Dietro il fantasma del Tibet, la paura della Cina

- int. Francesco Sisci

«20 anni fa l’Italia mise da parte i fatti di Tiananmen in pochi giorni. Ma quella, diversamente dal caso del Tibet, era una storia enorme». Il fatto è che il mondo ha paura della Cina. E l’Italia? Crede di guardare gli Usa, ma in realtà è senza una strategia

I rapporti tra Europa e Cina, dopo la crisi del Tibet, le manifestazioni a favore dei diritti umani e le schermaglie diplomatiche riguardanti le olimpiadi di Pechino, hanno riaperto gli occhi dell’opinione pubblica occidentale sul “mondo” Cina. Il corrispondente da Pechino del quotidiano La Stampa traccia un’analisi dei rapporti tra Usa, Cina ed Europa. Con un occhio di riguardo al nostro paese.

Gli incidenti di Londra e Parigi e le manifestazioni pro Tibet stanno creando, soprattutto nei paesi europei, un clima di forte ostilità verso la Cina, e le Olimpiadi di Pechino stanno diventando sempre più un caso politico. Che ne pensa?

In realtà, dietro il fantasma del Tibet c’è un altro spettro, che il buonismo, il politicamente corretto non fa chiamare con il suo nome, che è la paura della Cina. 20 anni fa l’Italia si eccitò e mise da parte i fatti di Tiananmen in pochi giorni. E quella era una storia enorme. Oggi per una storia oggettivamente più piccola c’è molto più scandalo. In parte c’è certo l’abbrivio della cronaca, l’attenzione a queste che saranno le indimenticabili olimpiadi di Pechino, le più lunghe della storia. Ma credo sia anche perché 20 anni fa la Cina non faceva paura, oggi terrorizza, proprio per quello che è riuscita a fare in 20 anni. Fra altri 20 anni cosa farà? Ma proprio per questo è necessario guardare il ”mostro cinese” in faccia e capire cosa possiamo e dobbiamo fare per essere ancora a galla e vivi fra 20 anni. Altrimenti scegliamo di ballare mentre il Titanic affonda. Interessante, ma suicida.

Questo per quel che riguarda noi. E gli Usa?

La Cina e l’America sono sistemi ormai di fatto largamente integrati economicamente. L’America investe in Cina, l’America compra merce dalla Cina con un largo surplus, la Cina investe i guadagni in buoni del tesoro americani che finanziano nuovi acquisti e nuovi investimenti americani in Cina. È un circolo virtuoso che crea anche una base per collaborazioni politiche interessanti, come quella sulla Nord Corea. In Europa questo non c’è e non c’è un interlocutore politico unitario che possa trattare per tutta la UE economia e politica. Le agende politiche e commerciali sono in contrasto tra loro e spesso anche con la UE e ciò crea un labirinto politico dove Pechino si confonde e non sa come orientarsi. Né c’è tanto interesse a orientarsi perché manca un circolo virtuoso economico. Questo non indebolisce la Cina, ma indebolisce l’Europa come unione e come stati. Su questo l’Europa come singoli paesi e come unione dovrebbe lavorare per compensare lo spostamento dell’asse politico economico in atto verso il Pacifico.

Dal suo discorso par di capire che lei stia accusando la mancanza di una vera e propria strategia. È così? Che cosa deve fare l’Italia?

Per avere queste risposte bisogna prendere delle decisioni strategiche. L’Italia non può essere tutto e fare tutto di botto. I militari insegnano che chi vuole difendere tutto non difende niente, chi vuole attaccare tutto non attacca niente. Allora l’Italia deve decidere cosa vuole fare nel mondo fra 20 anni. Questo lo deve decidere oggi perché già domani è troppo tardi. Vuole essere la porta d’oriente, il passaggio logistico delle merci eurasiatiche verso il nord del nostro continente, oppure vuole essere lo stivale d’Europa per produrre servizi e beni un po’ peggio o un po’ meglio di altri? Vuole poi spendersi sui trasporti o sul turismo? Le due cose possono andare insieme, ma ci devono essere priorità perché altrimenti di nuovo c’è confusione, specie all’inizio. Si vogliono grandi imprese, piccole imprese, medie imprese che diventano grandi? Imprese di stato? Private? Public company? Cooperative? Tutto questo deriva dal ruolo che si decide per l’Italia in rapporto agli altri Paesi, al mondo. Ma se non c’è questa decisione, seria e ragionata, nulla segue e continuiamo a ballare sul Titanic che affonda.

L’Italia, pur tra alterne vicende, ha sempre guardato gli Usa. Chi deve essere negli anni a venire il nostro primo interlocutore? Dove guardare?

Un pezzo di politica estera essenziale su cui l’Italia deve ragionare è l’America. Perché è la prima potenza del mondo e perché è il primo punto di riferimento politico italiano da 60 anni. L’Italia in realtà, pur con i suoi rapporti non lo fa, perché pensa e si illude in un’America che guarda con occhio languido e affezionato da italo-americano degli anni ’50 all’Europa e all’Italia. L’America guarda in realtà alla Cina. Questa è la sua priorità assoluta, e in subordine, tatticamente, c’è il problema del Medio oriente, un gran mal di testa, di sicuro, ma di breve periodo, non di lungo termine e totalizzante come la Cina. Sul piatto cinese l’Italia cosa può portare? Se è niente, allora nella bilancia dei valori americani valiamo poco. Questa è la realtà. Noi possiamo anche decidere che così ci sta bene, e vogliamo perdere di un colpo la superpotenza di oggi (l’America) e quella di domani (la Cina). È una scelta legittima, purché sia fatta in modo cosciente e coscienti delle conseguenze. Il mio timore è che in realtà questa scelta semplicemente non c’è e non c’è alcuna coscienza, c’è solo il canto delle cicale.

Lei è inviato in Cina e ormai vive lì da più di vent’anni. In Italia siamo alla vigilia delle elezioni politiche. Quali considerazioni le suggerisce il suo punto di vista?

La posizione dell’Italia nel mondo, questo credo dovrebbe essere la priorità assoluta del governo che emergerà da queste elezioni. Senza questa scelta ragionata e profonda qualunque aggiustamento tattico, miglioramento dei conti, delle pensioni, della legge del lavoro, saranno come coriandoli di una festa, alcuni utili altri inutili, perché senza direzione strategica. Certo c’è sempre da sperare nello stellone italiano, il gol in zona cesarini, il colpo di fortuna all’ultimo minuto. Ma tutti gli appassionati di calcio sanno che bisogna andare alla partita preparatissimi per vincere, e sperare che la sorte non ti giochi contro. Perché questa regola dovrebbe funzionare per il semplice calcio e non per la complicata politica?

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