ISRAELE/ Caracciolo (Limes): la soluzione al conflitto è lontana, mancano reali interlocutori

- int. Lucio Caracciolo

Gli Stati Uniti impegnati nel passaggio di consegne presidenziali, il popolo palestinese in preda a correnti in conflitto e l’Europa sempre più occupata dai propri affari politici ed economici. Uno scenario che non lascia intravvedere la fine immediata e auspicabile delle ostilità israelo-palestinesi

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Gli Stati Uniti impegnati nel passaggio di consegne presidenziali, il popolo palestinese in preda a correnti in conflitto fra di loro e l’Europa sembra sempre più occupata dai propri affari politici ed economici. Uno scenario che non lascia intravvedere la fine immediata e auspicabile delle ostilità israelo-palestinesi e che lascia presagire l’ennesimo temporaneo “cessate il fuoco” pronto a sfociare in nuovi conflitti. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ci spiega il proprio punto di vista

 

Stando a recenti dichiarazioni di esponenti israeliani, l’impressione è che non si sia in presenza di una rappresaglia, pur pesante, ma che si stia andando verso una vera e propria guerra di Israele contro Hamas. Qual è la Sua opinione in proposito?  

Non c’è dubbio che sia una guerra contro Hamas. Ma in realtà non è solo di Israele: anche dell’Egitto, di Abu Mazen e di altri soggetti regionali che vorrebbero sradicare la “mala pianta” di Hamas. Che ci riescano ho francamente qualche dubbio, a meno che non si preveda un bagno di sangue, anche per gli Israeliani, di proporzioni intollerabili. Quindi penso che si arriverà prima o poi a un “cessate il fuoco”, magari anche dopo un’operazione di terra da parte israeliana che porti a qualche visibile successo, sebbene provvisorio. Immaginare invece di liquidare Hamas o quanto meno togliergli il controllo di Gaza mi pare, per il momento, abbastanza improbabile.

Da questa crisi sembrano uscire comunque perdenti Al Fatah e il presidente Abu Mazen. Come pensa si risolverà la partita interna all’ANP?

A dir la verità hanno già perso da molto tempo sia Abu Mazen sia l’ANP sia Al Fatah. Si tratta di soggetti oramai moribondi i quali hanno ancora una qualche visibilità e una qualche legittimazione unicamente agli occhi di Israele e degli Stati Uniti perché questi ultimi necessitano di un qualche interlocutore. Ma tutti sanno che il signor Abu Mazen non controlla più il campo palestinese e in particolare non controlla le forze armate, le milizie dei vari gruppi palestinesi. Quindi è del tutto insostenibile immaginare un accordo con un attore che non governa sostanzialmente più sui propri territori. Tutta la parte palestinese in realtà non esiste più in quanto tale: sono solamente gruppi, partiti, fazioni armate che mi pare siano più interessate a farsi fuori l’una con l’altra anziché far la guerra a Israele.

Accanto alle scontate manifestazioni di solidarietà, ci si può aspettare un prossimo intervento militare di Hezbollah?

Non è da escludere che in qualche fase del conflitto Hezbollah possa cominciare a lanciare alcuni missili, anche a fini propagandistici, per cavalcare questa cosiddetta intifada di Gaza, soprattutto se ci fosse un’iniziativa militare israeliana di terra. Ma è un’ipotesi troppo azzardata per cercare di dare una previsione più o meno giusta, personalmente aspetterei un po’ di più prima di sbilanciarmi in un parere.

Come giudica l’atteggiamento dell’Egitto, accusato da Hamas di tacita collaborazione con Israele? E come i tentativi che lo stesso Egitto sta facendo di spingere la Turchia a fare pressioni per porre fine alle ostilità su Israele, con cui è notoriamente in buoni rapporti?

Mi pare che la collaborazione non sia tanto “tacita”. È evidente che l’Egitto teme Hamas come un braccio armato dei Fratelli Musulmani e quindi come una filiale della maggior forza di opposizione all’interno del proprio governo. Quindi ha tutto l’interesse che subisca le maggiori perdite possibili. Per quanto riguarda la Turchia occorre invece precisare che in questo caso per Israele le ostilità hanno una forte valenza domestica, cioè non sono legate a un piano strategico, ma alle elezioni del 10 febbraio. In particolare Tzipi Livni e Barak vedono in questa operazione di forza l’unica possibilità di impedire un trionfo di Netanyahu, e quindi del Likud, della destra, alle elezioni. Per questo motivo andranno avanti finché lo riterranno necessario e soprattutto finché ci sarà un sufficiente apporto di opinione pubblica che per ora pare esserci e che possa poi travasarsi in voti in occasione delle prossime elezioni.

Oltre all’Egitto, anche Giordania e Arabia Saudita hanno tutto da temere da un rafforzamento di Hamas e quindi dell’Iran nell’area. È probabile una ripresa dei loro tentativi di mediazione e quali sono le possibilità di successo di un piano arabo per risolvere la questione palestinese?

Sono situazioni diverse, ma chiaramente Giordania e Arabia Saudita tendono a mantenere quel tasso di ambiguità che ha sempre contraddistinto la loro politica estera. In poche parole è probabile che vedremo la loro piazza e una certa retorica pubblica che parteggeranno da una parte, mentre le azioni effettive saranno tendenti allo zero.

Un elemento negativo è l’attuale situazione di transizione presidenziale negli Stati Uniti, che ne rende difficile un intervento efficace. Vi è qualche possibilità che l’Unione Europea possa riempire il vuoto e diventare un attore nella mediazione di questo conflitto?

Questo è, oggi come oggi, pressoché impossibile. L’Unione Europea continuerà a fare sempre l’Unione Europea ossia ad occuparsi di se stessa, di quello che vuole diventare, e, eventualmente, a mediare fra le proprie tendenze, le proprie componenti e gli Stati Membri. In questa situazione l’Europa non può assolutamente avere un ruolo internazionale di un certo peso.

Come pensa invece che si muoverà, se si muoverà, la Russia? Che ha recentemente recuperato un ruolo attivo nella zona mediorientale?

La Russia mantiene un ruolo importante nell’area, soprattutto nei confronti dell’Iran, e quindi cercherà di marcare una sua presenza, ma non tanto nel caso israeliano-palestinese in cui può poco o nulla quanto nel caso siriano dati i suoi rapporti storici con Damasco e nel caso iraniano attraverso anche la vendita di armi, la sua diplomazia parallela e anche attraverso la sua partecipazione ai programmi nucleari iraniani. Quindi la Russia manterrà una sua posizione diversa da quella americana, salvo poi utilizzare la propria presenza a un tavolo negoziale che Putin spera di aprire rapidamente con Obama.



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