RIFORMA PENSIONI 2016/ Tra Ape e Inps i nuovi “pastrocchi” previdenziali

- Giuliano Cazzola

La riforma delle pensioni inserita nella Legge di stabilità 2017 non contiene dei buoni provvedimenti, dice GIULIANO CAZZOLA. Che critica anche Boeri e sindacati

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Tito Boeri (LaPresse)

Continuo a pensare che le pensioni non fossero una priorità su cui investire, nella Legge di bilancio 2017, importanti risorse. Credo, tuttavia, che il Governo stia cercando di contenere i danni provocati da una lunga campagna politica – e soprattutto mediatica – contro la riforma Fornero, allo scopo di anticipare i requisiti anagrafici del pensionamento, ripristinando, nei fatti, il funesto trattamento di anzianità, in un Paese che destina circa il 4% del Pil per finanziare le pensioni delle coorti comprese tra 55 e 64 anni, contro il 2,2% medio dell’Ue. 

Ci sono stati dei momenti in cui la cosiddetta flessibilità del pensionamento (a fronte di penalizzazioni economiche inadeguate sul piano attuariale) sembrava una scelta indiscutibile e urgente. Alla testa del partito della flessibilità – oltre a qualche autorevole parlamentare della maggioranza che era riuscito a coinvolgere nell’operazione persino l’opposizione e a conduttori televisivi pronti a dare voce a qualsiasi istanza – si era messo, addirittura, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che aveva predisposto, nel merito, un ampio documento con allegato persino un articolato di legge. 

Al di là degli aspetti di metodo sollevati dalla recente intervista a Il Corriere della Sera, Boeri non chiarisce quali sarebbero le cause a determinare, con l’Ape, un debito pensionistico superiore a quello attribuibile alla sua proposta. Tanto che, a poche ore di distanza dalla pubblicazione dell’intervista, l’Inps ha diramato un comunicato che spiegava urbi et orbi il significato di debito pensionistico, come se si trattasse di una lezione universitaria, concludendo che il concetto non aveva nulla da spartire con quello del debito pubblico e addirittura non presentava alcuna rilevanza di carattere finanziario. 

C’è da ritenere che l’insolita precisazione fosse dovuta a una pressante richiesta di palazzo Chigi. E bisogna anche ammettere che per la stragrande maggioranza degli italiani il debito pensionistico sia rimasto un oggetto misterioso. Ma se ha torto a proposito dell’Ape perché il Governo con questa soluzione si è limitato a ridurre il danno determinato dalle onerose proposte sulla flessibilità in uscita, Boeri ha ragione su altri aspetti della manovra. Il Governo “ha gettato soldi dall’elicottero” sui pensionati, in un momento in cui le risorse avrebbero meritato ben altre destinazioni. È vero che è stato introdotto un principio di cautela rispetto al rischio di debordare dalle coperture finanziarie previste. Infatti, qualora dal monitoraggio delle domande presentate e accolte, dovesse emergere il verificarsi di scostamenti, anche in via prospettica, del numero di domande rispetto alle risorse finanziarie stanziate, la decorrenza dell’indennità (o della pensione per precoci)  sarebbe differita, con criteri di priorità in ragione della maturazione dei requisiti individuati da apposito dpcm. 

La questione dell’Anticipo pensionistico (si stimano 34mila prestazioni nel 2017 e 43mila nel 2018) presenta un problema di fondo, soprattutto se si andrà oltre il biennio di sperimentazione: la copertura dei venti anni di rateizzazione a carico dello Stato per l’Ape social. I relativi oneri sono previsti pari a 300 milioni nel 2017 e a 609 milioni nel 2018 (i due anni di sperimentazione). Vanno poi aggiunti gli oneri cifrati per la detrazione in quota fissa al 50% sull’Ape di mercato e d’impresa, ma si tratta di pochi milioni (2 nel 2017 e 8 nel 2018). Ben 70 milioni, tuttavia, serviranno per il fondo di garanzia, istituito presso l’Economia, per ridurre i costi bancari e assicurativi. Il 10% dell’intera manovra (7 miliardi) riguarda l’ottava salvaguardia degli esodati: 692 milioni nel triennio 2017-2019 (1,5 miliardi nei prossimi nove anni). È singolare che i 28mila nuovi casi tutelati (ormai a cinque anni dalla riforma) non siano stati risolti con i nuovi strumenti di flessibilità introdotti. Il fatto è che il 70% degli interessati andrà in quiescenza con le vecchie regole a un’età inferiore ai 63 anni che sono diventati la nuova frontiera dell’anticipo. 

Poi vi è il costo della cosiddetta quattordicesima: 800 milioni degli 1,9 miliardi movimentati il prossimo anno. Per quanto concerne l’incremento della no tax area per i pensionati serviranno 212 milioni nel 2017 e 247 milioni l’anno successivo. Ammontano a 780 milioni nei primi tre anni le minori entrate per la fissazione al 29% dell’aliquota contributiva dei parasubordinati con partita Iva. Ma entro il 2026 esse saliranno a 2,8 miliardi. Un po’ di respiro verrà dalla Rita (la rendita integrativa temporanea anticipata): 43 milioni circa di maggiori entrate cumulate nel biennio che, però, saranno assorbite dal 2019 per effetto della minore ritenuta d’imposta (dal 15% al 9%) per coloro che effettueranno l’opzione di incassare anche la Rita insieme all’Ape. Secondo la Covip, le forme di previdenza integrativa anticiperanno tra il 2018 e il 2020 quasi 300 milioni complessivi. 

Avviandosi a concludere la rassegna dei provvedimenti di helicopter money, la ricongiunzione torna a essere gratuita anche per l’anzianità, con un onere di 430 milioni nel primo triennio. Quanto ai precoci si spenderanno 1,4 miliardi cumulati: 80-90 milioni in più l’anno per i lavoratori adibiti a mansioni usuranti, a favore dei quali sono stati alleggeriti i requisiti d’accesso. Insomma, un bel pasticcio. Ma quel che più rode è l’aspetto politico che è sottostante a queste misure. Il vero aspetto malsano del dibattito sulle pensioni è un altro. Si sta tornando all’idea di un sistema previdenziale pubblico come riparatore dei torti che un lavoratore subisce prima di varcare la fatidica soglia della quiescenza. 

Grande è la responsabilità delle parti sociali. Se gli andamenti demografici e le loro conseguenze sul mercato del lavoro – prima ancora che l’equilibrio dei conti pubblici – pretendono un prolungamento della vita attiva, diventa necessario adottare, tramite la stessa contrattazione collettiva (come hanno iniziato a fare in Germania), misure di organizzazione del lavoro, di regime degli orari, di riqualificazione professionale dei lavoratori “anziani” per consentire loro di fornire un contributo – sempre importante – adeguato alle loro condizioni. 

Si fa in questi casi l’esempio dell’edile sessantacinquenne che si arrampica sui ponteggi. E che per questo motivo deve andare necessariamente in pensione prima. Il problema potrebbe adeguatamente essere risolto affidandogli negli ultimi anni di lavoro – in cantiere – mansioni più pertinenti (che esistono e che non vanno inventate apposta). Del resto, il Jobs Act ha introdotto una nuova disciplina del demansionamento anche per affrontare casi siffatti. Il medesimo ragionamento può essere compiuto per le maestre della scuola d’infanzia. I loro problemi possono essere affrontati in termini di turni di lavoro e di organici. Se vi sono due maestre, anziché una sola, ad accudire 10 bambini, anche la fatica fisica e lo stress si dimezzano. 

Un tempo i sindacati contrattavano l’organizzazione e l’ambiente di lavoro con l’obiettivo di salvaguardare la salute e l’integrità fisica del lavoratore. Oggi trovano più facile risolvere il problema anticipando la pensione. Perché allora non cambiare nome all’Inps? Lo chiameremo Zorro il vendicatore. Tito Boeri ha pure il fisico adatto per indossare quel costume. 

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