ELEZIONI USA/ 3. McCain: con la mia presidenza più sicurezza per l’America e per il mondo

- La Redazione

Il candidato repubblicano JOHN MCCAIN affronta alcuni punti del suo programma presidenziale: l’immigrazione, il welfare, la spesa pubblica, la sicurezza nazionale e internazionale. VOTA IL SONDAGGIO.

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Si calcola che negli Stati Uniti ci siano ormai circa 12 milioni di immigrati clandestini: sono una risorsa o un danno per il Paese?

 

L’immigrazione arricchisce l’economia con imprenditori, capacità, lavoratori, vitalità ed è fonte di una più rapida crescita economica. Purtroppo, alcuni oppositori di una riforma globale delle leggi sull’immigrazione hanno utilizzato i supposti aggravi al bilancio federale come scusa per evitare di affrontare questo serio problema. Il controllo della spesa federale è un punto centrale nella mia agenda e, quindi, sono decisamente attento ai costi per i contribuenti. Tuttavia, non sono convinto dei costi molto alti della riforma previsti da alcuni studi, in quanto vi sono buone ragioni per pensare che, globalmente, gli immigrati finiranno per pagare almeno tante tasse quanti i benefici che riceveranno.

Pensa che sia importante per gli Usa attrarre un maggior numero di immigrati con alti livelli di educazione e professionalità? E cosa occorrerebbe per farlo?

 

Le aziende high-tech contano su un flusso costante di lavoratori qualificati, di accesso a idee innovative, su un clima favorevole e su ampi mercati. Questo significa essere in grado di offrire una forza lavoro qualificata e produttiva. Ai giovani americani dobbiamo assicurare che l’educazione ricevuta nelle scuole superiori li renda preparati per il college e per rispondere alle esigenze delle aziende. All’interno della riforma globale sull’immigrazione, dobbiamo invitare e far crescere i migliori talenti degli altri Paesi, per assicurare all’America la guida del mondo nella tecnologia e nelle altre discipline alla base dell’innovazione.

La richiesta che siano i datori di lavoro ad assumersi l’onere dell’assicurazione sanitaria per i lavoratori è la strada per raggiungere la copertura assicurativa universale? In che altro modo si potrebbe ridurre la massa dei 47 milioni di americani senza assicurazione?

No, sarebbe una disposizione costosa che danneggerebbe le aziende, diminuirebbe l’occupazione e fallirebbe l’obiettivo. La mancanza di un’assicurazione è il sintomo di un problema più ampio: i costi dell’assistenza sanitaria, che stanno crescendo a un ritmo doppio dell’inflazione e stanno diventando insopportabili per molte persone, imprese e istituzioni. Per ridurre i costi, fornire una qualità migliore e aumentare le possibilità di accesso, occorre anche cambiare l’approccio alla medicina, migliorando la prevenzione, istituendo un sistema nazionale di raccolta dei dati sulla salute, riducendo l’uso degli ospedali e dei pronto soccorso. Bisogna anche combattere le negligenze che comportano costose cause giudiziarie e aumentare la trasparenza dei prezzi per permettere ai pazienti scelte più accurate.

Dobbiamo far sì che le assicurazioni possano essere mantenute, con premi più bassi, anche nei periodi di transizione da un posto di lavoro all’altro e da uno stato all’altro. Per conto proprio deve essere fiscalmente facilitato, per esempio con crediti d’imposta, e le compagnie di assicurazione dovrebbero essere autorizzate a caricare premi minori per le famiglie che attuano la prevenzione o conducono una vita sana. Si dovrebbe anche permettere a piccole imprese o ai singoli individui di unirsi per acquistare polizze a condizioni migliori.

Infine, bisogna ridurre l’enorme carico burocratico del sistema sanitario e lo si può fare stimolando il libero mercato a offrire opzioni assicurative a basso costo per il maggior numero possibile di americani, e aiutando chi è senza assistenza ad accedere al sistema sanitario con la qualità e la dignità che tutti gli americani si aspettano e meritano.

 

Data la situazione deficitaria dell’assistenza sociale e sanitaria, i buchi nel bilancio federale e il basso tasso di risparmio, qualcuno prospetta una crisi nelle finanze dello Stato. Si possono risolvere questi problemi e trovare soldi per l’assistenza sanitaria, le infrastrutture e la difesa senza alzare le tasse?

 

Nonostante le difficoltà finanziarie che abbiamo di fronte, gli sprechi nelle spese di Washington sono ormai indifendibili. Da quando Reagan lasciò la presidenza, le spese del governo sono aumentate di 2.500 dollari per ogni uomo, donna e bambino nel Paese. E in programmi che non sono più efficaci di quelli di 20 anni fa. Se sarò eletto, impedirò al Congresso di sprecare soldi in programmi inutili o che servono solo a illudere gli elettori di qualche membro del Congresso.

Un’economia in espansione è il fondamento del sogno americano e la crescita non dà solo lavoro, ma speranza, libertà e capacità di rispettare i nostri obblighi. Le piccole imprese e gli imprenditori sono la linfa vitale della nostra economia e non permetterò che alte aliquote fiscali affossino la loro vitalità. Meno tasse e spesa pubblica responsabile significano più posti di lavoro, più crescita e più opportunità per tutti gli americani. Come presidente farò le scelte rigorose necessarie per tenere la spesa sotto controllo, destinandola alle vere priorità nazionali.

 

Quali sono le tre principali iniziative che assumerebbe come presidente per proteggere gli americani da attacchi terroristici? Se l’intelligence è un punto cruciale, in quale grado la unificherebbe e con quali precauzioni?

La prima cosa da fare per proteggere l’America dai terroristi è garantire che non vi siano rifugi sicuri per Al Qaeda e i suoi affiliati. L’attacco dell’11 settembre ha rappresentato più che a un fallimento dell’intelligence. Questa tragedia ha dimostrato il fallimento nella risposta allo svilupparsi di una rete terroristica globale nemica del popolo americano e dei suoi valori. Prima dell’11 settembre, Al Qaeda era libera di pianificare e condurre attacchi dall’Afghanistan, nonostante gli attentati del 1998 alle ambasciate Usa e, nel 2000, alla nave da guerra Cole. Noi dobbiamo combattere l’estremismo islamico ovunque lo troviamo, sia nel nostro emisfero che in Africa, Medio Oriente e Asia.

Sul territorio nazionale, il governo deve essere organizzato e preparato a prevenire e a rispondere a ogni attacco. Di fronte a un nemico così pericoloso, dobbiamo avere il pieno controllo dei nostri confini e proteggere ancor di più i nostri porti, aeroporti e sistemi di trasporto. La sicurezza nazionale deve essere una responsabilità condivisa, perciò gli stati e le autorità locali devono avere le risorse per proteggere le loro comunità. I fondi federali per la sicurezza devono essere ripartiti secondo il grado di rischio e non in base a calcoli politici.

L’intelligence è essenziale per combattere il terrorismo. Occorre migliorare la nostra capacità d’infiltrazione nelle organizzazioni terroristiche in tutto il mondo e di raccolta delle informazioni. Qui la tecnologia è importante, ma non sufficiente: anche l’elemento umano è essenziale. Spesso, il nostro successo dipende dal poliziotto di guardia, dall’agente di frontiera, da una cittadinanza in allerta e coinvolta. Tutte le operazioni d’intelligence devono essere condotte legalmente e con adeguati controlli. Gli americani si aspettano di essere protetti dal loro governo, ma anche rispettati nella loro privacy: dobbiamo trovare il corretto equilibrio per difenderci dai terroristi.

 

Quanti soldati dovrebbero dispiegare gli Usa in Iraq? Quale dovrebbe essere la loro missione? Quanto a lungo dovrebbero restarci? Quali le conseguenze di un ritiro delle truppe americane?

È interesse vitale dell’America evitare che l’Iraq diventi una specie di selvaggio Far West per i terroristi, come l’Afghanistan prima dell’11 settembre, ma è appunto ciò che si rischia abbandonando il Paese prima che vi sia un governo iracheno stabile. Oggi, in Iraq i terroristi hanno riportato un livello di barbarie che sta scioccando il mondo intero e che non si fermerà certo ai confini di questo Paese: noi americani siamo il loro primo nemico e l’obiettivo definitivo.

Un vuoto di potere in Iraq sarebbe un invito a una maggiore interferenza dell’Iran, in un momento in cui già si sente forte abbastanza da sviluppare armi nucleari, minacciare Israele e l’America e rapire marinai britannici. Se il governo iracheno cade, tutti i suoi vicini saranno spinti a intervenire in aiuto delle fazioni amiche, con il rischio che esploda l’intera regione. Ci troveremmo di fronte a una terribile scelta: assistere all’incendio della regione, con i prezzi del petrolio alle stelle, la nostra economia in declino e i terroristi rafforzati, o rimandare le nostre truppe in Iraq con possibilità ancora minori di poter risolvere il problema.

Rimane poi il nostro obbligo morale verso il popolo che abbiamo liberato dalla tirannia di Saddam Hussein. Molti di noi ancora si vergognano perché l’America non riuscì a impedire il genocidio in Ruanda, ma il rischio di genocidio e pulizia etnica in Iraq è anche peggiore. Se non combattiamo per evitarlo, il nostro ritiro sarà accompagnato da un genocidio di cui saremo complici.

Il generale Petraeus sta attuando una nuova strategia con nuove forze, diretta a separare dagli irriducibili quella parte degli insorti con cui ci si può rappacificare, e tentando di porre le premesse per una crescita politica ed economica. Questa strategia «libera, difendi, costruisci» è ben diversa dal fallito approccio «cerca e distruggi», ma la lotta sarà dura. Il punto non è quanto gli americani rimarranno in Iraq, ma se stanno raggiungendo l’obiettivo. Io credo che si debba continuare a combattere finché c’è una prospettiva di successo.

 

Secondo molti, l’immagine all’estero degli Stati Uniti è stata fortemente danneggiata dalla presidenza Bush. Lei è d’accordo? E come risolleverebbe la reputazione nazionale a livello mondiale?

Non vi è dubbio che la posizione dell’America nel mondo ha sofferto per varie ragioni, inclusa la guerra in Iraq, ma dobbiamo essere chiari: gli estremisti islamici ci hanno dichiarato guerra. Non vi era nessuna guerra in Iraq quando i terroristi hanno attaccato le nostre ambasciate, navi e New York. Per quanto noi siamo forti nelle armi, lo siamo ancor di più negli ideali. Abu Ghraib, Guantanamo e gli abusi sui detenuti ci sono costati cari nella guerra al terrore, che è in gran parte una guerra di idee. Solo rispettando gli standard internazionali dei diritti umani potremo dimostrare che l’America è veramente la più grande forza nel mondo.

La nostra immagine è una risorsa strategica che aumenta lavorando insieme alle altre democrazie e dobbiamo ascoltare più attentamente le opinioni dei nostri alleati. Come tutte le altre nazioni, ci riserviamo il diritto sovrano di difendere la nostra sicurezza nazionale come e quando lo riteniamo necessario. Ma la nostra potenza non significa che possiamo fare quello che vogliamo quando vogliamo, né possiamo pretendere di avere tutta la saggezza, la conoscenza e le risorse necessarie per aver successo. Quando riteniamo necessaria un’azione internazionale, dobbiamo cercare di persuadere i nostri amici e alleati che abbiamo ragione, e lasciarci persuadere da loro. Per essere un buon leader, l’America deve essere un buon alleato.

Credo che debba essere esteso il circolo delle democrazie, cominciando a portare popoli e nazioni democratiche di tutto il mondo in un’organizzazione comune, una Lega mondiale delle democrazie, che formerebbe il nucleo di un ordine internazionale di pace fondato sulla libertà. Dovrebbe intervenire dove le Nazioni Unite falliscono, in posti come il Darfur; potrebbe unirsi alla lotta contro l’Aids e determinare politiche migliori per la difesa dell’ambiente. Potrebbe far pressioni sui regimi dittatoriali in Birmania o Zimbabwe, con o senza l’assenso di Mosca e Pechino. Potrebbe imporre sanzioni congiunte sull’Iran per ostacolare le sue ambizioni nucleari. Potrebbe dare voce a grandi nazioni come Messico, India, Brasile, Israele, Australia, Germania e Giappone, che ne hanno poca all’Onu. Dimostrare il nostro impegno in un multilateralismo basato sui nostri valori e che promuove i nostri comuni interessi servirà ad aumentare la nostra posizione nel mondo.

 

Sfidando Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran si sta avviando verso la disponibilità di armi nucleari. Lei aprirebbe colloqui diretti con il governo iraniano e quale sarebbe la sua strategia se l’Iran arrivasse sul punto di avere un armamento atomico?

Il “sostenitore” principale del terrorismo internazionale, l’Iran, si definisce per l’ostilità verso Israele e gli Stati Uniti e cerca di dominare la regione. Quando il presidente iraniano chiede la cancellazione dello Stato di Israele, un mondo senza sionisti, o suggerisce di rispedire gli ebrei in Europa o definisce l’Olocausto un mito, è chiaro che abbiamo a che fare con un uomo e un regime molto pericolosi. Il rischio che costoro abbiano armi nucleari è inaccettabile e sarebbe una minaccia non solo per Israele, ma per tutti i governi della regione.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu deve imporre sanzioni sempre più dure, sia politiche che economiche. Se non lo facesse, gli Usa devono proporre sanzioni multilaterali al di fuori dell’Onu. L’Iran presenta parecchi punti vulnerabili, per esempio deve importare benzina raffinata. Paesi come la Cina e la Malesia, che hanno accordi per lo sfruttamento dei campi di gas iraniani, e la Russia, che fornisce sistemi di armamento a Teheran, devono sapere che l’Iran costituirà un punto critico nelle loro relazioni con gli Stati Uniti.

Inoltre, convincendo singoli investitori, fondi pensionistici, istituzioni finanziarie a disinvestire dalle società che fanno affari con l’Iran, riusciremo a isolare e delegittimare questo governo ostile. Si incrementerebbe così anche il dibattito all’interno dell’Iran sulla capacità dell’attuale politica a servire gli interessi del Paese o solo quelli di una dirigenza deviata. Bisogna assicurare ai milioni di iraniani che aspirano alla libertà e alla democrazia che noi li sosteniamo, e in questa direzione c’è ancora molto da fare.

Tutte le opzioni devono rimanere sul tavolo. Un’azione militare non è quella che preferiamo e rimane come ultima opzione. Abbiamo ancora vie diplomatiche da perseguire prima di prendere in considerazione altre misure, ma è semplice realismo osservare che vi è una sola cosa peggiore di una soluzione militare: un Iran con armi atomiche.

(Da Atlantide, Intervista a John McCain)

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