MARCO BIAGI/ Cazzola: un “uomo solo” che ancora può cambiare il lavoro in Italia

- Giuliano Cazzola

Il 19 marzo 2002, Marco Biagi veniva ucciso dalle Brigate Rosse. GIULIANO CAZZOLA ricorda non solo le idee, ma anche la solitudine che viveva il Professore bolognese

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Marco Biagi (Infophoto)

La mattina del 19 marzo 2002 – ignoravo che in quella tragica giornata avrei perduto per sempre un carissimo amico – avevo ricevuto una e-mail di Marco Biagi, ma non ero riuscito ad aprirla. Mi ripromettevo di chiamarlo sul cellulare, ma non mi riuscì. I terroristi arrivarono prima. Nel ricordare questa dolorosa sequenza di date e di fatti non intendo solamente stigmatizzare ancora una volta le responsabilità di chi non volle prestare ascolto ad allarmi, risultati purtroppo profetici. C’è un aspetto più significativo da cogliere: il valore di un insegnamento sempre attuale.

Ciascuna delle stazioni del Calvario di Marco è la prova di un’esemplare forza morale. Sapeva di essere in pericolo, ma non volle mancare al suo dovere. Le lettere, pubblicate postume, furono scritte da una persona che avvertiva tutto il dramma della sua situazione ed era deluso per l’altrui sordità burocratica. Ma continuava ad andare avanti, a seguire l’imperativo categorico della missione che si era proposto di compiere.

C’è, nel suo carteggio, una lettera indirizzata a Pier Ferdinando Casini, allora Presidente della Camera, molto indicativa dello stato di angoscia in cui versava. Biagi e Casini erano, come si dice in questi casi, “amici di famiglia” per le comuni radici a Lizzano in Belvedere, nell’Appennino emiliano (Biagi però non era parente di Enzo) e per le frequentazioni delle rispettive madri (quella di Marco morì qualche mese prima di lui). “Devo chiederti aiuto per la mia sicurezza personale – scriveva il 15 luglio del 2001 Marco Biagi – Da un anno sono sottoposto al regime di tutela-scorta. Poiché collaboro con la Giunta Albertini a Milano e sono l’estensore tecnico del Patto per il lavoro di Milano, la Digos di varie città mi ha preso in consegna contro il rischio di possibili attacchi terroristici. Il timore è che si ripeta come il caso D’Antona. Ti lascio immaginare come possa vivere tranquilla la mia famiglia. Ora collaboro anche con Confindustria e Cisl, nonché con lo stesso Ministro Maroni, realizzando sul piano tecnico una strategia di flessibilità sul lavoro. Sono molto preoccupato perché gli avversari (Cofferati in primo luogo) criminalizzano la mia figura. Per ragioni che ignoro a Roma da dieci giorni è stata revocata la scorta-tutela e tutte le volte che vengo nella capitale sono molto allarmato. Ti chiederei la cortesia di fare il possibile affinché, continuando il mio impegno tecnico, di cui sopra, io venga tutelato a Roma come a Milano, Bologna, Modena e in genere in tutta Italia. Mi piacerebbe parlarti dieci minuti: se la tua segretaria ci potesse organizzare un incontro anche brevissimo ti sarei molto grato. Ti prego di non fare parola con Mamma (che delicatezza usare la maiuscola per indicare la madre del presidente! ndr) della questione confidenziale che ti ho prospettato – concludeva Biagi – perché mia mamma ne è all’oscuro”.

Un’altra lettera – indirizzata al ministro Maroni (e per conoscenza al Prefetto di Bologna) – merita di essere posta in particolare evidenza per il senso di preoccupazioni che essa trasmette: “Desidero informarLa – scriveva il professore – che oggi ho ricevuto un’altra telefonata minatoria da un anonimo che asseriva perfino di essere a conoscenza dei miei viaggi a Roma senza protezione alcuna, ancora una volta cercando di intimorirmi in relazione alle mie attività di progettazione svolte su incarico Suo e del Sottosegretario Sacconi. Desidero assicurarLa – aggiungeva – che non intendo desistere dalla mia attività di collaborazione con Lei e con il Ministero. Nel contempo vorrei rappresentarLe tutta l’urgenza affinché vengano presi provvedimenti adeguati. Invio la lettera anche al Prefetto di Bologna in quanto tali telefonate si susseguono in questa città dove risiedo. Qualora dovesse malauguratamente occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate minatorie senza che venissero presi provvedimenti conseguenti”.

Il contenuto di questa lettera è drammatico, perché è scritta da un uomo disperato, perseguitato da telefonate anonime che ne minacciavano l’esistenza. Ma le autorità che avevano il compito di tutelare quel civil servant rispondevano con una sordità burocratica e ottusa, quella stessa che, alcuni mesi dopo la sua uccisione, indussero il ministro degli Interni in carica a insultare Marco, anziché chiedere scusa alla famiglia, per averlo privato di ogni salvaguardia (come ebbe a dire Marcello Pera, allora presidente del Senato nel discorso celebrativo del primo anniversario della morte) e lasciato solo, “difeso soltanto dalla sua bicicletta”.

Ma per capire meglio la statura di questo professore val la pena di quello che può essere considerato il suo testamento spirituale: “l’editorialino”. Pochi giorni prima di essere assassinato Marco inviò a Guido Gentili, allora direttore de Il Sole 24 Ore, un articolo scritto di getto, da lui appunto definito “editorialino”. Per una serie di circostanze quel testo venne pubblicato postumo, il 21 marzo 2002: il primo giorno di primavera.

 

Il dado è tratto: modernizzazione o conservazione?

“Caro Guido, mi è venuto d’istinto di buttare giù queste righe. Vedi tu se ti possono servire”. Questo breve messaggio indirizzato al direttore de Il Sole 24 Ore accompagnava quello che divenne l’ultimo articolo di fondo di Marco Biagi.

“Il nostro diritto del lavoro è diventato una materia di forte richiamo anche per l’opinione pubblica. Solo qualche tempo fa nessuno avrebbe mai immaginato che sulle riforme del mercato del lavoro si scaricasse una fortissima attenzione dei mezzi di informazione. E ora che, dopo le ultime scelte del Governo sulla riforma sperimentale dell’art. 18, si è alla vigilia di uno scontro sociale con tanto di sciopero generale, anche le relazioni industriali entreranno in uno stato di sofferenza.

In realtà l’art. 18 c’entra poco o nulla. Non possiamo far finta di non vedere che il vero dissenso non è tanto (o non solo) riferito a questa norma pur così emblematica nel nostro ordinamento. Dopo tutto nel recente accordo sui Comitati Aziendali Europei, trasponendo una direttiva tanto attesa, le parti sociali si sono accordate nel non richiamare più l’art. 28 dello Statuto dei lavoratori (comportamento antisindacale). Una norma non meno caratteristica, per molti anni vera e propria bandiera della sinistra sindacale. Il vero terreno di scontro è più in generale quello riguardante un progetto di riforma dell’intera materia, da un lato, e la difesa strenua dell’ impianto attuale, dall’altro.

Naturalmente è più che lecito dissentire sulle tecniche di modernizzazione o comunque nutrire riserve in relazione alle scelte del Governo, alcune sicuramente più persuasive di altre. Non si comprende invece l’opposizione radicale a ritenere pressoché immodificabile l’attuale assetto del diritto del lavoro, eccependo ad ogni piè sospinto la violazione dei diritti fondamentali o attentati alla democrazia. É legittimo considerare ogni elemento di modernizzazione o progresso un pericolo per le classi socialmente più deboli. È sempre stato così nella storia che anche in questo caso si ripete. Tutto il disegno di legge 848 costituisce il passaggio dal vecchio al nuovo e vien da pensare che dopo l’ art. 18 vi sarebbero state altre parti di quel testo a subire il veto di parte sindacale. Lo stesso ‘Statuto dei lavori’ significa rivedere la tutele delle varie forme di lavoro e non solo estendere quelle attuali a chi ancora non ne dispone. Ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando anche prezzi alti alla conflittualità”.

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