Un sistema incompiuto ancora figlio di Tangentopoli

- Luca Antonini

Il nostro Paese presenta una particolarità rispetto ad altre democrazie europee: il motore delle riforme è stato acceso più da una scintilla patologica, lo scoppio di Tangentopoli, che dalla necessità fisiologica dell’adeguamento ai nuovi scenari sociali, politici ed economici

Il bipolarismo italiano, incompiuto e deficitario, è figlio della stagione delle riforme avviate negli anni ‘90. Il nostro Paese presenta però una particolarità rispetto ad altre democrazie europee: il motore delle riforme, infatti, è stato acceso più da una scintilla patologica, lo scoppio di Tangentopoli, che dalla necessità fisiologica dell’adeguamento ai grandi mutamenti degli scenari sociali, politici ed economici. Un adeguamento che forse non sarebbe mai avvenuto, perché la democrazia italiana, nel bene e nel male, riusciva a ristagnare immobile nel limbo dell’assetto istituzionale e politico della Costituzione del 1948. L’emblematico fallimento della Commissioni Bozzi, come di ogni altro tentativo riformista, dimostrava che solo un “grimaldello” avrebbe potuto aprire le porte del Palazzo ed esorcizzare il cosiddetto “paradosso delle riforme”, costringendo i riformatori a riformarsi.
Il grimaldello fu l’arma referendaria e si rivelò straordinariamente efficace. I referendum sulla preferenza unica e sul maggioritario, veri e propri plebisciti a favore del cambiamento, segnarono la fine della legittimazione di un assetto che durava da quarant’anni.
Lo scenario di fondo era mutato: il partito comunista stava cambiando, era caduta la conventio ad escludendum, stavano esplodendo partiti di protesta come la Lega. In un clima di rovente delegittimazione popolare di una classe di governo autoreferenziale e incapace di riformarsi, si alimentarono, anche attraverso una precisa gestione della “questione morale” contro la diffusa corruzione, le premesse per lo sviluppo di Tangentopoli. Il rapporto tra politica e magistratura, peraltro, era ormai radicalmente diverso rispetto a quello che aveva portato negli anni ’60 ad approvare provvedimenti di “imbonimento” della magistratura come la “legge Breganze” e poi il cosiddetto “Breganzone”. Nell’arco di un brevissimo periodo, l’assetto politico della prima Repubblica venne stravolto dalla rivoluzione giudiziaria che, con la sua sete di giustizia ma anche con i suoi tanti eccessi e contraddizioni, decretò in pochissimo tempo l’eclissi di un mondo che appariva fino a poco prima saldamente incrollabile.
Il condizionamento culturale di Tangentopoli sull’aprirsi della stagione della transizione non va trascurato. E’ stato sostanziale: la cicatrice del giustizialismo operato dalla rivoluzione giudiziaria segnerà il destino della transizione, tormentandola in diverse forme e modi; soprattutto istillerà il germe di un nuovo manicheismo pronto a tradursi in sfiducia nella politica come “arte del compromesso”. Sarà, così, inferto un colpo brutale a quello spirito autenticamente italiano che, in forza di una tensione ideale al bene comune, aveva permesso, ad esempio, il “miracolo” dell’Assemblea Costituente. La rivoluzione giudiziaria favorirà l’affermarsi di un nuovo costume istituzionale e politico, costruito sulla delegittimazione dell’avversario e sull’assenza del principio di gratuità (indispensabile per tendere al bene comune). Questo non tarderà a manifestarsi in una rinascita del decisionismo, testimoniata da un’insolita leggerezza nel rimettere mano all’assetto costituzionale – come dimostrano le due riforme costituzionali (2001 e 2005) approvate a colpi di maggioranza – e da una prassi perversa dove chi vince è autorizzato a smontare le riforme di chi perde. Si va ben oltre la fisiologica prassi dello spoil system: nei contesti bipolari maturi la logica dell’alternanza non è quella della delegittimazione delle riforme dell’avversario. Il bipolarismo italiano è quindi tutt’altro che mite e questo si deve non poco alla matrice culturale della rivoluzione giudiziaria che, di fatto, ne ha tenuto i natali.
Il bipolarismo italiano è però anche incompiuto. Qui entra in gioco l’assetto istituzionale, che costituisce una cornice non solo inefficace, ma che anzi alimenta la tensione. Mancante di un serio sistema di pesi e contrappesi, favorisce lo scontro di due legalità: la legalità della maggioranza e la legalità dell’opposizione. Si apre una sorta di lacuna istituzionale, perché la minoranza, come tale, non è più, salvo ipotesi marginali, presente nel diritto parlamentare in funzione di garanzia e la maggioranza, qualora sia coesa, diventa in grado di “prendere tutto”. Inoltre, il sistema italiano non si caratterizza come un bipolarismo a partiti contrapposti, bensì come un bipolarismo di coalizione: nella coalizione che vince spesso i partiti marginali sono sovrarappresentati, distinti rispetto ai partner di coalizione e in cerca di una propria visibilità a tutti i costi. Se questo, da un lato, riapre paradossalmente spazi di garanzia, ha anche in sé, dall’altro, aspetti patologici che alimentano una forte conflittualità interna alla coalizione, fino a rendere possibili, com’è accaduto, i ben noti “ribaltoni”. La confusione è stata, peraltro, incrementata dalla perversa combinazione della mancata riforma federale del Senato con il sistema dei premi elettorali regionali della nuova legge elettorale.
Nel suo stadio attuale, il bipolarismo italiano pone quindi un problema di deficit di democraticità, sia per la mancanza di un serio statuto delle minoranze, come la divisione diacronica dei poteri dell’ordinamento britannico o il checks and balances dell’esperienza Usa, sia per la bassissima permeabilità dei canali di rappresentanza (le liste bloccate della legge elettorale). L’evoluzione del bipolarismo italiano appare allora necessaria su diversi versanti: quello culturale, quello della legge elettorale, quello delle riforme costituzionali. In quest’ottica la sussidiarietà – come dimostra l’esperienza dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà – diventa un complemento essenziale per un bipolarismo maturo, perché sgrava la politica di compiti che possono essere meglio assolti dalla società e può rappresentare il minimo comune denominatore di un progetto seriamente riformista.


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