ELEZIONI/ Cazzola: Pd-Cgil e Lista Monti, le “tentazioni” che lasciano a piedi il lavoro

- Giuliano Cazzola

Con l’avanzare della campagna elettorale stanno emergendo le proposte dei partiti in tema di lavoro. GIULIANO CAZZOLA ci spiega quali sono da evitare per non peggiorare la situazione

meccanismo_lavoro_ingranaggioR400
Infophoto

Gli ultimi dati della Banca d’Italia hanno richiamato a un maggior senso di responsabilità tanti protagonisti di una campagna elettorale finora troppo attenti alla propaganda e ai giochi di potere a voto avvenuto. Adesso, però, sappiamo che non solo è incerta un’inversione del ciclo economico nell’anno appena iniziato, ma che pure l’equilibrio dei conti pubblici e la stabilità monetaria (presupposti indispensabili di ogni strategia di crescita) non sono acquisiti una volta per tutte, nonostante i sacrifici richiesti agli italiani. Il Paese, dunque, rimane ancora alla ricerca di un futuro. Di un futuro che, innanzitutto, si chiama lavoro.

In tale contesto la Cgil ha reso noto il Piano che presenterà a sostegno della propria iniziativa, facendo il verso – si parva licet – a un ben più celebre Piano del Lavoro che Giuseppe Di Vittorio presentò nell’ormai lontano 1949. Quel Piano è entrato, magari con qualche sopravvalutazione nella storia patria, giacché proponeva almeno una linea alternativa di politica economica per l’affermazione della quale – si diceva – la classe lavoratrice era disponibile a compiere dei sacrifici. Questa logica si ritrovò nel 1978 all’interno di quella che venne definita come la strategia dell’Eur, elaborata in appoggio ai governi di solidarietà nazionale.

Per quanto se ne conosce, il nuovo progetto della Cgil ha più pretese, ma è assai meno convincente, in quanto mette al centro un’idea del lavoro ormai fuori dall’economia e dalla storia, perché non basta citare l’articolo 1 della Costituzione o reinterpretare in chiave conservativa la “centralità” del lavoro per risolvere i pressanti problemi posti dalle esigenze di competitività nell’economia globale. Come rispondere alla tentazione di tornare all’antico che influenzerà la coalizione di centro-sinistra dove – come ha commentato un autorevole dirigente del Pd – se la Cgil starnuta, il 60% dei parlamentari si soffia il naso?

Si tratta di mettere in campo politiche che creino lavoro attraverso l’adozione di adeguate misure di politica economica, evitando – un avvertimento che vale anche per la Lista “Scelta civica con Monti” che domenica ha avviato la campagna elettorale – di riaprire, in materia, un nuovo e impegnativo cantiere legislativo dopo la legge Fornero. E, soprattutto, è consigliabile, in campagna elettorale, non rimettere in discussione, in termini generali, la nuova disciplina dei licenziamenti individuali. Le Parti sociali, se lo riterranno, potranno concordare forme contrattuali a tempo indeterminato più flessibili e meno costose, avvalendosi di quanto previsto dall’articolo 8 del decreto n. 138 del 2012.

In altre parole, la Lista Monti non deve cadere nella suggestione del contratto unico a tempo indeterminato e a tutela crescente. Guai a innamorarsi di un nuovismo astratto. I rapporti di lavoro sono connotati da profonde differenze, per cogliere e regolare le quali sono indispensabili le forme contrattuali individuate nella legge Biagi.

Una diversa considerazione meriterebbe la proposta di un nuovo contratto a tempo indeterminato per il lavoro subordinato: un contratto reso più flessibile (in uscita) e meno costoso, magari accompagnato da un impegno di placement a carico del datore. Si deve essere consapevoli, però, che tale scelta comporta l’esigenza di riaprire, sia pure in modo consensuale, la questione dell’articolo 18. È opportuno, quindi, agire con cautela e affidarsi alla sperimentazione e all’autonomia contrattuale. Occorre inoltre valorizzare l’apprendistato come strumento normale di accesso al lavoro dei giovani. La legge Fornero, poi, deve essere attuata in diverse parti importanti come le politiche per l’impiego.

In conclusione, vi sono alcuni aspetti, riconosciuti anche dallo stesso ministro Fornero, che meritano probabilmente una revisione perché hanno sollevato problemi operativi per le imprese: pensiamo alla questione del periodo di tempo intercorrente nella sequenza dei contratti a termine (i 60 e 90 giorni previsti creano difficoltà per i lavoratori e le aziende), alla maggiore valorizzazione della somministrazione a tempo indeterminato, alle modalità di verifica dei criteri di correttezza delle partite Iva. Poi c’è il problema di dare continuità, se necessario, alla copertura degli ammortizzatori sociali in deroga senza mettere in discussione i termini dell’entrata in vigore e dell’andata a regime dell’Aspi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori