JOBS ACT/ La battaglia del Pd che non aiuta il lavoro

- Giuliano Cazzola

Il Governo sembra pronto a modificare nell’iter parlamentare la prima parte del Jobs Act per venire incontro alla minoranza del Pd. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

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Il passaggio in commissione Lavoro della Camera è, senza alcun dubbio, quello più difficile e delicato nel percorso che deve portare il decreto legge n. 34 (la prima parte del Jobs act) all’appuntamento con la conversione (entro poco più di un mese per evitarne la scadenza). Nel gruppo del Pd sono più numerosi gli esponenti della minoranza del partito che ha criticato il provvedimento. Tra di essi vi è anche il presidente, una personalità di sicura esperienza e di grande prestigio come Cesare Damiano. Esiste, poi, la possibilità di una maggioranza alternativa (che potrebbe convergere su qualche emendamento “sensibile”) con Sel e il M5S.

Il relatore, Carlo Dell’Aringa, è sicuramente ben orientato, ma dovrà sforzarsi di trovare una mediazione su di un testo da sottoporre all’Aula, dove i rapporti di forza tra le componenti interne al Pd non sono favorevoli alle posizioni che il governo ha espresso nel decreto in tema di revisione del contratto a termine e della semplificazione dell’apprendistato. Al Senato il provvedimento troverà certamente un clima più accogliente, ma a Palazzo Madama sarà parecchio complicato non tenere conto del lavoro svolto dalla Camera, anche perché saranno i tempi a imporlo e a non consentire un numero di letture superiore a tre.

A quanto si dice, il governo accetterebbe di ridurre le possibili proroghe dei contratti a termine in regime di acausalità, portandole da 8 a 6, se non addirittura a 5. È comprensibile il desiderio di incoraggiare assunzioni a tempo determinato per periodi che non siano eccessivamente frantumati ma di durata la più lunga possibile. Occorrerebbe, tuttavia, accompagnare una misura siffatta – magari nel contesto dell’attuazione della legge di delega (il “secondo tempo” del Jobs act) – con una revisione di altre tipologie contrattuali, rese difficilmente praticabili in seguito alle modifiche introdotte dalla legge n.92/2012 (la riforma Fornero), come, per esempio, il lavoro a chiamata.

La recente esperienza insegna, infatti, che almeno il 17% dei contratti a termine attivati dopo l’entrata in vigore della legge Fornero ha avuto durate limitate a pochi giorni. In sostanza, i datori hanno preferito assumere a termine – benché si trattasse di una forma più onerosa – per avvalersi dell’acausalità fino a 12 mesi prevista dalla riforma Fornero.

Per farla breve, allora, si potrebbe vincolare alla stipula di contratti a termine più lunghi le aziende che intendono avvalersi di questa forma senza doversi barcamenare con la roulette russa di una causale sindacabile in giudizio. Ma si dovrebbe contemporaneamente ripristinare uno strumento contrattuale (come il lavoro a chiamata, ad esempio) che consenta assunzioni legittime limitate solo ad alcuni giorni. A noi sembra che il “pezzo” qualificante della revisione dei rapporti a termine consista nel confermare, per la mancanza di causale, l’intero periodo dei 36 mesi. Certo, si potrà dire che anche soli 24 mesi sarebbero comunque pari al doppio di 12, come era previsto prima del decreto, in forza della legge n.92, come modificata dal “pacchetto Giovannini”. Ma se così fosse non si potrebbe affermare che il contratto a termine non richiede alcuna causale per tutto l’arco temporale della durata ammessa.

Per quanto riguarda l’apprendistato, gli strali della minoranza Pd puntano a ripristinare il percorso formativo fuori dall’azienda, ma soprattutto a recuperare un vincolo, per i datori, di trasformare in assunzioni stabili un certo numero di contratti di apprendistato per poter continuare a effettuare nuove assunzioni con questa tipologia che, sulla carta, è assai vantaggiosa per quanto riguarda il costo del lavoro.

Corre voce che su ambedue i punti il governo sia intenzionato ad accettare modifiche secondo le richieste. Resta da chiedersi il motivo del mancato decollo di una forma di assunzione che da tutti viene considerata la normale porta di accesso dei giovani nel mercato del lavoro. Il numero medio dei rapporti di lavoro in apprendistato è passato, in valori assoluti, da 594.668 del 2009 a 504.558 nel 2011, con una diminuzione secca in tutte le aree geografiche (-8,95% nel 2010 sul 2009, – 6,9% nel 2011 rispetto all’anno precedente). Il trend non è migliorato a seguito della riforma Fornero (legge n.92/2012). Il monitoraggio del ministero del Lavoro è spietato nel denunciare che il trend di questo tipo di attivazioni “appare nettamente decrescente”. La flessione più robusta risulta esservi tra i giovani fino a 19 anni (-40% della base tendenziale nel secondo trimestre 2013), con un’attenuazione del decremento nella fascia 25-29 anni (-9,7%) dove si concentra il maggior numero di contratti (216mila). 







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