RIFORMA PENSIONI 2017/ Il boomerang di Boeri tra debito e flessibilità

- Giuliano Cazzola

Tito Boeri ha criticato ancora una volta la riforma delle pensioni. Eppure, ricorda GIULIANO CAZZOLA, è stato lo stesso Presidente dell’Inps a lanciare il tormentone della flessibilità

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Tito Boeri (LaPresse)

Ci risiamo con il debito implicito. Tito Boeri ne ha parlato nuovamente al Convegno Tuttopensioni, allo scopo di criticare le misure sulla assistenza e previdenza varate in sede di legge di bilancio 2017. Come riportano le agenzie di stampa, Boeri ha sottolineato l’importanza di valutare gli effetti delle riforme sul debito implicito pensionistico, ossia l’insieme degli impegni futuri presi dallo Stato nei confronti dei cittadini. Nella manovra, ha aggiunto, “aumenta la spesa pensionistica aumentando la generosità trattamenti su categorie che hanno già fruito di trattamenti più vantaggiosi rispetto a chi ne fruirà in futuro”, come ad esempio la concessione della quattordicesima anche a chi magari dispone già di redditi adeguati come i manager (?). “Un governo che sostiene che il debito implicito non è rilevante – insiste il presidente – ci sta dicendo che ci saranno nuove riforme previdenziali, magari un taglio delle pensioni” (quello che lui voleva fare adesso, ndr). 

Chi scrive, nonostante l’età corra precipitosamente verso l’oblio, conserva una discreta memoria. Mi sono ricordato, allora, che la storia del debito implicito (ovviamente quando si evoca la parola debito viene naturale associarvi l’aggettivo pubblico) era già emersa in un’intervista – rilasciata da Boeri al Corriere della sera del 27 ottobre scorso – nella quale venivano ribadite più o meno le medesime osservazioni critiche; in più – con una pennellata di stile – il “maitre” delle pensioni degli italiani – rispondendo al giornalista che gli faceva notare la singolarità della sua linea di condotta nei confronti dell’esecutivo che lo aveva nominato – aggiungeva laconico e ispirato: ‘”Ma basterebbe che il presidente del Consiglio mi chiedesse anche solo velatamente di fare un passo indietro, per spingermi a farlo subito. Lo farei senza rancore, perché mi piace troppo fare quello che facevo prima”. Quanto al sarchiapone del debito implicito (consistente principalmente nelle obbligazioni derivanti dalle prestazioni previdenziali previste dai sistemi pensionistici pubblici, generalmente privi di patrimonio di previdenza e quindi nel debito previdenziale latente), dopo quell’intervista scoppiò una polemica (magari non del tutto palese) con palazzo Chigi, al punto che, la sera stessa, l’Ufficio stampa dell’Inps, in una nota, smentì nei fatti quell’aspetto dell’intervista, chiarendo, alla stregua di un manuale, quale fosse il significato di “debito pensionistico”, il quale, secondo il presidente, sarebbe aumentato di alcune decine di miliardi per effetto dei provvedimenti sulle pensioni annunciati nella manovra di bilancio. 

In materia, il comunicato sviluppò un ampio ragionamento teorico, riconoscendo, al dunque, che quel concetto non aveva nulla a che fare con il debito pubblico e che era privo di rilevanza sul piano finanziario. Ma tornando a noi, il sottoscritto ha abusato più volte della cortesia de Il Sussidiario e della pazienza dei lettori (che spesso la perdono quando mi cimento sulle pensioni) per sostenere che le risorse destinate ai pensionati nella legge di bilancio 2017 (L. n.232/2016) erano “gettate da un elicottero” a fini di consenso elettorale (che poi non è stato sufficiente il 4 dicembre) perché la previdenza non costituiva affatto una priorità se non per i talk show affamati di audience. 

Boeri, però, non è un marziano che approda sulla terra e si stupisce di quanto gli “umani” legiferano in materia di pensioni. Non è neppure un soggetto che si è risvegliato da un’ibernazione durata un triennio. È stato ed è un autorevole protagonista del dibattito economico e previdenziale, oltre a essere un grande esperto del settore, portatore e sostenitore di idee proprie. Non si dimentichi mai, così, che è stato l’Inps (e cioè Boeri stesso) a dar corso al tormentone della flessibilità in uscita del pensionamento, contribuendo a creare un’aspettativa nell’opinione pubblica, come se questa soluzione fosse inevitabile e giusta. 

Con l’Ape (nelle sue diverse tipologie) il Governo ha cercato di metterci una pezza. Certo, ci ha poi aggiunto del suo nel pacchetto concordato con i sindacati: come l’estensione della quattordicesima che è una misura particolarmente discutibile o la questione dei lavoratori precoci (che è un intervento di carattere strutturale riguardante almeno 25mila persone l’anno) oppure l’adozione di un’ottava salvaguardia o ancora il rischio di ulteriore allargamento delle salvaguardie e delle tutele finora limitate ad alcune situazioni di particolare disagio. Ma non è vero che la proposta Boeri (comunque di carattere strutturale) sulla flessibilità sarebbe costata meno dell’Ape (che per ora ha carattere sperimentale). Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio nello scenario “Boeri” le circa 58.000 pensioni in più del 2017 sarebbero salite gradualmente a 215.000 circa del 2024. La maggior spesa sarebbe ammontata a 650 milioni di euro nel 2017 e a poco meno di 1,5 miliardi nel 2018, per poi seguire un trend crescente sino a toccare i 2,8 miliardi nel 2024. Questo importo valeva per uno solo degli aspetti (ancorché discutibile) della manovra che il Governo ha infilato nella Legge di bilancio. 

La prossima volta che l’Inps intende presentare una propria proposta articolata, sarà bene che inverta il titolo. Ovvero: “Non per equità, ma per cassa”.

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