirà il trattamento.

La riforma Fornero, però, soffre anche di un grave limite: quello di non aver considerato in maniera adeguata la fase di transizione, creando così l’esigenza di salvaguardare – applicando loro le regole previgenti – una vasta platea di lavoratori in esubero, immessi – come d’abitudine da noi – nel circuito degli ammortizzatori sociali e delle extraliquidazioni per anni, fino ad accompagnarli a percepire la pensione di anzianità. Questi lavoratori rischiano di rimanere privi di reddito o di pensione. Poiché quello dei cosiddetti esodati è non solo un problema vero, ma è assurto anche al rango di un’emergenza nazionale e ad argomento della prossima campagna elettorale, io non mi sottrarrò a compiere il mio atto di fede e al dovere di riconoscere che vanno trovate delle soluzioni, come aveva promesso di fare il governo, per tutti i casi meritevoli di tutela. Anche andando oltre i 120mila già coperti con un costo a regime di 9 miliardi. Ma, se vogliamo essere onesti con le persone che attendono delle soluzioni ai loro problemi, dobbiamo anche ammettere che dietro la guerra dei numeri (quanti sono gli esodati) esistono dei chiarimenti da dare.

In primo luogo, quando si dichiara – come fanno tutte le forze di maggioranza – che non si intende buttare all’aria la riforma, occorre trovare dei criteri – equi e corretti – per delimitare i casi degli aventi diritto; altrimenti, non si tratterebbe più di tutelare coloro che corrono il rischio di rimanere senza reddito e senza pensione, ma si finirebbe per vanificare gli incrementi di età pensionabile e per riaprire di fatto la piaga dei trattamenti di anzianità, demolendo così un caposaldo della riforma.

Che fare, allora? Nelle attuali condizioni di finanza pubblica è indispensabile assumere un percorso di gradualità, destinando le risorse disponibili alla soluzione dei casi più critici man mano che si presentano e vengono a scadenza. Il pdl AC 5103 non è conforme a tale logica e prefigura un impianto che va oltre il problema degli esodati, ma che tende a ripristinare le pensioni di anzianità anche per chi non ha perso il lavoro, seppur sottoponendole al calcolo contributivo. Un impianto che presenta dunque un onere insostenibile e in senso controriformatore.

Come si può uscire, allora, da questa evidente impasse? Bene che vada assisteremo nelle prossime ore a un ridimensionamento delle rivendicazioni e delle platee prefigurate nel pdl AC 5103, sempre che siano reperite le risorse in grado di risolvere almeno alcuni dei casi indicati. E ovviamente si dovrà negoziare con il governo, perché le coperture finanziarie non si trovano attingendo a un bancomat (e la copertura a carico dei giochi on line è insussistente), ma attraverso una mediazione con l’esecutivo. Come è sempre avvenuto. È il caso allora di chiedersi perché la Commissione lavoro abbia voluto forzare approvando il testo unificato, il 7 agosto, senza tener conto che in quella stessa giornata era pervenuta una lettera del ministro Elsa Fornero che invitava a rinviare l’esame a settembre allo scopo di trovare soluzioni condivise, che valutassero adeguatamente anche gli impegni che il governo aveva già sostenuto in materia.

Adesso, dopo mesi, l’Aula è allo stesso punto in cui si trovava la Commissione il 7 agosto. Intanto, però, si è sollevato un polverone di aspettative destinate ad andare in gran parte deluse.

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