SVISTE/ Lavoro e pensioni, quanti “refusi” negli 8 punti di Bersani

- Giuliano Cazzola

Pier Luigi Bersani ha presentato nel corso della Direzione Nazionale del Pd un programma di governo in 8 punti. GIULIANO CAZZOLA mette in evidenza lacune e contraddizioni su lavoro e welfare

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Foto: InfoPhoto

Tutto si può dire degli otto punti che Pier Luigi Bersani vuole portare in dote a Beppe Grillo e al suo Movimento 5 Stelle, ma non che siano un esempio di chiarezza. Anzi, per quanto riguarda il lavoro e il welfare (ci limitiamo a questi aspetti, ma il discorso potrebbe allargarsi), prima ancora che sul piano politico, è proprio sul piano tecnico che vengono in evidenza alcune particolari  lacune. Vediamole una per una. Il punto 2.4. propone di ridurre il costo del lavoro stabile per eliminare i vantaggi del ricorso al lavoro precario. Poi aggiunge una frase sibillina che nessuno ha capito: «E superamento degli automatismi della Legge Fornero».

Prima di commentare il cuore del punto 2.4. soffermiamoci su quali potrebbero essere i perversi automatismi da superare, premettendo che ne abbiamo parlato anche con il ministro, trovandola, al pari di noi, non in grado di sciogliere l’enigma. A tarda serata, dopo molte consultazioni, una deputata del Pd, rieletta e di buon cuore, ci ha spiegato che il passaggio controverso si riferiva inizialmente non già alla riforma del lavoro, ma a quella delle pensioni e segnatamente alla norma – introdotta dal precedente governo Berlusconi che è stata tanto apprezzata in Europa – riguardante l’adeguamento automatico dell’età pensionabile al progredire dell’aspettativa di vita.

Prendiamo per buona questa spiegazione (si tratterebbe, dunque, di un refuso?); ma  ce ne potrebbero essere altre, tra cui la seguente: visto che si parla di lavoro e non di pensioni, il «superamento» potrebbe riferirsi all’Aspi, ovvero al nuovo sistema di ammortizzatori sociali, che è entrato gradualmente in vigore all’inizio dell’anno per andare a regime a partire dal 2018, sostituendo il meccanismo attuale (ricordiamo tutti che il Pd voleva rallentarne il percorso), che invece godrebbe di una proroga. Certo non è un bel vedere che su di un aspetto importante a domanda si debba rispondere con un “boh!”, ma tiriamo pure avanti; anzi facciamo un passo indietro.

Bersani ci dice che il lavoro stabile deve costare di meno di quello precario. Ci deve essere sfuggito qualche cosa, perché ci sembrava che tale problema fosse stato risolto dalla legge n. 92 del 2012, in forza della quale sul lavoro a tempo determinato grava un sovraccarico di aliquota pari all’1,4%, mentre il prelievo sugli iscritti alla gestione separata presso l’Inps (co.co.pro e partite Iva)  è destinato ad allinearsi, entro il 2018, al 33% già stabilito per il lavoro dipendente. Nella passata legislatura (e durante la campagna elettorale) a illustri esponenti del Pd questa uniformità forzata era sembrata assurda, anche perché si sarebbe finiti per penalizzare le categorie più deboli del mercato del lavoro. Prendiamo atto del cambiamento di posizione che, ad avviso di chi scrive, non produrrà nessun posto di lavoro stabile in più, ma molti posti precari in meno.

Passando al punto 2.5. si arriva alla richiesta di un salario o compenso minimo «per chi non ha copertura contrattuale». In sostanza, si accontentano i sindacati da sempre contrari al salario minimo allo scopo di affermare l’applicazione dei minimi tabellari previsti dalla contrattazione collettiva; ma nel medesimo tempo si introduce il concetto di un livello minimo legale al di sotto del quale, laddove non operi la contrattazione, non è possibile andare. Nulla quaestio, salvo porre una domanda ulteriore: quali sono i settori in cui non esiste alcuna copertura contrattuale? Nessuno se riferito al lavoro dipendente. Non esistono contratti in talune fattispecie flessibili (rapporti a progetto e partite Iva). Il fatto è che, in questi casi, a prevedere un compenso minimo, ragguagliato a quanto disposto dai contratti, ci ha già pensato la legge Fornero. 

E il punto 2.6.? Si apre lo scrigno dei nuovi ammortizzatori sociali “made in democrats”. Si parla di «avvio della universalizzazione dell’indennità di disoccupazione». Calma, l’Onu non c’entra: significa soltanto che l’indennità deve essere corrisposta a tutte le tipologie di lavoro e non solo a quelle di lavoro dipendente. A parte il fatto che l’Aspi non viene nemmeno nominata, non è un caso che si parli di avvio. A Bersani avranno sicuramente spiegato che riconoscere questa indennità ad altre categorie ha un costo non indifferente (un miliardo al mese per ogni milione di nuovi aventi diritto).

Inoltre, il leader del Pd si è guardato bene dall’inseguire Grillo lungo la deriva del reddito di cittadinanza, una prestazione che andrebbe riconosciuta non solo a chi ha perduto il lavoro, ma anche a chi è fuori dal mercato del lavoro e si limita a cercare un’occupazione. A meno che a questi soggetti non sia erogato soltanto il cosiddetto reddito minimo di inserimento di cui si parla nel punto stesso. Viene da chiedersi, però, se questa prestazione verrebbe corrisposta a fronte di un avvio al lavoro (nel qual caso andrebbe a interferire con l’apprendistato) oppure se  fosse attribuita comunque a chi è inoccupato (nel qual caso saremmo nel quadro di un reddito di cittadinanza travestito con i relativi costi appresso).

Dulcis in fundo, laconico e generico, il punto 2.7. che recita: «Salvaguardia esodati». Quanto, quando e come? Vallo a capire. Ma chi si accontenta gode.

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