A Bucarest i destini della Nato

- Gianluca Ansalone

Il vertice si annuncia complicato: sul tavolo la pre-adesione di Croazia, Albania, Macedonia. Più difficile la partita per Ucraina e Georgia: la Russia non vuole perdere la sponda di Kiev e non vuole sentirsi circondata da un cordone sanitario sotto l’egemonia degli Usa

“Go East, young boys!”. Si potrebbe parafrasare così la corsa strategica che la Nato ha promosso a partire dai primi anni ’90. Nel tentativo di recuperare quello spazio di manovra nell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” che la Guerra Fredda le aveva sottratto, l’Alleanza Atlantica sposta sempre più il suo baricentro verso sud-est, alla ricerca di un ponte geostrategico verso le nuove aree di crisi. Non solo allargamento, quindi, ma anche nuove collaborazioni e ridispiegamento delle forze armate sul territorio, già messo in atto dagli Stati Uniti, che continuano a fornire il grosso degli operativi a livello globale.
Queste le premesse storiche del Vertice di Bucarest che si apre quest’oggi. Un vertice importante e carico di simboli. I lavori si tengono infatti in molti degli edifici e delle strutture fatte costruire da Nicolae Ceausescu per celebrare il socialismo reale ed ospitare i leader del Patto di Varsavia.
Nella capitale rumena sono giunti i principali leader mondiali, i protagonisti della vecchia e della nuova Nato, per ridefinire lo spazio strategico dell’Alleanza del futuro prossimo. Si parlerà innanzitutto di un ulteriore allargamento e dell’inizio della fase di pre-adesione di Croazia, Albania, Macedonia per l’area balcanica e di Ucraina e Georgia per lo spazio ex sovietico. Ed è questo il primo nodo da sciogliere. Esiste un consenso piuttosto ampio sulla necessità di coinvolgere i Balcani nell’architettura di sicurezza transatlantica, per favorirne la stabilità interna e regionale. Un processo che gli stessi governi di adesione più recente, tra cui la Romania, hanno riconosciuto essere utile per poi candidarsi a diventare membri dell’Unione Europea. Su Croazia e Albania, Paesi fortemente sponsorizzati da Washington, il consenso è ampio. La Grecia, invece, è tornata ad opporsi fermamente all’apertura dei negoziati con Skopje, fino a quando non sarà risolta la questione della denominazione internazionale del paese. Come noto, Atene non riconosce la Macedonia se non con il nome di Ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom). I Ministri degli esteri dei principali paesi europei, che hanno da tempo impegnato numerose truppe nel paese nell’ambito di missioni a guida Ue, sostengono come la Nato non possa fermarsi di fronte ad una questione di nomi. Ma il veto della Grecia, per adesso, appare piuttosto convinto. E nell’Alleanza Atlantica le decisioni si assumono all’unanimità.
L’Italia da tempo sostiene la prospettiva dell’allargamento all’area dei Balcani e tenterà la mediazione con la Grecia anche sulla questione macedone.
Più controverso è evidentemente il coinvolgimento di Ucraina e Georgia nella cosiddetta Map (Membership Action Plan), per l’opposizione durissima di Mosca. Su questo tavolo si gioca la partita più complessa. Da qualche anno il tono della provocazione tra Russia e Stati Uniti si è alzato fino a raggiungere la retorica più propria alla Guerra Fredda. Mosca accusa gli americani di adottare, attraverso la Nato, una politica neo-imperialista, con l’obiettivo di creare un cordone sanitario attorno alla Russia. L’adesione di membri quali la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e, per l’appunto, la Romania, oltre alle tre Repubbliche baltiche, ha rappresentato uno schiaffo morale per il Cremlino, preoccupato anche di veder procedere piuttosto speditamente il progetto per il nuovo scudo stellare americano, in collaborazione con Polonia e Repubblica Ceca. Un sistema di prevenzione della minaccia dei missili balistici che per il Pentagono garantirebbe un ombrello di protezione per l’intero Continente europeo, mentre per Mosca si tratterebbe di una minaccia diretta agli interessi vitali della Russia.
Una scacchiera complessa, nella quale Ucraina e Georgia hanno avanzato la loro richiesta di membership alla Nato. Ma la Russia non vuole perdere la sponda di Kiev, corridoio strategico per le proprie esportazioni energetiche, né la Georgia, nuovo avamposto verso le aree di crisi del Medio Oriente allargato. Attorno al Mar Nero, quindi, si concentrano le nubi. E sul Mar Nero, a Soci, si vedranno proprio Bush e Putin per misurare la febbre della corsa strategica tra le due potenze.
In Europa, sarà la Francia ad esprimere le perplessità più forti, vista la preoccupazione per la situazione di sicurezza nelle due province georgiane dell’Abkhazia e Ossezia del Nord. Il focolaio ceceno, poi, è assai prossimo e nessuno vorrà assumersi la responsabilità di dare a Mosca un pretesto per nuove incursioni.
A Bucarest si parlerà ovviamente anche di Afghanistan. Ma su questo punto, grazie anche alla mediazione paziente del Segretario Generale De Hoop Scheffer, l’accordo sembra cosa fatta: un rafforzamento delle truppe fino ad un tetto massimo di cinquemila soldati, grazie soprattutto al rinnovato impegno della Francia, che dovrebbe garantire ulteriori mille uomini entro il 2008. La missione Isaf era sembrata in bilico negli ultimi mesi, con una divergenza politica forte tra Usa ed alleati europei. Fortunatamente, i governi hanno capito che quel paese, essenziale per le sorti della stabilità globale, rischia definitivamente il collasso.
Di tutto questo si parla a Bucarest. Al prossimo vertice della Nato sarebbe però importante non trascurare l’elemento dell’approfondimento delle capacità operative. L’allargamento costante implica necessariamente una diluizione della interoperabilità tra forze armate, che richiedono addestramento congiunto e mezzi tecnologici in grado di “dialogare” tra loro. La definizione degli obiettivi strategici dell’Alleanza, assieme all’approfondimento degli aspetti operativi, sono forse il capitolo più delicato per il futuro dell’Alleanza, prima ancora che la sua geografia. Ma questa, probabilmente, sarà materia del prossimo vertice.



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