Le fondazioni siano veri soggetti autonomi, sganciati dai partiti

- int. Gianfranco Pasquino

«I centri studi devono mettere sotto critica le posizioni della dirigenza politica. Questa deve essere la loro funzione e in questo modo è possibile raggiungere persone che altrimenti non aderirebbero al partito. Diversamente non servono a nulla. Ho l’impressione che nel Pd tutto questo sia molto distante»

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I due nuovi partiti, Pdl e Pd, hanno una configurazione nuova, diversa rispetto a quella dei partiti tradizionali, con le loro strutture e il loro radicamento nella società. Il Pdl viene definito partito leaderistico; per il Pd si parla di partito “liquido”, o parito “leggero”. E’ definitivamente cessata l’epoca dei partiti strutturati?

Innanzitutto bisogna distinguere la situazione dei due partiti in questione. Il Popolo della Libertà ha chiaramente un suo fondatore, che è dotato di prestigio, carisma, capacità di organizzare, gestire e tenere in vita il partito. Oltre a questo, è un partito che ha altre caratteristiche molto interessanti: ci sono personaggi che hanno un passato politico con un loro radicamento personale e anche professionale, e con una propria capacità di crearsi comitati elettorali. Forza Italia, più di qualsiasi altro, è stato un partito fatto proprio di comitati elettorali: grandi professionisti, con 40-50 persone disposte a fare campagna elettorale per loro, oppure ex democristiani (o, in misura minore, ex socialisti) con il loro comitato elettorale. Questa è una forma non nuovissima, ma molto utile, e che produce a livello nazionale un buon numero di voti. Tale formula non è venuta meno, e questo è il motivo per cui Forza Italia e il Popolo della libertà sono destinati a durare anche oltre il loro fondatore. Avranno problemi per un’eventuale crisi in fase di successione, a meno che non sia già stata risolta, con la scelta di Fini, il quale da presidente della Camera può acquisire tutte le caratteristiche per questo ruolo futuro. Nel Popolo della Libertà, poi, è confluita anche Alleanza Nazionale, che in alcune zone del Paese aveva il suo radicamento, come ad esempio si è visto a Roma.
Dall’altra parte c’é un partito che in realtà non è radicato. Esiste il radicamento dei Ds nelle zone dell’Umbria, Marche, Emilia Romagna, più qualche propaggine talvolta in Liguria, talvolta nel Lazio. Però il Pd come soggetto politico è scarsamente strutturato, e ci sono zone del Paese dove è debolissimo. Magari prende voti, ma non ha persone che fanno politica nel periodo tra un’elezione e l’altra. In Sicilia è sostanzialmente inesistente, in Veneto e in Piemonte presenta alti e bassi. Bisogna inoltre dire che anche questo è un soggetto politico del leader: un partito che il leader ha deliberatamente e consapevolmente, tenacemente, ossessivamente voluto costruire intorno a se stesso. Veltroni ha iniziato due campagne elettorali quel giorno di giugno al Lingotto: una per diventare leader del partito, la stessa campagna poi per diventare presidente del consiglio.

Rimaniamo nell’ambito del Pd: D’Alema ha mosso una serie di critiche alla leadership del Partito Democratico. A prescindere dalle motivazioni personali e dalle divergenze interne al partito, c’é anche un contenuto importante nella posizione di D’Alema, riassunto nella sua affermazione secondo cui il Pd dovrà essere «una costellazione di centri-studi, fondazioni etc.». Che ruolo avranno questi soggetti?

Se esistono luoghi dove si fa ricerca, riflessione anche disincantata, non immediatamente mirata a ottenere qualcosa, questo è senz’altro un aspetto positivo. Questo, ad esempio, ha fatto molto bene alla politica francese: basti pensare all’esperienza dei clubs degli anni Sessanta, che alla fine hanno portato al partito socialista di Mitterrand. Ma ho l’impressione che il Partito democratico non sia così flessibile, così disposto ad accettare anche il dissenso. Se i centri studi si limitano ad appoggiare le posizioni di un dirigente non servono a nulla. Devono continuamente mettere sotto critica le posizioni dei dirigenti e soprattutto del segretario. Questa deve essere la loro funzione e in questo modo è possibile raggiungere persone che altrimenti non aderirebbero al partito. Ho l’impressione che nel Pd tutto questo sia molto distante. Ciò che può succedere a Roma, per esempio, può non accadere, a Padova o Trieste, a Foggia, dove, tanto per spiegare, il Pd ha perso, pur essendo la zona che D’Alema conosce meglio, essendo stato il segretario in Puglia. Dunque, questi centri studi e fondazioni devono essere in grado di autofinanziarsi, e devono essere composti da persone che vogliono fare politica, ma che non utilizzino queste realtà esclusivamente solo come trampolino di lancio. Devono insomma essere un luogo di riflessione in un certo senso sganciato dalla politica, perchè se sono agganciate, e quindi manipolate o manipolabili, la loro utilità è nulla.

Negli Stati Uniti è molto rilevante la presenza dei cosiddetti “think tank”, luoghi di produzione di cultura politica capaci di esercitare grande pressione e stimolo alla politica attiva. Può essere quello il modello anche per l’Italia?

Ritengo che sia molto difficile per l’Italia riuscire a imitare gli Stati Uniti. Lì ci sono centri di ricerca che hanno una loro storia, e che hanno la struttura di fondazioni finanziate peraltro da personaggi molto ricchi. Credo che in Italia queste realtà non ci siano. Per esempio negli Usa l’American Enterprise Institute è finanziato dalla destra, e la Brooklin’s Institution è il centro di studi progressista, ma non necessariamente finanziata dai democratici. Ci sono altri dieci, quindici centri di questo tipo, e poi ci sono i piccoli “think tanks” dove spesso il singolo candidato ha una carica. Non so se questo modello è utile o imitabile; preferirei che si pensasse seriamente, se si vuole andare in questa direzione, a quali sono i caratteri peculiari della situazione italiana, quindi in che modo sfruttare le risorse che già esistono, mettendole in collaborazione tra loro e utilizzando al meglio ciò che già viene prodotto.

Ci sono anche alcuni rischi legati al ruolo delle fondazioni, come ad esempio una sorta di “impar condicio” per le differenti condizioni di finanziamento, e di capacità di reperire fondi?

Questi rischi ci sono tutti, e sono legati al sistema di finanziamento della politica in questo Paese, che continua ad essere abbastanza opaco, piuttosto malfatto, senza nessun controllo e con parecchi elementi non marginali di corruzione. E’ possibile risolvere questo, ma esiste una sorta di omertà tra i vari partiti per cui non si affrontano mai questi discorsi; i finanziamenti di solito vengono votati nel corso della notte, preferibilmente di venerdì, di modo che i giornalisti non siano in grado di riportarlo fino a lunedì. Se invece questo problema venisse gestito bene, si potrebbero avere dei soci che pagano delle quote, a anche dei grandi finanziatori trasparenti. Questo è ad esempio il sistema che D’Alema e Amato sono riusciti a creare, con la Fondazione Italianieuropei, che è quella che ha la visibilità maggiore. Esiste poi un altro importante istituto che fa ricerca, l’Aspen Institute Italia, che è finanziato con capitali internazionali.
Non so però se tutto questo riesce a risolvere i problemi della politica. Se le persone all’interno dei centri di ricerca hanno come unico obiettivo la carica politica, allora piegheranno il loro sapere ai voleri dei dirigenti che in seguito faranno la lista delle candidature. Rischia di diventare uno dei tanti modi per riuscire a fare la carriera politica. Invece di iscriversi a una sezione del Partito, si cerca di intrufolarsi nella fondazione, e prima o poi, dimostrando presenza e fedeltà, si ottiene la candidatura.



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