Meno sprechi di cibo con i nuovi biocarburanti e l’uso degli ogm

- Dario Frisio

L’esplosione della crisi alimentare mondiale ha posto sul banco degli imputati la destinazione ad impieghi energetici di produzioni agricole da sempre utilizzate per la produzione di cibo. La soluzione può essere nella seconda generazione di biocarburanti

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L’esplosione della crisi alimentare mondiale, preceduta da una costante e rapida crescita dei prezzi agricoli negli ultimi mesi, ha posto sul banco degli imputati la destinazione ad impieghi energetici di produzioni agricole da sempre utilizzate per la produzione di cibo.
La percezione e la visione del dramma di molte popolazioni povere del pianeta, unitamente al timore di una scarsità diretta e comunque di un costo maggiore dell’alimentazione, ha determinato nell’opinione pubblica dei paesi più ricchi sconcerto e/o avversione verso le scelte effettuate dai propri governanti nel più recente passato e che, in massima parte, erano scivolate inosservate.
La presa di coscienza della crescente impopolarità politica di tali scelte sta già dando alcuni frutti, tanto che negli ultimi mesi alcune organizzazioni ambientaliste, a suo tempo sostenitrici della produzione di energia rinnovabile “verde”, hanno compiuto una brusca virata di posizione, mentre sia negli Stati Uniti che in alcuni paesi dell’Unione Europea si sta seriamente valutando la convenienza a rivedere, almeno in parte, le misure di sostegno alla produzione di biocarburanti.
Ma come stanno effettivamente le cose? Qual è la dimensione del fenomeno, da dove nasce e quanto effettivamente ha inciso sull’ondata al rialzo dei prezzi e, prima ancora, sulla scarsità delle scorte alimentari mondiali? E’ possibile far convivere allo stato attuale biocarburanti e alimenti? l’innovazione tecnologica, compresi gli OGM, guardata con molto sospetto o considerata inutile fino a poco tempo fa in Italia e nella quasi totalità dell’UE, può servire a migliorare la situazione?

Gli interrogativi sono molteplici e le possibili risposte sono complesse, interconnesse e, spesso, di difficile comprensione per i non addetti ai lavori, ma si può provare almeno a delineare sinteticamente un quadro un po’ più chiaro della situazione.
Anzitutto di cosa stiamo parlando? La produzione di biocarburanti riguarda essenzialmente la fabbricazione di alcool, il bioetanolo, a partire da prodotti agricoli quali il mais, la canna e la barbabietola da zucchero, ecc., oppure di olio, il biodiesel, da semi oleosi (soia, colza, ecc.) per addizionare e/o sostituire, rispettivamente, benzina e gasolio per autotrazione. Tale impiego non è nuovo, basti pensare che in Brasile la produzione di bioetanolo da canna da zucchero è iniziata prima della II Guerra Mondiale, nella maggior parte dei casi non esaurisce totalmente la risorsa utilizzata, i residui di lavorazione spesso possono essere utilizzati come mangimi, né rappresenta l’unico caso di impiego di vegetali per la produzione di energia non incorporata in alimenti (l’utilizzo di biomasse vegetali, in particolare legnose, fa parte della storia dell’umanità). Tuttavia nell’ultimo decennio tale impiego ha registrato un rapido incremento tanto che la produzione di bioetanolo, precedentemente confinata quasi esclusivamente in Brasile, tra il 2000 e il 2006 è passata da circa 300 ad oltre 500 milioni di ettolitri, mentre quella di biodiesel, nello stesso periodo è addirittura quintuplicata arrivando a superare i 60 milioni di ettolitri .

La produzione in entrambi i casi è fortemente concentrata : nel caso del bioetanolo per il 46% negli USA, dove nel 2006 circa il 20% della produzione di mais è stato avviato a questa destinazione, e per il 43% nel Brasile, dove riguarda circa il 50% della produzione di canna da zucchero; mentre il 75% del biodiesel è prodotto nell’UE, interessando quasi il 40% della produzione di semi oleosi. Diversi paesi emergenti (Cina, India, Indonesia, Malesia) o in via di sviluppo (Mozambico, Centro America) stanno sviluppando programmi per la produzione di biocarburanti a partire da materie prime agricole (olio di palma, jatropa, canna da zucchero, ecc.).

Le motivazioni che stanno spingendo in questa direzione sono diverse, sia di natura ambientale che economica, ma la principale è sicuramente quella della ricerca di una maggiore autonomia nell’approvvigionamento di energia e, in particolare, di carburanti; ciò nonostante l’impatto attuale è ancora molto contenuto poiché si tratta a livello mondiale di appena l’1,3% del consumo energetico per trasporto. Gli obiettivi dichiarati sono peraltro ambiziosi se si pensa che la sola UE prospetta per il 2020, a meno di revisioni dettate dagli ultimi avvenimenti, una quota di biocarburanti pari al 10% sul totale e che, sempre a l 2020, si stima a livello mondiale una quota compresa tra il 5 e il 6%.

Ma come si è arrivati allo stato attuale e come si pensa di raggiungere gli obiettivi prefissati?

I diversi governi sostengono la produzione di biocarburanti attraverso diverse misure di supporto, che vanno dalla riduzione delle imposte al consumo agli incentivi alla produzione (agevolazioni fiscali, sussidi diretti, ecc.), al fine di renderla competitiva rispetto alla benzina e al gasolio e di favorire lo sviluppo del settore, che in alcuni casi rappresenta un’attività di diversificazione degli stessi gruppi petroliferi, ma negli Stati Uniti e in Europa i produttori sono ulteriormente supportati da elevati dazi all’importazione di bioetanolo che limitano il commercio internazionale a meno del 15% della produzione totale .
La convenienza economica della produzione di biocarburanti è, infatti, molto diversa in relazione sia al tipo di materia prima utilizzata che al luogo di produzione così che, ad esempio, nel caso del bioetanolo il costo di produzione nel 2004 risultava inferiore al prezzo della benzina (tasse escluse) solo in Brasile e a partire dalla canna da zucchero, mentre negli USA, a partire dal mais, era di un terzo superiore e nell’UE più che doppio; nel caso del biodiesel invece il costo risultava sempre superiore rispetto al carburante convenzionale .
La convenienza ovviamente varia al variare del prezzo del petrolio, tanto più questo cresce (come negli ultimi mesi) tanto più diventa economico produrre biocarburanti, tuttavia è funzione anche del prezzo della materia prima e, per questo, l’agroinflazione ha di fatto controbilanciato l’effetto caro-petrolio. D’altra parte ormai i prezzi dei mercati energetici e dei mercati agricoli sono fortemente connessi, oltre che per i tradizionali legami dipendenti dai riflessi sui costi dei mezzi tecnici impiegati (fertilizzanti, gasolio, ecc.), per i riflessi diretti, convenienza a produrre biocarburanti, e indiretti, sia sul piano dell’offerta (sottrazione di terreno ad altre produzioni sostitutive, ad esempio l’espansione della produzione di olio di palma ha ridotto la produzione di cacao) che su quello della domanda (ad esempio il caro-petrolio sposta la preferenza dalle fibre sintetiche al cotone) .
Quanto abbia pesato la crescita della produzione di biocarburanti sull’aumento del prezzo dei prodotti agricoli è quindi, come si può immaginare, controverso; alcune stime FAO indicano un contributo intorno al 10%, altre del Fondo Monetario Internazionale si spingono oltre il 20%, ciò che è certo è che comunque essa ha funzionato come una miccia da innesco in un contesto già esplosivo per l’aumento della domanda di carne dei paesi emergenti ( e quindi degli alimenti per il bestiame) e per l’andamento sfavorevole dei raccolti in alcune aree agricole (Australia, Ucraina), il tutto amplificato da manovre speculative dei mercati finanziari.

Rispetto allo scenario attuale, non certo sereno, molta attesa viene riposta nella cosiddetta seconda generazione di biocarburanti che dovrebbe basarsi, anche grazie all’impiego delle modifiche genetiche, in via principale sull’utilizzo della cellulosa contenuta nei residui delle coltivazioni (paglie, stoppie, ecc.) e/o su colture da sviluppare in terreni marginali, evitando così pericolose competizioni con la produzione di alimenti e rendendo più sostenibile il loro percorso di sviluppo.
Pur se i risultati attesi non sono certo dietro l’angolo, la ricerca e l’innovazione tecnologica, e in particolare le biotecnologie, possono contribuire in diversi modi: dall’aumento delle rese alla riduzione dei mezzi produttivi impiegati, dalla realizzazione di piante migliorate nella resa in biocarburante allo sviluppo di micro-organismi ed enzimi che convertano la cellulosa in zuccheri, dalla maggiore resistenza verso i parassiti che riducono i raccolti a quella verso condizioni avverse (in particolare la carenza di acqua) che limitano la possibilità di coltivare nelle aree più marginali.
Alcuni di questi OGM sono comunque già disponibili ed interessano ormai oltre 110 milioni di ettari coltivati nel mondo , nonostante la resistenza manifestata in particolare in ambito europeo, che di riflesso ha frenato in parte la loro diffusione anche in alcuni paesi in via di sviluppo.

Alla luce della crisi alimentare mondiale sembra, per altro, che il vento stia un po’ cambiando. Il dibattito sugli OGM, se di dibattito si può parlare, è stato da sempre caratterizzato da una preclusione ideologica e dalla presunzione, europea e soprattutto italiana, di non avere bisogno di questo tipo di innovazione, ma in fondo di qualsiasi innovazione in campo agricolo. Gli OGM non sono certo la soluzione di tutti i problemi dell’agricoltura, compresi quelli dei biocarburanti e della disponibilità di alimenti, indistintamente per tutti e ovunque, ma possono tuttavia rappresentare un’opportunità per la soluzione di specifici problemi e in quanto tali, una volta attestata la loro sicurezza (che, dopo oltre dieci anni di coltivazione e di consumo e il vaglio caso per caso delle autorità preposte nei diversi paesi, appare un problema decisamente da ridimensionare), devono poter essere adottati da chi li valuta utili per la propria attività, senza che altri si arroghino il diritto di stabilire per tutti cosa sia opportuno scegliere, produrre e consumare, seguendo un principio ribaltato di sussidiarietà e contro ogni principio di libertà economica.

 
[1] GBEP (2007) A review of the current state of bioenergy development in G8 + 5 countries, GBEP/FAO, Roma (pagg. 9-10)

[2] World Bank (2008) World Development Report 2008: Agricolture for Development, Focus B Biofuels: the promise and the risks, pagg. 70-71

[3] GBEP (2007) A review of the current state of bioenergy development in G8 + 5 countries, GBEP/FAO, Roma (pagg. 17-18)

[4] GBEP (2007) A review of the current state of bioenergy development in G8 + 5 countries, GBEP/FAO, Roma (pagg. 40-41)

[5] Schmidhuber J. (2007) Impact of an increased biomass use on agricultural markets, prices and food security: A longer-term perspective

[6] http://www.isaaa.org/resources/publications/briefs/37/default.html

 
(Foto Imagoeconomica)


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