C’è una alternativa alla “agenda Giavazzi”

- Oscar Giannino

Il decreto sulle liberalizzazioni ovvero il costruttivismo fiscale invasivo della sinistra. La traduzione dell’“agenda Giavazzi” nel primo vero provvedimento-manifesto del governo, il decreto Bersani-Visco, è stata la vera “legge dei 100 giorni” del governo Prodi

C’è sempre un rischio, pronto a manifestarsi nella realtà italiana. L’ideologismo. Perciò considero straordinaria l’occasione offerta quest’anno dalla Fondazione per la Sussidiarietà al Meeting di Rimini, che ha scelto “libertà nelle liberalizzazioni” come un vero e proprio logo sotto il quale dipanare il filo rosso dei maggiori dibattiti dedicati ai temi economici. Lo dico da liberista, convinto che occorra aprire alla concorrenza settori sempre più ampi della vita del Paese che sinora le sono stati sottratti, cioè da appartenente consapevole a una minoranza: quell’accento sulle libertà, prima che sulle liberalizzazioni, è il segno di una differenza da difendere con le unghie e con i denti. Perché nulla rischia di essere più mistificante della stagione che si è aperta negli ultimi mesi, sulla scorta di quella che nel dibattito pubblico è stata volgarizzata come “l’agenda Giavazzi”. La sua concreta traduzione attraverso il primo vero provvedimento-manifesto del governo, il decreto Bersani-Visco, è stata la vera “legge dei 100 giorni” del governo Prodi, in assenza di una manovra correttiva prima tanto annunciata di fronte al preteso disastro dei conti pubblici, poi svanita nel nulla nel silenzio generale. Ma “l’agenda Giavazzi” ha finito in molti aspetti per tradursi in un’“agenda Tafazzi”. Con la protesta generalizzata di tutte le categorie colpite a freddo, città bloccate per giorni in gangli vitali dalle manifestazioni, e infine il più che prevedibile ribaltamento sulla vertenza-clou a maggior tasso di visibilità e simbologia pubblica, quella relativa ai tassisti.
È il caso di porre le basi per un’impostazione alternativa, rispetto a quella imboccata infelicemente dal centrosinistra, sulla scorta di una campagna battente della grande stampa confindustriale, generosa nel non sottolineare gli insuccessi e interessata a ingraziarsi il governo in vista di ciò che Confindustria chiede con la prossima finanziaria. Un’impostazione alternativa non perché intenda difendere corporativismi e protezionismi: niente “destra sociale”, insomma. Un’impostazione al contrario sanamente liberale, che all’apertura del mercato intenda giungere attraverso incentivi alla maggior convenienza dei comportamenti e delle regole individuali e collettive. Non attraverso la coazione di uno Stato che emana ukase e che torna a servirsi del fisco per rimodellare dall’alto la società italiana secondo pretesi schemi di “virtù”. Per questo “libertà” viene prima di “liberalizzazioni”: perché anche la Mater et magistra e non solo i grandi classici del liberalismo insegnano che, nella società moderna, il valore e la dignità dell’uomo, l’inviolabilità della sua persona, i vincoli di famiglia da essa non scindibili, i legami delle comunità, vengono prima di ogni pretesa etica di Stato realizzata per decreto legge. I liberisti sostenitori della sussidiarietà e della primazia dei diritti dell’individuo – come chi scrive – sono chiamati a sottrarsi alla “trappola del tradimento”, quella che la grande stampa ha puntualmente fatto scattare, accusando chi ha criticato la Bersani-Visco di difesa nostalgica di privilegi e rendite di posizione. Al contrario, solo puntando i piedi e levando la voce, solo mettendo in chiaro quanto diverse siano le coordinate culturali e metodologiche della nostra impostazione, serviremo meglio da una parte la causa di una liberalizzazione possibile ed efficace, dall’altra eviteremo che questa parola d’ordine finisca per tradursi in un grimaldello volto a tutt’altro fine. Parti della sinistra ci hanno abituato, spesso, a tali disinvolture.
Sotto questo punto di vista – diciamolo nella maniera più urticante possibile: il rischio di uno Stato neointerventista – quali sono allora i due maggiori difetti di quella che, a onta del suo stesso autore, viene volgarizzata come “agenda Giavazzi”? Essenzialmente, due. Il primo è quello di far credere che le liberalizzazioni siano “a costo zero”. Il secondo, aver predicato che si possano fare per decreto legge, magari uno a settimana. È come promettere abiti da sfilata a costi di saldi: può funzionare per scrivere brillanti editoriali, ma la realtà concreta è altra. Perché no, non è vero: né che le liberalizzazioni siano a costo zero, né che possano essere assunte dalla sera alla mattina senza un’intensa azione preparatoria. Mario Monti lo ha detto, a fallimento sui tassisti ormai avvenuto, che le liberalizzazioni non si prestano né alla decretazione né alla tardiva concertazione successiva, ma invece a un’ampia consultazione preventiva all’adozione: faceva meglio a dirlo prima.
Il fondamento primo per chi è liberista e teme lo Stato neointerventista – quand’anche ammantato di virtù di mercato – è l’esatto opposto. In un Paese in cui per storia e tradizione le chiusure al mercato riguardano tantissimi ambiti della vita pubblica ed economica, il rispetto delle libertà prima delle liberalizzazioni identifica una consapevolezza prioritaria: le liberalizzazioni sono essenziali non solo e non tanto in omaggio a un’arida teoria economica o al solo pur fondamentale principio della maggior efficienza d’impresa ed economica; esse sono utili poiché concretamente estendono la forbice dell’offerta di beni e servizi a prezzi più contenuti proprio innanzitutto ai soggetti deboli del mercato, a coloro che attualmente per quei beni e servizi pagano prezzi e tariffe che pesano più che proporzionalmente nel proprio bilancio, rispetto a quello di altre fasce di reddito o di fatturato. È a tali soggetti deboli, che bisogna indirizzare una campagna pressante volta a illustrare i vantaggi concreti delle liberalizzazioni. Ma a patto di non dimenticare che esiste un’altra rilevante fascia di soggetti deboli, da tenere in considerazione. Quella di chi, quando si interviene abbattendo le chiusure regolatorie e aprendo al mercato, si trova dall’oggi al domani esposto a venti e correnti impetuose e impreviste, quando ha stilato il bilancio preventivo dei propri investimenti in capitale umano, fisico e finanziario. Proprio per questo le liberalizzazioni non sono affatto a costo zero: possono essere a costo zero per il bilancio dello Stato, ma non per il bilancio di migliaia e migliaia di individui, famiglie e imprese.
Il problema non è affatto quello di immaginare periodi transitori – entro i quali graduare la piena messa a regime delle liberalizzazioni – che compensino “tutti” i diritti di rendita maturati al riparo dei protezionismi. Come ha fatto Telecom, negli anni, con gli oneri di servizio di rete che continuano a essere imposti a tutti. O come fanno i produttori elettrici, pescando miliardi di euro dalle nostre tasche con scandalosi meccanismi di cartello, come il CIP6. La buona politica – quella di un liberismo responsabile – è chiamata a individuare, settore per settore, i soggetti che nei mercati chiusi hanno stentato a entrare e che solo grazie alle loro tutele stentano a reggersi, ed è a loro – non ai monopolisti con utili da miliardi di euro – che va indirizzata la consultazione preventiva e proposte adeguate di ammortamento degli investimenti realizzati, destinati con la concorrenza ad andare in fumo. È esattamente per non aver messo nel conto tale aspetto – cioè per insensibilità sociale ai soggetti deboli – che il governo ha fallito sui tassisti e si è trovato davanti alla protesta generale degli ordini professionali. Il doppio criterio dei soggetti deboli – in quanto esclusi dai benefici della concorrenza, e in quanto colpiti personalmente dall’apertura al mercato – è l’alternativa metodologica al “costruttivismo dall’alto” della cosiddetta agenda Giavazzi.
Un costruttivismo che, non a caso, sin dalla Bersani-Visco si sposa e si attua con provvedimenti fiscali ispirati al massimo neointerventismo dello Stato in ogni ambito della vita privata del cittadino, dei suoi negozi finanziari e giuridici. Dagli obblighi per ogni intermediario finanziario di comunicazione all’Anagrafe tributaria di ogni nostra singola transazione finanziaria di sia pur trascurabile importo, all’obbligo di conto esercizio professionale e ai limiti negli strumenti di pagamento imposti ai cittadini per avvalersi dei servizi dei professionisti, dall’obbligo per ogni singolo imprenditore di dotarsi di apparecchiature on line con l’Amministrazione finanziaria, alla facoltà di tutti gli agenti di Riscossione spa di assumere dovunque qualunque informazione privata sul contribuente, anche al di là di quelle necessarie a fini di accertamento tributario, e molto altro ancora, tutto ciò disegna una svolta inquietante. Ed è la premessa di ciò che potrebbe attenderci in finanziaria, con il massiccio e annunciato aumento dei contributi dei lavoratori autonomi e parasubordinati, con la preannunciata selettività degli sgravi contributivi, tale da escludere centinaia di migliaia di piccole imprese, con l’aumento dell’aliquota sugli impieghi finanziari, che renderebbe ulteriormente impensabile per settori crescenti della piccola impresa italiana l’accesso al mercato obbligazionario. Ciò che potrebbe profilarsi, in altre parole, è un “ridisegno dall’alto” delle condizioni di profittabilità per il singolo e per l’impresa nell’intero mercato italiano. Nella convinzione – fortissima a sinistra – che l’eccessivo nanismo d’impresa e il frazionamento delle sue unità dipendenti, coi suoi corollari di sottocapitalizzazione e di vischiosità di modello proprietario, possano e debbano essere coartatamente modificati proprio attraverso un regime impositivo, coi suoi nuovi gravami procedurali e di aliquota verbalmente assunti contro elusione ed evasione, che è volto in realtà a “mettere fuori mercato” nugoli di autonomi, partite Iva e piccole aziende: il nocciolo duro di quanto a sinistra si avverte come “l’anomalia italiana”, l’acqua economico-sociale in cui ha nuotato per anni il pesce politico della Casa delle Libertà.
Come ben si comprende, il costruttivismo fiscale invasivo pensa di potersi sposare efficacemente con le liberalizzazioni: perché indica con ancor più chiarezza, ai soggetti che espelle dal mercato per oneri aggiuntivi, l’approdo obbligato alla figura del lavoratore dipendente, o la resa al franchising di grandi catene professionali e distributive, di manifattura e di servizi. Mentre al contrario, per noi liberisti individualisti e solidali, per chi difende la sussidiarietà e teme il neointerventismo pubblico, è solo con un fisco assai più leggero dell’attuale per la generalità dei contribuenti, che si costruiscono i meccanismi atti a estendere ulteriormente gli incentivi volti a far fare meglio a chi sa già fare. Ma in tutti e quattro i grandi comparti delle liberalizzazioni italiane da realizzare, è il doppio criterio dei “soggetti deboli” da preservare e quello del “meno fisco” come strumento, a costituire l’alternativa che siamo chiamati a realizzare, a spiegare in lungo e in largo in ogni piega della società italiana: se non vogliamo rassegnarci a lasciare nelle mani di chi vuole più Stato il finto programma di renderlo meno inefficiente con più mercato. Ordini e servizi professionali, grandi monopoli nazionali di rete (nelle telecomunicazioni, nell’energia, nelle infrastrutture, nel credito come nelle assicurazioni), utilities e servizi di rete locali, servizi alla persona (sostegno agli anziani, ai malati e formazione del capitale umano).
In ciascuna di queste quattro grandi ripartizioni, le scelte a cui porta il “nostro” metodo rispetto al “loro” sono spesso assai diverse. Non aver pensato all’iniquità di un esproprio patrimoniale per tassisti, che negli ultimi anni hanno investito ducentomila euro per comprare a titolo oneroso una licenza in teoria all’origine concessa a titolo gratuito; non aver pensato alle decine e decine di migliaia di avvocati che stentano all’ingresso e alla base di una piramide professionale, che non diverrà certo per loro meno impossibile con le libere campagne pubblicitarie di studio che non potranno permettersi – anche se è giustissimo consentirle; aver proceduto per decreto oggi quando nell’aprile 2005 la stessa Unione disse no all’introduzione nell’ultimo decreto-competitività del governo Berlusconi di uno stralcio delle norme sulla riforma degli ordini; “tenersi buoni” i grandi giganti pubblici o ex pubblici, invece di separare la rete Telecom dai servizi come avvenuto in Gran Bretagna, o di pensare sin d’ora a un maxidividendo in conto consumatori allorché, di qui a un anno, in teoria sarà garantita la piena libertà per ogni fascia di utente di scegliere il fornitore elettrico, e scopriremo che per anni invece milioni di italiani non avranno alternative; affermare da una parte che le società strumentali degli Enti locali non devono avere clienti privati e dall’altra dire che le municipalizzate devono restare a controllo pubblico: su ognuno di questi esempi l’alternativa è chiara.
È un’alternativa per far crescere l’economia del Paese attraverso la libertà di individui e famiglie. Tanto è netta la distinzione, che quando si giunge al capitolo delicato dei servizi alla persona, da una parte ci sono “loro” che pensano solo ai servizi di Stato e chiedono per questo più risorse, dalla sanità alla previdenza, dalla scuola all’università. Dall’altra, c’è chi come noi crede che il “pubblico” sia diverso dallo Stato, che a questo tocchi regolare e controllare gli standard dei servizi invece che gestirli direttamente, e che ciò possa e debba invece esser garantito da chi sa, e sa far meglio. A cominciare dalla grande battaglia che aspetta noi tutti per la scuola libera contro il ritorno del neostatalismo, ecco allora che l’agenda Giavazzi va smascherata come una bandiera di comodo, se è destinata ad attuarsi solo per i “nemici di classe”.



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