Il tabù statalista manda in rosso l’Italia

- Antonio Polito

Il principio della sussidiarietà può realmente indicare una terza via, se solo si ha il coraggio di rompere il tabù statalista che si ostina a ritenere pubblico solo ciò che è pagato dalla fiscalità generale

Non deve stupire il riferimento fatto dal presidente Marini, nel suo discorso di insediamento al Senato, alla sussidiarietà. Essa è infatti da considerare un cardine istituzionale della Repubblica, un valore di riferimento, si potrebbe quasi dire costituzionale. Nell’ultimo rapporto Eurispes, in riferimento al servizio sanitario, è per esempio ricordato con efficacia che questo principio è riconosciuto nel Trattato di Maastricht, e se ne sintetizzano bene i tre assunti fondamentali.
1) Non faccia lo Stato ciò che i cittadini possono fare da soli. Poiché la persona e le altre componenti della società vengono prima dello Stato, essendone il principio, i soggetti e il fine, lo Stato deve fare in modo che i singoli e i gruppi possano impegnare la propria creatività, iniziativa e responsabilità, impostando ogni ambito della propria vita come meglio credono.
2) Lo Stato deve intervenire quando i singoli e i gruppi che compongono la società non sono in grado di farcela da soli. Sussidiarietà deriva dal latino subsidium, che vuol dire aiuto. In questo specifico senso è evidente che l’intervento pubblico, soprattutto in settori come la sanità dove è in gioco il diritto di tutti i cittadini alla salute, è doveroso a prescindere dalle convenienze economiche.
3) L’intervento sussidiario della mano pubblica deve comunque essere portato dal livello istituzionale più vicino al cittadino. Nel caso della sanità, per esempio, il soggetto pubblico Asl, come livello istituzionale più prossimo alla cittadinanza, deve farsi carco delle esigenze sanitarie non risolvibili con altre forme di intervento della libera iniziativa privata.
Continuiamo a leggere il rapporto Eurispes per quanto riguarda la sanità. E’ infatti di grande interesse verificare sul campo, in un settore delicato e cruciale come la tutela della salute, che cosa può insegnare e quali innovazioni può portare l’applicazione del principio della sussidiarietà. Dunque, l’Eurispes ci ricorda che
a) per la restante parte del sistema assistenziale le istituzioni pubbliche devono rispettare le iniziative di persone o gruppi privati che vogliano concorrere all’erogazione delle prestazioni sanitarie ai cittadini, proprio in virtù del principio di sussidiarietà;
b) analogo riconoscimento bisogna riservare all’iniziativa pubblica se non avviene in forma monopolistica. Precisando però che, quando la mano pubblica interviene in campi che potrebbe essere lasciati alla libera iniziativa privata, è lecito pretendere che le risorse della fiscalità generale, impiegate in tali attività, siano utilizzate rispettando i criteri di economicità.
c) Questo risultato, chiosa l’Eurispes, si ottiene più facilmente in un sistema aperto, di competizione emulativa per la qualità del servizi e delle prestazioni, piuttosto che tenendo in vita regimi di monopolio o di oligopolio delle strutture pubbliche. Dal che deriva che la “competizione emulativa” in sanità è l’equivalente della “concorrenza” nel campo della produzione di beni e servizi e, al pari di quest’ultima, può determinare accrescimenti qualitativi e diminuzione di costi.
E’ estremamente attuale, proprio in questi giorni in cui la sanità si dimostra essere uno dei corni del dilemma italiano, stretta com’è tra le accresciute esigenze della popolazione e la ridotta capacità di spesa dello Stato, verificare come il principio della sussidiarietà possa indicare una terza via, se solo si ha il coraggio di rompere il tabù statalista che si ostina a ritenere pubblico solo ciò che è pagato dalla fiscalità generale.



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