ELEZIONI USA/ 2. Obama: con me l’America tornerà grande, collaborando con i Paesi emergenti

- La Redazione

Il candidato democratico BARACK OBAMA spiega come intende riportare gli Stati Uniti a uno splendore globale, superando quanto fatto da Bush negli ultimi otto anni. VOTA IL SONDAGGIO.

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Foto Ansa
Una sicurezza comune per la nostra comune umanità
 

Nel secolo scorso, in occasione di momenti di grande pericolo, leader americani come Franklin Roosevelt, Harry Truman e John F. Kennedy sono riusciti a proteggere il popolo americano e, allo stesso tempo, ad aumentare le opportunità per la generazione successiva. In più, hanno fatto sì che l’America, con i suoi atti e il suo esempio, guidasse il mondo e lo portasse a un nuovo livello: ci siamo schierati e abbiamo lottato a favore della libertà alla quale aspiravano miliardi di persone al di fuori dei nostri confini. Mentre Roosevelt costruiva l’esercito più formidabile del mondo, le sue Quattro libertà hanno dato un senso alla nostra lotta contro il fascismo. Truman si è battuto per una nuova audace architettura che rispondesse alla minaccia sovietica: un’architettura che alla forza militare affiancava il Piano Marshall e che ha aiutato a garantire la pace e il benessere delle nazioni di tutto il mondo. Quando il colonialismo è crollato e l’Unione Sovietica ha raggiunto una parità nucleare effettiva, Kennedy ha modernizzato la nostra dottrina militare, ha rafforzato le nostre forze convenzionali e ha creato i Peace Corps e l’Alleanza per il progresso. Tutti e tre presidenti hanno fatto leva sulle nostre migliori capacità, per dare ovunque alla gente il meglio dell’America.

Oggi siamo ancora una volta chiamati a una leadership lungimirante. Le minacce di questo secolo sono altrettanto pericolose, e sotto alcuni aspetti più complesse, di quelle con le quali ci siamo confrontati in passato. Vengono da armi di distruzione di massa e da terroristi globali che rispondono con un nichilismo omicida all’alienazione o all’ingiustizia percepita. Vengono da stati canaglia alleati dei terroristi e da potenze emergenti che possono sfidare sia l’America, sia le fondamenta internazionali della democrazia liberale. Vengono da stati deboli che non possono controllare il loro territorio o provvedere ai propri popoli. E vengono da un pianeta che si sta surriscaldando e genererà nuove malattie, che produrrà altri disastri naturali devastanti e catalizzerà micidiali conflitti. Prendere atto del numero e della complessità di tali minacce non significa spalancare le porte al pessimismo. Si tratta piuttosto di un invito ad agire. Tali minacce richiedono una nuova prospettiva di leadership per il XXI secolo, una prospettiva che attinga al passato, ma non sia vincolata a un pensiero ormai sorpassato.

L’amministrazione Bush ha risposto agli attacchi non convenzionali dell’11 settembre con un modo di pensare convenzionale che appartiene al passato, considerando in larga parte i problemi come incentrati sugli stati e sostanzialmente riconducibili a soluzioni militari. È stato questo approccio tragicamente maldestro che ci ha portato in Iraq a una guerra che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata e che non avremmo mai dovuto intraprendere. Con l’Iraq e Abu Ghraib, il mondo ha perso fiducia nei nostri scopi e nei nostri principi. Dopo che sono state sacrificate migliaia di vite e sono stati spesi miliardi di dollari, molti americani potrebbero essere tentati di ripiegarsi su se stessi e di cedere la nostra leadership nella politica mondiale. È un errore che non dobbiamo fare. L’America non può far fronte da sola alle minacce di questo secolo e il mondo non lo può fare senza l’America. Non possiamo né ritirarci dal mondo, né cercare di sottometterlo con la prepotenza. Dobbiamo guidare il mondo, con i fatti e con il nostro esempio. […] La missione degli Stati Uniti è quella di fornire una leadership globale fondata sull’idea che il mondo condivide una sicurezza comune e un’umanità comune.

Il momento dell’America non è passato, ma deve essere nuovamente colto. Vedere il potere americano in una fase di declino terminale, vuol dire ignorare la grande promessa dell’America e il suo ruolo storico nel mondo. Se verrò eletto presidente, comincerò a rinnovare tale promessa e tale ruolo, fin dal primo giorno del mio incarico.

Andare oltre l’Iraq

Per rinnovare la leadership americana nel mondo, dobbiamo innanzitutto terminare la guerra in Iraq in un modo responsabile e riconcentrare la nostra attenzione sul Medio Oriente più in generale. L’Iraq ha rappresentato una deviazione dalla lotta contro i terroristi che ci hanno colpito l’11 settembre, e la conduzione incompetente della guerra da parte dei leader civili dell’America ha aggravato l’errore iniziale. Oggi abbiamo perso oltre 3.300 vite americane e altre migliaia di soldati hanno subito ferite di ogni tipo. I nostri soldati hanno svolto il loro lavoro ammirevolmente e con sacrifici incommensurabili, ma è giunto il momento che i nostri leader civili prendano atto di una dolorosa verità: non possiamo imporre una soluzione militare a una guerra civile tra le fazioni sunnite e sciite. Il miglior modo per lasciare un Iraq più vivibile è quello di esercitare pressioni sulle parti in lotta, affinché trovino una soluzione politica duratura. E l’unico modo effettivo di applicare queste pressioni è iniziare un ritiro graduale delle forze Usa, così che tutte le unità combattenti abbandonino l’Iraq entro il 31/10/2008, coerentemente con gli obiettivi fissati da un soggetto bipartisan come l’Iraq Study Group. […] Ma dobbiamo prendere atto che, alla fine, solo i leader iracheni potranno offrire al loro Paese una pace e una stabilità reali.

Il cambiamento della dinamica in Iraq ci consentirà di concentrare la nostra attenzione e la nostra influenza sulla risoluzione del conflitto sempre più aspro tra israeliani e palestinesi: un obiettivo che l’amministrazione Bush ha trascurato per anni.

Da oltre tre decenni, israeliani, palestinesi, leader arabi e il resto del mondo si sono rivolti all’America affinché guidasse le iniziative per portare a una pace duratura. Troppo spesso, negli ultimi anni, i loro appelli non hanno trovato eco. Il nostro punto di partenza deve sempre essere un impegno chiaro ed energico per la sicurezza di Israele, il nostro alleato più forte e l’unica democrazia consolidata della regione. Impegno tanto più importante quanto più ci troviamo a dover affrontare minacce crescenti nella regione: un Iran più forte, un Iraq caotico, la ripresa di Al Qaeda, il rafforzamento di Hamas e degli Hezbollah. Ora più che mai, dobbiamo sforzarci di garantire una soluzione duratura per il conflitto, facendo sì che due stati vivano uno accanto all’altro in pace e in modo sicuro. Per farlo, dobbiamo aiutare gli israeliani a identificare e rafforzare i partner effettivamente impegnati per la pace, isolando coloro che cercano il conflitto e l’instabilità. Per giungere a una leadership duratura dell’America nella strada che porta alla pace e alla sicurezza, ci vorranno sforzi pazienti e l’impegno personale del presidente degli Stati Uniti. È un impegno che mi assumerò. […]

Pur senza escludere l’uso della forza, non dobbiamo esitare a parlare direttamente all’Iran. La nostra diplomazia dovrà puntare ad aumentare il costo per l’Iran nel continuare il proprio programma nucleare, applicando sanzioni più dure e aumentando le pressioni sui suoi principali partner commerciali. […] Il mondo deve lavorare per fermare il programma iraniano di arricchimento dell’uranio e per impedire che l’Iran acquisisca armi nucleari. È decisamente troppo pericoloso che armi nucleari si ritrovino nelle mani di una teocrazia radicale. Allo stesso tempo, dobbiamo dimostrare all’Iran – e in particolare al popolo iraniano – i vantaggi di una svolta netta: impegno economico, garanzie per la sicurezza e relazioni diplomatiche. La diplomazia, combinata a pressioni, potrà, inoltre, indurre la Siria ad abbandonare il suo programma radicale per una posizione più moderata; ciò potrà a sua volta aiutare a stabilizzare l’Iraq, a isolare l’Iran, a liberare il Libano dalla stretta di Damasco e a garantire maggiore sicurezza a Israele.

Ridare slancio alle forze armate

Per rilanciare la leadership americana nel mondo, dobbiamo attivarci immediatamente per dare nuovo slancio alle nostre forze armate. Per dare sostegno alla pace, è necessario, più di ogni altra cosa, un esercito forte. Sfortunatamente, l’esercito e il Corpo dei Marines degli Stati Uniti si trovano, secondo i nostri stessi leader militari, in una situazione di crisi. Il Pentagono non è in grado di certificare una singola unità dell’esercito come pienamente pronta a reagire a una nuova emergenza fuori dell’Iraq, e l’88% della Guardia nazionale non è pronto a interventi all’estero.

Dobbiamo sfruttare questo momento per ricostruire le nostre forze armate e prepararci alle missioni del futuro, mantenendo la capacità di sconfiggere rapidamente ogni minaccia convenzionale al nostro Paese e ai nostri interessi. Dovremo espandere le nostre forze di terra aggiungendo 65.000 soldati all’esercito e 27.000 marines, reclutare gli elementi migliori e investire nella loro capacità di avere successo. Ciò significa fornire ai nostri soldati e alle nostre soldatesse equipaggiamenti di prima classe, mezzi corazzati, incentivi e addestramento, incluso l’insegnamento delle lingue straniere. Dobbiamo stanziare anche fondi sufficienti per consentire alla Guardia nazionale di essere pronta in caso di bisogno. Come comandante in capo, utilizzerei saggiamente le forze armate. Non esiterò a utilizzare la forza, unilateralmente se necessario, per proteggere il popolo americano o i nostri interessi vitali ogni volta che siano attaccati o esposti a una minaccia imminente.

Dobbiamo prendere in considerazione l’uso della forza militare anche in circostanze che vanno oltre l’autodifesa, al fine di garantire la sicurezza comune base della stabilità globale, dare sostegno agli amici, prendere parte a operazioni di stabilizzazione e ricostruzione o affrontare atrocità di massa. Ma quando utilizziamo la forza in situazioni diverse dall’autodifesa, dobbiamo compiere ogni sforzo per ottenere il chiaro sostegno e la partecipazione di altri, come ha fatto il presidente George H. W. Bush quando abbiamo guidato l’intervento per estromettere Saddam Hussein dal Kuwait nel 1991. L’avere dimenticato questa lezione nel conflitto in corso in Iraq ha portato gravi conseguenze.

Fermare la diffusione delle armi nucleari

Per rinnovare la leadership americana nel mondo, dobbiamo confrontarci con la più urgente tra le minacce alla sicurezza dell’America e del mondo: il diffondersi di armi, materiali e tecnologie nucleari e il rischio che un dispositivo nucleare cada nelle mani di terroristi. Al Qaeda si è prefissa l’obiettivo di portare una “Hiroshima” negli Stati Uniti. I terroristi non hanno bisogno di costruire un’arma nucleare da zero: hanno solo bisogno di rubare o acquistare una tale arma o il materiale per costruirla. Gli impianti nucleari civili che oggi ospitano uranio arricchito sono numerosi e sparsi in oltre 40 Paesi del mondo, alcuni dei quali scarsamente protetti. Nell’ex Unione Sovietica ci sono circa 15.000-16.000 armi nucleari, nonché riserve di uranio e plutonio sufficienti per costruire altre 40.000 armi, il tutto disseminato lungo 11 fusi orari. Sono già state individuati tentativi di contrabbandare materiale nucleare da vendere sul mercato nero.

Come presidente collaborerò con altri Paesi per mettere al sicuro, distruggere e impedire la diffusione di queste armi. L’America deve porsi alla guida di uno sforzo globale per mettere in sicurezza, entro un periodo di quattro anni, tutte le armi e i materiali nucleari che si trovano in siti vulnerabili: questo è il modo più efficace per impedire ai terroristi di acquisire una bomba.

Ciò richiederà la cooperazione attiva della Russia. Pur senza rinunciare a esercitare pressioni per una maggiore democrazia e responsabilità della Russia, dobbiamo collaborare con questo Paese in aree di comune interesse, soprattutto per garantire che le armi e i materiali nucleari vengano protetti e, in generale, per ridurre il ruolo delle armi nucleari. L’America non deve correre a produrre una nuova generazione di testate nucleari, ma piuttosto deve costruire un consenso bipartisan intorno alla ratificazione del Trattato complessivo sulla messa al bando dei test nucleari. È possibile fare tutto questo mantenendo allo stesso tempo un deterrente nucleare.

Infine, dovremo dare vita a una forte coalizione internazionale per impedire all’Iran di acquisire armi nucleari e per eliminare il programma di armamento nucleare della Corea del Nord. L’Iran e la Corea del Nord potrebbero scatenare corse regionali alle armi nucleari, creando pericolosi focolai nucleari nel Medio Oriente e nell’Asia Orientale. Nell’affrontare tali minacce, non escluderò del tutto l’opzione militare, ma la nostra prima misura dovrà essere un’attività diplomatica di ampio respiro, diretta e aggressiva: il tipo di diplomazia che l’amministrazione Bush non ha mai voluto e non è mai stata in grado di usare.

Combattere il terrorismo globale

Per rinnovare la leadership americana nel mondo, dobbiamo mettere a punto una risposta globale più efficace al terrorismo che è giunto fino alle nostre coste su una scala senza precedenti l’11 settembre. Da Bali a Londra, da Baghdad ad Algeri, da Mumbai a Mombasa fino a Madrid, i terroristi che rifiutano la modernità, si oppongono all’America e distorcono l’Islam, hanno ucciso e mutilato decine di migliaia di persone solo in questo decennio. Poiché questo nemico opera globalmente è necessario affrontarlo su scala globale.

Dobbiamo rifocalizzare i nostri sforzi sull’Afghanistan e sul Pakistan – il fronte centrale della nostra guerra contro Al Qaeda – affrontando i terroristi dove le loro radici sono più profonde. In Afghanistan è ancora un successo, ma solo se agiamo rapidamente, con giudizio e con decisione. Dovremo perseguire una strategia integrata che rafforzi le nostre truppe in Afghanistan e porti a una rimozione delle limitazioni poste da alcuni alleati Nato alle loro forze. La nostra strategia dovrà includere anche una diplomazia di ampio respiro per isolare i talebani e programmi di aiuto allo sviluppo più efficaci, che indirizzino gli aiuti verso le aree minacciate dai talebani. Mi unirò ai nostri alleati nell’insistere – e non semplicemente nel richiedere – che il Pakistan dia un giro di vite contro i talebani, dia la caccia a Osama Bin Laden e ai suoi luogotenenti, e ponga fine alle sue relazioni con qualsiasi gruppo terroristico. […]

Non vi deve essere nessun rifugio sicuro per coloro che tramano per uccidere americani. Per sconfiggere Al Qaeda costruirò un sistema militare e di partnership adeguati al XXI secolo e altrettanto forti dell’alleanza anticomunista che ha vinto la Guerra fredda, pronti all’attacco ovunque, da Gibuti a Kandahar.

Nel nostro Paese, dobbiamo rafforzare la sicurezza interna e proteggere le infrastrutture critiche dalle quali dipende l’intero mondo. […] Per mantenere il passo con nemici altamente flessibili, abbiamo bisogno di tecnologie e pratiche che ci consentano di raccogliere e condividere efficientemente informazioni nelle, e tra le, nostre strutture d’ intelligence. Dobbiamo investire ancora di più nelle capacità umane d’intelligence e dispiegare una quantità supplementare di personale operativo e diplomatico addestrato, in possesso di una conoscenza specializzata delle culture e delle lingue locali. Abbiamo bisogno di una strategia di ampio respiro per sconfiggere i terroristi globali: una strategia che attinga a tutto lo spettro della potenza americana, e non solo alla nostra forza militare. […]

Nel mondo islamico, e anche altrove, avremo bisogno di qualcosa di più di lezioni sulla democrazia per combattere i profeti della paura che affiancano i terroristi. Dovremo approfondire la nostra conoscenza delle circostanze e delle convinzioni che sono alla base dell’estremismo. In ambito islamico è in corso un dibattito cruciale: alcuni credono in un futuro di pace, tolleranza, sviluppo e democratizzazione; altri predicano un’intolleranza rigida e violenta nei confronti della libertà personale e del resto del mondo. Per dare vigore alle forze moderate, l’America deve compiere ogni sforzo per esportare opportunità – accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, commercio e investimenti – e fornire ai politici riformatori e alla società civile il supporto che ha consentito la nostra vittoria nella Guerra fredda. Le nostre convinzioni si basano sulla speranza, quelle dei terroristi sulla paura. È per questo che possiamo vincere questa battaglia, e la vinceremo.

Riorganizzare le nostre partnership

Per rinnovare la leadership americana nel mondo, intendo riorganizzare le alleanze, le partnership e le istituzioni necessarie per affrontare le minacce comuni e migliorare la sicurezza comune. Queste indispensabili riforme non potranno essere realizzate con un atteggiamento arrogante nei confronti di altri Paesi, ma solo quando convinceremo altri governi e popoli che anche loro hanno un ruolo da svolgere nell’ambito di partnership efficaci. […] Le nostre alleanze richiedono una cooperazione e una revisione costanti, se vogliono rimanere efficaci e incisive. La Nato ha fatto enormi passi avanti nel corso degli ultimi 15 anni, trasformandosi da una struttura di sicurezza della Guerra fredda in una partnership per la pace. La sfida che la Nato si trova oggi ad affrontare in Afghanistan ha messo a nudo, per usare le parole del senatore Lugar, «la crescente discrepanza tra le sempre più vaste missioni della Nato e i limiti delle sue capacità». Per chiudere questo gap, riunirò i nostri alleati della Nato, affinché forniscano più truppe per le operazioni collettive di sicurezza e affinché investano maggiormente nelle capacità di ricostruzione e di sicurezza.

Nel momento stesso in cui rafforzeremo la Nato, dovremo dar vita a nuove alleanze e partnership in altre regioni di importanza vitale. Abbiamo bisogno di un’infrastruttura che coinvolga i Paesi dell’Asia Orientale e sia in grado di promuovere stabilità e prosperità, aiutando ad affrontare le minacce transnazionali, dalle cellule terroristiche nelle Filippine fino all’influenza aviaria in Indonesia. Incoraggerò, inoltre, la Cina a svolgere un ruolo responsabile di potenza in crescita, affinché possa contribuire alla risoluzione dei problemi comuni del XXI secolo. Competeremo con la Cina in alcune aree, mentre in altre troveremo una collaborazione. La nostra sfida essenziale è quella di dar vita a una relazione che renda più ampia la cooperazione, rafforzando allo stesso tempo la nostra capacità di competere.

Dobbiamo, inoltre, giungere a una collaborazione efficace tra tutte le maggiori potenze, incluse quelle emergenti come il Brasile, l’India, la Nigeria e il Sudafrica, dando a tutti questi Paesi un ruolo nel sostegno dell’ordine internazionale. A tal fine, le Nazioni Unite hanno bisogno di un’ampia riforma. La gestione del Segretariato delle Nazioni Unite rimane debole e vi è un’estensione eccessiva delle operazioni di mantenimento della pace. Il nuovo Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha approvato otto risoluzioni che condannano Israele, ma non una singola risoluzione che condanni il genocidio nel Darfur o le violazioni dei diritti umani nello Zimbabwe. Nessuno di questi problemi potrà, tuttavia, essere risolto senza l’impegno dell’America nei confronti di questa organizzazione e della sua missione.

Il rafforzamento delle istituzioni e il rilancio delle alleanze e delle partnerhsip sono di particolare importanza se vogliamo sconfiggere una minaccia epocale per il pianeta, frutto delle attività umane: il cambiamento climatico. Se non vi saranno cambiamenti radicali, i livelli crescenti dei mari porteranno all’inondazione di regioni costiere, inclusa gran parte della nostra costa orientale. L’aumento delle temperature e la diminuzione delle piogge ridurranno i raccolti, facendo così aumentare i conflitti, la fame, le malattie e la povertà. Entro il 2050, la fame potrebbe causare in tutto il mondo l’esodo di oltre 250 milioni di persone. Come maggiore produttore mondiale di gas serra, l’America ha la responsabilità di assumere un ruolo di leader. Mentre molti dei nostri partner industriali stanno lavorando con impegno per ridurre le loro emissioni, noi stiamo aumentando le nostre al ritmo di oltre il 10% ogni decennio. Come presidente, intendo mettere in atto un sistema di Cap and Trade[i] che ridurrà drasticamente le nostre emissioni di carbonio. E lavorerò per liberare finalmente l’America dalla dipendenza dal petrolio estero, utilizzando l’energia più efficientemente nelle nostre automobili, nelle nostre fabbriche e nelle nostre case, facendo sempre più affidamento sulle fonti rinnovabili e sfruttando il potenziale dei biocarburanti.

 

Investirò in tecnologie efficienti e pulite a livello nazionale, utilizzando allo stesso tempo le nostre politiche di assistenza e i nostri sistemi di promozione delle esportazioni, per aiutare i Paesi in via di sviluppo a superare la fase di sviluppo a intenso consumo di energia che produce anidride carbonica. Entro il 2050, la domanda globale di energia a bassa emissione di anidride carbonica potrebbe creare un mercato annuale pari a 500 miliardi di dollari, aprendo nuove frontiere agli imprenditori e ai lavoratori americani.

Costruire società giuste, sicure e democratiche

Infine, per rinnovare la leadership americana nel mondo, rafforzerò la nostra sicurezza comune investendo nella nostra umanità comune. Il nostro impegno globale non può essere definito da ciò contro cui siamo: deve essere guidato da una chiara idea di ciò per cui siamo. È sicuramente nel nostro interesse garantire che chi oggi vive nella paura e nell’indigenza possa vivere domani con dignità e opportunità di fronte a sé. Per costruire un mondo migliore e più libero, dobbiamo, innanzitutto, comportarci in un modo che rifletta il vivere civile e le aspirazioni del popolo americano. Ciò significa porre termine a pratiche come quella di trasportare prigionieri nel pieno della notte, affinché vengano torturati in Paesi remoti, di detenere migliaia di persone senza un’incriminazione o un processo, di mantenere una rete di prigioni segrete in cui detenere persone al di fuori del dettato della legge.

L’America deve impegnarsi per rafforzare i pilastri di una società giusta. E poiché le società estremamente povere e gli stati deboli forniscono un terreno di coltura ottimale per le malattie, il terrorismo e i conflitti, gli Stati Uniti sono direttamente interessati, in termini di sicurezza nazionale, a ridurre drasticamente la povertà globale e a unirsi ai propri alleati nel condividere una quota maggiore delle proprie ricchezze per aiutare coloro che sono in situazione di maggiore bisogno. Dobbiamo investire nella costruzione di stati efficaci e democratici, in grado di dare vita a comunità sane e istruite, di sviluppare i propri mercati e di generare benessere. […]

Ma se l’America vuole aiutare altri a costruire società più giuste e sicure, i nostri accordi commerciali, la riduzione del debito e gli aiuti esteri non devono essere assegni a vuoto. Affiancherò ai nostri aiuti un invito insistente a introdurre riforme per combattere la corruzione che corrode le società e i governi dall’interno. Non lo farò con lo spirito di un mecenate, ma con quello di un partner, consapevole delle proprie imperfezioni. […]

Vi sono sia motivi morali, sia ragioni di sicurezza impellenti per una leadership americana rinnovata che riconosca l’eguaglianza e il valore di tutti i popoli. Dimostrerò al mondo che l’America rimane fedele ai propri valori fondanti. Siamo leader non solo per noi stessi, ma anche per il bene comune.

Ripristinare la fiducia nell’America

All’epoca in cui affrontava Hitler, Roosevelt disse che la nostra potenza sarebbe stata «indirizzata sia verso il bene ultimo che contro il male immediato. Noi americani non siamo distruttori, siamo costruttori». È giunto il tempo di un presidente che possa ottenere il consenso della nazione per un programma altrettanto ambizioso. […]

Se il prossimo presidente sarà capace di ripristinare la fiducia del popolo – se quest’ultimo saprà che egli, o ella, sta agendo avendo a cuore i migliori interessi degli americani, con prudenza, saggezza e una punta di umiltà -, sono sicuro che il popolo americano sarà impaziente di vedere un’America capace nuovamente di essere leader.

Sono convinto che gli americani si renderanno conto di come sia giunto il momento che una nuova generazione sia protagonista di un’altra grande storia americana. Se agiamo con coraggio e lungimiranza, saremo in grado di raccontare ai nostri nipoti che questa è stata l’epoca in cui abbiamo aiutato la pace in Medio Oriente; che questa è stata l’epoca in cui abbiamo affrontato il cambiamento climatico e abbiamo messo in sicurezza le armi nucleari che avrebbero potuto distruggere la razza umana; che questa è stata l’epoca in cui abbiamo sconfitto i terroristi globali e offerto opportunità ad angoli dimenticati del mondo; che questa è stata l’epoca in cui abbiamo dato nuovamente vita a quell’America che ha attirato generazioni di viaggiatori esausti provenienti da tutto il mondo, consentendo loro di trovare opportunità, libertà e speranza sulla soglia di casa nostra.

Non è passato poi così tanto tempo da quando i contadini del Venezuela e dell’Indonesia accoglievano con entusiasmo i medici americani nei loro villaggi e appendevano ritratti di John F. Kennedy alle pareti delle loro stanze, quando milioni di persone, come mio padre, aspettavano ogni giorno di ricevere una lettera che avrebbe conferito loro il privilegio di venire in America per studiare, lavorare, vivere o semplicemente essere liberi.

Possiamo essere nuovamente questa America. È giunto il momento di rinnovare la fiducia e la confidenza della nostra gente – e di tutta la gente – in un’America che combatte i mali immediati, promuove obiettivi positivi ed è ancora una volta alla guida del mondo.



[i] Assegnazione a singoli soggetti di un tetto di emissioni annuali (cap) e di corrispondenti quote di emissioni, espresse in tonnellate di CO2; se le emissioni effettive annuali risultano inferiori al cap, le quote di emissioni residue possono essere cedute ad altri partecipanti che, invece, ne difettano. In tal modo, si crea un mercato delle quote di emissione e viene quindi attribuito un valore economico all’esternalità ambientale connessa alla CO2. 

(Da Atlantide, Intervento di Barack Obama)

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