IL CASO/ Il “Jobs Act” di Alfano lascia senza lavoro Renzi

- Giuliano Cazzola

Il Nuovo centro destra ha presentato le proprie linee guida riguardo il lavoro. GIULIANO CAZZOLA spiega perché sono da preferire al Jobs Act di Matteo Renzi

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Angelino Alfano

Quando i partiti si scindono i gruppi dirigenti “separati in casa” devono affrontare complicate operazioni di carattere patrimoniale allo scopo di dividersi le risorse, i finanziamenti, le sedi e gli eventuali organi di stampa. Per come sono messe le cose, in conseguenza delle scorribande dell’antipolitica, immaginavamo che oggi la posta principale da spartire fossero i debiti. Non pensavamo mai di poterci imbattere in un caso di appropriazione della linea politica. Eppure, il Nuovo centro destra di Angelino Alfano si è scisso dal Popolo della libertà (e non è confluito nella rinata Forza Italia) portandosi appresso, in materia di lavoro, l’elaborazione che questo partito aveva messo a punto negli ultimi anni e realizzato, almeno sulla carta, nella sua azione di governo. Non occorrono particolari retroscena per spiegare ciò che è avvenuto e il perché.

Maurizio Sacconi – colui che ha impostato (da ministro e non solo) la politica del lavoro di quello che fu il Popolo della libertà – è oggi uno dei principali esponenti del Ncd, oltre a ricoprire il ruolo di presidente della commissione Lavoro del Senato. Nel carnet di linee guida per il lavoro presentato domenica scorsa dal segretario Angelino Alfano troviamo rivisitate e ribadite le iniziative e le proposte portate avanti dai governi presieduti da Silvio Berlusconi nella XIV e nella XVI legislatura e difese con forza quando il centrodestra era all’opposizione.

È doveroso sottolinearlo, perché in tema di lavoro il fronte moderato si è caratterizzato per aver ideato e sostenuto politiche che hanno lasciato il segno nella vita del Paese, nel tentativo – durissimo – di modernizzare il diritto del lavoro attraverso l’introduzione di regole in grado di rispondere alle esigenze dei nuovi modelli produttivi e più in generale dei sistemi economici al tempo della globalizzazione. Tutto ciò premesso, la prima considerazione da svolgere non può che riguardare il confronto con quanto si conosce del jobs act di Matteo Renzi.

Il pacchetto del Ncd è sicuramente più organico e definito (in taluni casi, infatti, vengono richiamate persino norme in vigore ancorché “in sonno” a causa dell’ignavia delle Parti sociali: parliamo dell’articolo 8 della legge n. 138 del 2011) di quello, appena abborracciato e molto confuso, del sindaco-segretario. Ma le differenze tra i due documenti si intravedono; e sono parecchie e importanti. Soprattutto se le due linee devono essere composte nella sintesi che il premier Letta sta cercando di compiere.

Per quanto riguarda la contrattazione collettiva, la nota Alfano-Sacconi privilegia (con qualche eccessivo entusiasmo per la contrattazione individuale ancorché certificata e assistita) la negoziazione “di prossimità” (che ben si tiene insieme con gli effetti discendenti dall’applicazione del citato articolo 8), rivolta a migliorare e a qualificare una maggiore produttività del lavoro, mentre la bozza Renzi se la cava con un generico richiamo alla semplificazione con particolare riferimento alle differenti tipologie contrattuali (che non sono affatto 40). Giustamente, ad avviso di chi scrive, il Ncd prende posizione contro un intervento legislativo in tema di rappresentanza e di rappresentatività dei sindacati: una proposta, invece, che trova spazio nell’eNews 381 di Renzi, in conseguenza dell’accordo con Maurizio Landini.

Il Ncd difende la flessibilità in entrata, al punto da voler ripristinare le norme della legge Biagi, modificate dalla riforma Fornero. E per quanto riguarda la risoluzione del rapporto di lavoro gioca l’asso di briscola, chiedendo una radicale modifica della disciplina del licenziamento individuale, con sanzioni solo risarcitorie e di carattere patrimoniale, rimanendo la reintegra confinata ai soli casi di evidenti discriminazioni. Sappiamo, invece, che Matteo Renzi sta ancora misurandosi con il “processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti”. È sparito – se siamo stati ben attenti – l’aggettivo “unico” ed è comparsa la parola “inserimento”.

Campeggia, poi, nel documento del Ncd l’idea di uno Statuto dei lavori in grado di andare oltre la tutela del solo lavoro dipendente, individuando uno zoccolo di diritti a valere, come base di ulteriori specificità, per tutto il mondo del lavoro. Che cosa altro dire? Per fare il verso ad Alfano si può sostenere che pure nel suo documento vi sono porzioni della solita zuppa. Forse anche qualche fuga in avanti. Ma chi lo ha scritto era consapevole di ciò che stava facendo. Renzi e i suoi pischielli, per ora, si sono limitati a navigare su internet, saccheggiando qua e là idee e proposte altrui, spesso senza comprenderne appieno il significato e valutarne compiutamente le implicazioni (e gli oneri finanziari). 

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