Ridurre i costi della politica? Non in Inghilterra

- Emanuele Bracco

Le riforme istituzionali sono da sempre al centro del dibattito della politica italiana, ma i cambiamenti sono sempre millimetrici. In Inghilterra invece ci si avvia alla rivoluzione sulla Camera dei Lord. Un esempio da imitare?

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Discutere per decenni di riforme istituzionali senza mai farle sembra non essere un’abitudine solo italiana. Anche in Gran Bretagna sono molti anni che si discute di riformare la Camera alta del parlamento. Come in molti altri paesi europei, la Camera alta ha molti meno poteri della Camera dei Comuni. La Camera dei Lord può rimandare ai Comuni una legge fino a tre volte, ma alla fine sono i Comuni ad avere l’ultima parola. Nella storia recente non è mai capitato che i Lord esercitassero questo potere. La sola minaccia di un disaccordo istituzionale ha sempre portato il governo a cercare un compromesso. Gran parte delle leggi, tuttavia, passa senza che i Lord incidano in alcun modo. Di fatto i poteri di questa camera non sono molto dissimili da quelli, ad esempio, del Senato in Francia e Spagna. Non ha un ruolo di garante della Federazione come in Germania, dove il Bundesrat è una camera regionale eletta dai consigli regionali. È tuttavia un’assemblea molto strana: settecento e più membri, privi di stipendio se non un gettone di presenza, in gran parte non ascrivibili a nessuno dei tre partiti principali. Fino a qualche anno fa, i membri erano lì per il nome che portavano: seggi ereditari a vita, come ai vecchi tempi. Blair ha cambiato le cose, e ora i membri ereditari sono solo 92, e si porteranno nella tomba questo privilegio. Coloro che oggi siedono nella Camera dei Lord sono stati insigniti in gran parte di un titolo nobiliare non ereditario, un po’ come i nostri senatori a vita. Di diritto ci sono i vescovi della Chiesa Anglicana, e recentemente sono stati adombrati dubbi che donare un milione di sterline al partito laburista potesse essere un modo semplice per diventare Lord. Sta di fatto che, per assurdo, Blair stesso ha nominato buona parte degli attuali membri, e nonostante ciò la maggioranza è conservatrice.

La Camera dei Lord appare quindi come un oggetto anacronistico, e soprattutto privo di ogni legittimazione democratica. Ha resistito fino ad ora probabilmente perché sono pochi e rari i casi in cui viene chiamata in causa in modo realmente vincolante. E poi gli inglesi adorano le tradizioni. È interessante vedere come, però, la soluzione che sembra prefigurarsi sia molto diversa da tutte le possibili riforme di cui si è sentito parlare riguardo al nostro Senato. Sembra che la proposta del ministro della giustizia Jack Straw guardi più al Senato americano che non all’Europa continentale. Il ruolo dei Lord deve essere quello di una stabile e rispettata coscienza critica dei Comuni, e non essendo la Gran Bretagna uno stato federale, la rappresentatività delle regioni non è in questione. Ecco quindi la proposta di eleggere almeno l’80% di questa camera un terzo alla volta con sistema proporzionale. Ogni “senatore” avrebbe un mandato di circa 15 anni, e il numero dei membri sarebbe ridotto a circa 400. Questo assetto è in effetti perfetto per una camera che dovrebbe avere una grande autorità morale, ma un piccolo potere effettivo. Molto diverso è il caso italiano in cui ad ora ci sarebbe il problema di creare una camera federale. In comune c’è la volontà di ridurre il numero di parlamentari. In realtà però questa riduzione non porterebbe ad una diminuzione di costi: se la Camera dei Lord non è più fatta di ricchi aristocratici, ma è elettiva, allora bisogna anche dare uno stipendio a questi “senatori. Questa riforma quindi non farebbe che aumentare i costi della politica. La Gran Bretagna paga in un certo senso l’assenza di una figura come quella del nostro presidente della repubblica: la regina, non essendo democraticamente eletta non può svolgere il compito istituzionale che svolge Napolitano, ecco che quindi una Camera di saggi, eletti con mandato “lungo” supplirebbe a questa mancanza. Inoltre farebbe un minimo da contraltare allo strapotere del Premier, che in Gran Bretagna ha un potere quasi assoluto: nomina e revoca i ministri, i presidenti dei due rami del parlamento, il presidente e i membri della corte suprema (i Law Lords), lui propone le leggi da approvare in parlamento, decide a chi conferire i titoli nobiliari e quindi di fatto chi fa parte della Camera dei Lord. Più soldi quindi nella politica, e anche più democrazia, per stravolgere un’istituzione dalla lunghissima tradizione, ma già priva di potere sostanziale.

Per le nostre riforme istituzionali forse l’esempio dei Lord inglesi è troppo lontano dal nostro assetto istituzionale; ciò che però possiamo trarre come insegnamento è forse la modalità con cui si stanno avviando verso questa riforma: c’è un ampio dibattito fra le forze politiche, dentro e fuori dal parlamento, e un sostanziale accordo sulla necessità di riformare. Nella tradizione del pragmatismo britannico alla Camera dei Comuni sono state votate pochi giorni fa alcune mozioni proprio su questa riforma. Il governo ha presentato proposte per avere una camera dei lord totalmente nominata dall’alto, o eletta al 20, 40, 60, 80 o 100%. Con grande semplicità e chiarezza tutte le mozioni sono state respinte a larga maggioranza, tranne le ultime due, votate invece da un larghissimo numero di parlamentari di tutti i partiti. Forse è quindi più per il pragmatismo e la concretezza del modo in cui si fanno riforme, che non per le soluzioni specifiche la ragione per cui converrebbe ogni tanto guardare Oltremanica.

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