ISRAELE/ Le ragioni di politica interna dietro all’attacco ad Hamas

- Alberto Rossi

Ai fini della campagna elettorale, i raid iniziati il 27 dicembre possono tramutarsi in un’arma a doppio taglio per la Livni e Barak, spostando i consensi della popolazione verso Benjamin Netanyahu

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I raid israeliani che il 27 dicembre hanno colpito la Striscia di Gaza, provocando circa 300 morti, pongono ulteriori nubi sul futuro della regione, sempre più instabile. Il costante e ormai quotidiano lancio di razzi da parte di Hamas, dopo che quest’ultimo aveva deciso di non rinnovare la tregua semestrale firmata a giugno, ha dunque condotto a questa pesante reazione israeliana.

 

Perché Israele ha deciso di utilizzare la dinamica dei raid aerei? Un intervento terrestre potrebbe presumibilmente portare nuovi problemi più che reali benefici: la sicura perdita di vite umane farebbe da corollario a un’operazione che se non sfociasse in una rioccupazione della Striscia – possibilità certo non voluta, né praticabile – rischierebbe di non realizzare nel concreto alcun obiettivo precedentemente prefissato. I raid aerei annullano l’ipotesi di perdita di vite umane da parte israeliana, anche se, d’altra parte, aumentano ingentemente le possibilità riguardanti gli obiettivi da colpire.

Va inoltre sottolineato quanto Israele abbia tentato di preparare l’opinione pubblica internazionale (sostanzialmente negativa a un simile intervento) dichiarando da giorni l’imminenza di un intervento. A questo proposito non appare casuale il fatto che questo sia avvenuto immediatamente dopo la festività natalizia. L’impatto degli stessi raid compiuti nei giorni pervasi dall’atmosfera natalizia, quelli immediatamente precedenti al Natale o lo stesso 25 dicembre, sarebbe presumibilmente stato ancor più negativo agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

Analizzando le motivazioni che stanno dietro una simile reazione, è da evidenziare come queste non vadano ricercate solamente nell’ambito di una politica regionale sempre più intricata, con l’ombra iraniana sempre più pressante sullo sfondo. È fondamentale sottolineare le motivazioni di politica interna, che spesso nella società israeliana si sono rivelate assai più decisive nella scelta di grandi decisioni come quella attuale, ben più che quelle attinenti alla politica estera e regionale. E, in particolare nelle ultime settimane, gli aspetti di politica interna presentano un’urgenza impossibile da ignorare.

Il punto nevralgico della questione è rappresentato dal fatto che Israele è in campagna elettorale. Le elezioni politiche del prossimo 10 febbraio vedranno di fronte il Ministro della Difesa, il laburista Ehud Barak, premier nel 1999-2000, il Ministro degli Esteri e leader di Kadima Tzipi Livni, e il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, già premier tra il 1996 e il 1999.

L’aspetto del voto è di grande rilevanza nel valutare le dinamiche che hanno portato a prendere questa decisione. Davanti al continuo lancio di razzi perpetrato da Hamas, la quasi totalità dell’opinione pubblica reclamava un intervento da effettuarsi quanto prima. Ogni giorno trascorso senza una decisa reazione israeliana contro Hamas avrebbe spostato nuovi consensi verso il già favorito Netanyahu, deciso nel sollecitare una reazione immediata e quanto mai esemplare. Agli occhi dei moderati, dunque, un simile intervento è parso inevitabile agli occhi dell’elettorato, per non accrescere il divario con lo sfidante di destra.

Ai fini elettorali, però, è possibile che questo ragionamento si tramuti in un vero e proprio boomerang per i decisori dei raid contro Gaza. È infatti altamente plausibile che la clamorosa entità degli eventi avvenuti provochi un’escalation del livello di tensione e di violenze nella regione; e qualora questo circolo vizioso si instaurasse, l’elettorato israeliano, in un trend già ripetuto nel corso degli anni, si sposterebbe verso chi pone l’accento sul tema della sicurezza a ogni costo, non negoziabile né comparabile con qualsiasi altro aspetto (per esempio, concreti passi in avanti verso un accordo di pace).

Dunque, un possibile circolo vizioso dovuto anche all’attuale sovra reazione israeliana non potrebbe che favorire il leader di destra Netanyahu, in quella che sarebbe una sorta di beffa per chi ha dato il via libera per l’esecuzione di questi raid anche, se non soprattutto, dando un occhio alle dinamiche del consenso elettorale.

D’altronde, un simile scenario non farebbe che ripetere gli eventi già compiutisi non più tardi di otto anni fa. Lo scoppio della Seconda Intifada alla fine del settembre 2000 vide, dopo l’azione palestinese (seguita alla salita di Sharon sulla Spianata delle Moschee), l’immediata sovra reazione israeliana. Dopo una settimana di scontri, il bilancio parlava di un morto israeliano e 73 vittime palestinesi, mentre le immagini degli elicotteri israeliani contro le abitazioni civili palestinesi facevano il giro del mondo, suscitando impressioni fortemente negative sull’opinione pubblica internazionale.

Diversi generali, successivamente, hanno apertamente dichiarato come la sovra reazione israeliana, decisa nelle fasi di preparazione di un tale conflitto, abbia rappresentato un grave errore strategico: se perfetta in una guerra di tipo convenzionale, la tattica “meno morti possibili per noi, più morti possibili per loro” non funzionava affatto in un conflitto asimmetrico. Lo sproporzionato numero di morti aumentava infatti la frustrazione palestinese, e la conseguenza di questo fu che l’Intifada non venne immediatamente stoppata, bensì fu involontariamente incentivata, accentuandone il suo carattere violento e rabbioso.

Dal punto di vista politico, la situazione presentava aspetti analoghi: il Governo Barak, se non ancora dimissionario (lo sarà due mesi dopo), era estremamente fragile. La decisione di una simile reazione fu guidata anche da considerazioni di politica interna, essendo rapida e costante la perdita di consensi dell’esecutivo, e lo spostamento di questi verso il Likud di Sharon, che denunciava il Governo di aver offerto troppo ai Palestinesi nelle negoziazioni fallite due mesi prima a Camp David. Il Likud guadagnava voti, e prometteva di stroncare sul nascere l’Intifada.

Per stoppare l’emorragia di consensi, il Governo Barak provò a usare il pugno di ferro, ma la conseguente escalation del conflitto provocò dal punto di vista elettorale il tracollo del partito del Capo di Governo. Il sempre crescente, ormai assoluto bisogno di sicurezza portò gli Israeliani a scegliere chi puntava alla sicurezza prima di tutto, a scapito di qualsiasi altro valore o necessità. Fu così che Ariel Sharon vinse alle elezioni del febbraio 2001 con il 62,39% dei voti, percentuale mai raggiunta nella storia dello Stato israeliano.

Lo scenario verificatosi otto anni fa presenta forti analogie con quello attuale. Dal punto di vista interno, ai fini della campagna elettorale, i raid del 27 dicembre possono dunque tramutarsi in un’arma a doppio taglio per la Livni e Barak. Se nell’immediato un simile intervento è stato accolto con favore dall’elettorato israeliano, e dunque potrebbe essere giudicato favorevole ai due Ministri ai fini della campagna elettorale, l’assai possibile escalation del livello di tensione potrebbe indurre la società israeliana a buttarsi nella braccia di chi più di altri pare garantire nel breve periodo un’attenzione assoluta al bisogno di sicurezza, consegnando dunque l’esecutivo nelle mani di Benjamin Nethanyau, e portando così a compimento una dinamica interna che presenta forti analogie con quella già avvenuta otto anni fa.

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